Bentornato roBOt! Ma ci hai mai effettivamente abbandonato?

polpetta
Tempo di lettura: 5' min
30 ottobre 2019
Festival, Gallery, Review 4 U
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Un weekend nella black box dell’undicesima edizione di roBOt festival

 

Il tempo quando ci si diverte e ci si emoziona trascorre velocissimo e raccontare l’undicesima edizione di roBOt Festival, rimettendo in fila i ricordi e selezionando gli scatti migliori è un ottimo modo per mantenere vive le sensazioni e le buone vibrazioni che ci ha trasmesso uno dei nostri appuntamenti preferiti con la musica elettronica.

Tralasciando la storia più unica che rara che vanta questo festival tutto bolognese e di cui abbiamo parlato più e più volte, anche quest’anno non ci siamo persi nemmeno un secondo di musica del programma ricchissimo tra le tre sale della Ex GAM e il “binario centrale” del DumBO Space, l’ex deposito ferroviario, rigenerato e inaugurato proprio con il closing party di roBOt sabato scorso. Ma, come certamente sarà stato per tutti gli amici che abbiamo incontrato sul dance floor e per la maggior parte degli sconosciuti che abbiamo fotografato, anche noi abbiamo avuto dei colpi di fulmine e delle performance che più di altre ci hanno colpiti, ed è proprio su queste che ci soffermeremo. Senza nulla togliere a tutti coloro che si sono esibiti, davanti ai quali non possiamo che toglierci il cappello e inchinarci.

Venerdì 25, ex GAM

Possiamo dire che ci voleva la carica dei Red Axes per rompere il fiato e iniziare a saltare, con ben poche pause, fino al termine del Closing party dell’indomani. Dopo una partenza soft, quasi introspettiva, con pezzi come il Moderat Former Remix di Marc Holstege, un innalzamento graduale e costante dei bpm ha visto il main stage riempirsi sempre più. Finché, superata la prima ora del dj set del duo di Tel Aviv, il dance floor non ha iniziato ad animarsi sul serio, di fronte a un inatteso inasprirsi dei suoni e brevi accenni melodici, dal sapore un po’ industrial. Tutto abbastanza distante dal tipo di musica che hanno prodotto negli ultimi anni, ma comunque avvincente. Tra un John Talabot un po’ deludente e TOLOUSE LOW TRAX per il quale avevamo diverse aspettative – perlopiù soddisfatte – abbiamo trascorso anche un po’ di tempo nella nuova saletta OPIUM posizionata vicino all’ingresso e dedicata appunto alla decompressione con sonorità ai confini del chill out selezionate da Quarto Mondo (che già abbiamo visto esibirsi a Palazzo Re Enzo).

Per fare la closing della sala Indaco è stata scelta Badsista e non poteva esserci scelta migliore: la ragazza di Sao Paulo ha portato un sound indescrivibile, dove il mash-up fra technate dure, insieme a ritmi funk carioca e tamburelli brasileri ha fatto delirare e sculettare tutto il pubblico presente fino allo sfinimento. Tra la calura e il sudore, la sala Indaco si è trasformata in un un rooftop party della capitale Paulista. Arte del mixing voto 10, livello di divertimento voto 1000!

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Sabato 26, Ex GAM

Curses è la dimostrazione che un festival di musica elettronica può contenere mille sfumature di nero e nella black box di roBOt 11 la band newyorkese si è fatta largo illuminando il buio più profondo. Quella a cui abbiamo assistito nel main stage in questo secondo giorno di roBOt è stata una performance di fortissimo impatto. Perché, ancor più dal vivo che su disco, Surrender e gli altri brani di Romatic fiction rivelano una tale potenza da annodare le budella. E trascinarti in un vortice, anche in quelle brevi parentesi in cui le ombre pesanti di un synth puramente dark lasciano entrare piccolissimi spiragli di suoni di chitarra luminosi, appartenuti ad alcuni brani dei Cure – pensiamo a Pictures Of You. E poi perché il frontman di Curses è una bestia da palcoscenico. Magro e nervoso, nella sua tuta nera post punk, non si è sottratto all’abbraccio del pubblico, una volta sceso da una delle colonne che sorreggono gli impianti ai lati del palco per saltare in mezzo a noi.

Afrodeutsche è stata anch’essa una bellissima scoperta. Divertente e carica al punto giusto con il suo meltin pot di generi musicali per un set decisamente eclettico e che riflette in gran parte le sue origini tra  Ghana, Russia e Germania. Ma la serata è stata anche e soprattutto all’insegna della sperimentazione con il live molto aphextwiniano di Guenter Råler e quello surreale di Alessandro Cortini. La chiusura al main stage è stata invece appaltata a quel gentleman della techno che corrisponde al nome di Andrew Wheatherall. Partito un po’ sottotono ha poi rassicurato tutti con una serie di dischi che solo lui è in grado di suonare, rallentando la migrazione dall’ex-GAM al nuovo spazio DumBO per il vero party di chiusura del festival.

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Sabato 26, Closing Party DumBO Space

Raggiungere il grandissimo e bellissimo DumBO Space – nel quale speriamo organizzino presto altri party – è parte dell’esperienza. A due passi dal centro sorge uno spazio, il Binario Centrale, nel bel mezzo di un complesso industriale rigenerato (ma perlopiù dismesso, o così pare, con il favore del buio), il fu Scalo Ferroviario del Ravone. Ed è proprio percorrendo un binario che raggiungiamo l’ingresso.

I The comet is coming, dopo il set di apertura del local Dj Rou, sono il perfetto antipasto per una serata nel contesto di un festival come roBOt. Il trio londinese riesce a coniugare la propria essenza jazz con l’elettronica e lo psych rock, in un mix che difficilmente lascia indifferenti, il tutto ben shakerato in un live ad alte frequenze. Un’ora di grande intensità, inseguendo con i piedi e la testa e il corpo il loro incedere indiavolato e tecnicamente (quasi del tutto) impeccabile. Forse una setlist più variegata ci avrebbe persino permesso di volare sulla loro Cometa su altri pianeti e attraverso lo spazio, ma sentire ancora di volersi muovere quando la loro musica è ormai svanita (e il cambio palco si fa attendere) non può che lasciarci un sorriso.
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E poi non possiamo non parlare dei veteranissimi 808 State, arrivati a presentare in esclusiva italiana il loro live. Sono passati 30 anni precisi dall’uscita della loro hit “Pacific State”, che qua l’hanno suonata in una versione lunghissima e inedita, mandando il pubblico in una trance cosmica/sognante infinita. Il trio di Manchester ha portato un live incredibilmente ipnotico e psichedelico, dove ogni traccia era rielaborata e portata allo stremo. Ci sentiamo davvero baciati dalla fortuna per averli sentiti! Peccato solo per l’acustica che non è stata delle migliori, togliendo un po’ di magia all’esperienza.

Ormai su di lui abbiamo scritto un romanzo intero, ma non smetteremo mai di parlare e seguire Donato Dozzy, a cui la direzione artistica ha affidato il gran finale. Donatone nazionale ha tenuto perfettamente in pugno l’enorme spazio DumBO. Dopo averlo sentito nelle vesti sonore più chill-elettroniche nel pomeriggio del Terraforma e nel giardino del Selectors Stage al Dekmantel, e addirittura in versione ambient all’Outer FestivalDozzy per il Robot ha portato un set techno incredibilmente complesso: vibrazioni sonore e battiti a turbine, duro e infinito. Qui è emersa la sua bravura suprema e la conoscenza della natura del suono. Chiusura di festival STUPENDA, Donatone continua a rimanere una macchina da guerra erudita nell’olimpo dei dj.

Insomma non si tratta di fare una classifica o di compilare pagelle. Le nostre considerazioni sono molto personali e, per ognuno di noi, è stato un po’ come infilare con cura le foto sviluppate di un viaggio appena terminato nell’album dei ricordi. E ancora una volta, pur senza voce e con le ginocchia sfasciate, non possiamo non riconoscere alla direzione artistica il merito per aver mantenuto al contempo l’equilibrio, la diversità e la bellezza nelle scelte e complimentarci con lo staff per averci fatto sentire, ancora una volta, come a casa.

 

Words: Elena Bertelli, Arianna Brogio, Matteo Petroni Granata, Mirko Stefanucci.
Photo: Janine Billy, Richard Giori, Tms

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