Terraforma 2019: la prova che nuove dimensioni possono ancora essere create

anita-vicenzi
Tempo di lettura: 8' min
14 luglio 2019
Festival
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Terraforma non è un festival. O almeno, non è soltanto quello.

Terraforma è un pianeta, un universo parallelo che esiste soltanto per tre giorni all’anno tra le mura del parco di Villa Arconati.

La sensazione nell’andare a Terraforma è quella di aprire un portale, un set alla volta. Performance dopo performance, ci addentriamo sempre di più tra gli anfratti di questo nuovo mondo, esplorandolo e vivendolo, riconoscendolo e meravigliandocene. Raccontare qualcosa di così speciale non è facile. Come fai a raccontare un nuovo mondo?

 

      Venerdì: l’apertura del portale

 Arriviamo al parco nel primo pomeriggio. Qui alla fine di un lungo viale che costeggia le mura del parco della villa si snoda la fila per il campeggio.L’esperienza di Terraforma cambia completamente se si decide di viverla immergendosi nel The Field Camp.
È attraverso il campeggio che si entra davvero a far parte della fauna di questa nuova dimensione, che la abita e la modifica muovendosi nei suoi confini spazio-temporali.

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Terraforma

È subito chiaro che Terraforma è un festival internazionale, sicuramente il più internazionale che abbiamo ad oggi in Italia. Inglesi, francesi, tedeschi. Australiani, giapponesi, americani. Gli abitanti di Terraforma vengono da ogni angolo del mondo, e questa sicuramente è una di quelle cose che lo rende così inclusivo e speciale.

Sistemiamo la tenda e facciamo una doccia fredda rigenerante per muoverci all’interno del parco dove Caterina Barbieri è pronta ad aprire l’Alpha Stage e creare un primo contatto con il nuovo universo che si dispiegherà nei prossimi giorni.
Quest’anno il festival esplora il tema del linguaggio. Partendo dall’art work di Nathalie Du Pasquier – un alfabeto creato appositamente per il festival- i dj set e le performance di quest’anno utilizzano questa tematica come cuore del loro messaggio.
A farlo in maniera forte icona è Laurie Anderson, che presenta in anteprima il suo spettacolo “The Language of Future”. Sul palco creato apposta per lei ai piedi della Villa ornata da grandi stendardi raffiguranti l’alfabeto di Du Pasquier, Anderson mette in scena uno spettacolo che diventa perfettamente manifesto del festival, unendo musica, sperimentazione e storytelling legato alle tematiche legate della sostenibilità e all’impatto dell’essere umano sul mondo.
Terraforma è molto più di un festival proprio perché non si limita ad esistere in relazione al qui e ora, ma compie una crescita ogni anno. Ogni anni nuovo tasselli del puzzle che (ri)compongono il parco della Villa prendono vita- dagli stage in espansione fino alle nuove cinture del labirinto.
Il Labirinth è un progetto ambizioso, che i ragazzi di Threes portano avanti dal primo anno in collaborazione con Borotalco. L’antico labirinto presente nell’architettura originale del parco è stato riportato in vita grazie al lavoro dei garden designer e dei giardinieri del festival, che ogni anno ci dimostrano che la terraformazione del parco avviene lungo tutto il corso dell’anno.
Ad aprire il labirinto quest’anno è Monolake, con un live surround set che ha subito posto in alto l’asticella.

Il labirinto viene chiuso e noi ci spostiamo all’Alpha Stage, dove ad aprire le danze- quelle che ti fanno sbattere i piedi per terra- è uno degli habitué del festival, nome che non può mancare nella line up: Marco Shuttle, quest’anno in back to back con Efdemin. I ragazzi ci coinvolgono subito e ci chiariscono qual è il mood di quest’anno: aspettatevi l’imprevedibile, non abbiate l’arroganza di pensare che sapete dove vi stiamo portando con i nostri suoni- Terraforma 2019 è un’esplorazione, abbiamo tante cose diverse da dirvi.

Marco Shuttle e Efdemin, infatti, instaurano subito un discorso con il pubblico non nascondendo la volontà di creare un set ballereccio ma al tempo stesso introspettivo che desse la possibilità di riconoscere suoni inediti e interpretarli rispetto la propria soggettività.

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Terraforma

Il back to back finisce e sale sul main stage a chiudere la prima serata di festival Dj Stingray, scelta che è la continuazione di un percorso che Terraforma ha iniziato molti anni fa e che vuole celebrare quella Detroit alla quale dobbiamo molto (l’anno scorso lo ha fatto con Jeff Mills, quello prima con Arpanet e così via).
Quando Dj Stingray “parla” non c’è molto che possiamo fare se non ascoltarlo e muoverci con lui.?
Dj Stingray è altro dal mainstream, anche quando si trova a chiudere la prima serata di un festival molto importante (un festival italiano, per altro, dove invece di solito i dj stranieri tendono a “sbombardarla” indistintamente perché si sa che in Italia piace così). La potenza della tecnologia, un linguaggio personalissimo e tutta l’esperienza di chi ha inventato un pezzetto di quella cose che chiamiamo techno: questo è Dj Stingray.

Chiudiamo i cancelli di Villa Arconati e protetti dal buio del bosco torniamo alle tende per riposare in vista delle nuove esplorazioni del Sabato.

 

      Sabato: insediamento

 Ballare 18 ore di file e dormire in campeggio può mettere a dura prova il tuo corpo. Per fortuna però i ragazzi di Threes lo sanno e alle 10 di sabato e domenica mattina Livia si prende cura del nostro involucro umano con una lezione di yoga.
Sono queste le cose che fanno di Terraforma qualcosa di speciale. Quei dettagli che ci ricordano l’importanza della sostenibilità umana di chi vive un festival e del fatto che viviamo l’ambiente esterno in relazione al nostro benessere.

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Terraforma

Alle 10 Izabel apre la Dummy Tent, lo stage che si propone come il soundsystem del festival. Izabel inizia a risvegliare menti e corpi proponendo un set di tre ore in cui esplora diverse sonorità e ritmi, dandoci la possibilità di abbandonare il corpo atterra e contemplare gli alberi in alcuni momenti e di iniziare a sporcarci i piedi di terra in altri.
La boss della label Lullabies for Insomniac ci parla esattamente come vorresti che ti parlassero la mattina per accompagnarti nell’esplorazione di un nuovo giorno.

Dopo aver infiammato il main stage durante l’ultima giornata dell’edizione 2018, Vladimir Ivkovic torna ai comandi con un set più introspettivo e intimo alla Dummy Tent. Con i suoi suoni misteriosi ed eterei ci accompagna attraverso il caldo afoso del pomeriggio come fosse un fachiro che incanta i serpenti.
I piedi sono sporchi di terra, terra che iniziamo a sentire nostra e che plasmiamo ad ogni passo di danza: ci siamo insediati nel parco e sentiamo questo mondo nuovo come nostro.
Ci spostiamo all’Aplha Stage, Daniel Higgs prende possesso del palco dove performa i suoi scritti tra suoni analogici, digitali e la sua stessa voce modificata live.

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Terraforma

Mica Levi prende i comandi della Dummy Tent con un set che esplora ritmi spezzati break beat, prendendo in prestito gli immaginari dell’hip-hop per farli incontrare con synth e casse dritte. Pochi minuti prima del suo set il cielo si chiude e grandi nuvole grigie incombono sul parco, per farle concludere il set sotto una pioggia torrenziale che non ci impedisce di ballare infradiciandoci urlando al cielo, per poi ripararci sotto gli alberi.

La pioggia si trasforma in grandine, e la tempesta impedisce a Sote di esibirsi del labirinto dove avrebbe dovuto regalarci un set di concrete music iraniana.
La pioggia si placa, la terra inizia ad asciugarsi e Juliana Huxatable si esibisce nel mail stage invece che al soundsystem asciugando gli animi ballerini con un set carico di energia dove voce e musica fanno da padroni tra suoni caraibici e techno-oriented.
Buttechno dopo di lei continua ciò che ha iniziato con i suoi ritmi electro impreziositi da chitarre rivisitate in chiave drone.

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Terraforma

Bambanou è pronto a chiudere l’Alpha Stage e questo secondo giorno di festival, e lo fa spingendosi verso sonorità afro-beat che abbracciano tutto il dancefloor e finiscono di asciugare i lasciti della tempesta.
Anche il secondo giorno è andato, torniamo alla tenda per il nostro meritato riposto.


Domenica: reverenza del mondo nuovo e chiusura del portale

Ci svegliamo e il sole risplende sul parco di Villa Arconati. Dopo una pratica di yoga necessaria per far riprendere il corpo dai balli sfrenati del Sabato ci accomodiamo sul prato della Dummy Tent, dove Marylou ha il compito di aprire quest’ultima giornata di festival.
Marylou, resident di Rinse FM, non tardi a farci alzare in piedi per iniziare a preparare le gambe e le orecchie.

A ora di pranzo Kelman Duran sposta le sonorità verso il Sud America, regalandoci un set dinamico che ci mostra le sue fiere origini portiricane che ci fanno muovere i fianchi e dispiegare i sorrisi sotto il sole della domenica. Ci sentiamo un po’ su una spiaggia, e iniziamo a scatenarci.

Ci spostiamo all’Alpha Stage che oggi viene aperto da RAMZi, che con i suoi psychoactive-tropical sounds incanta tutto il dancefloor sotto un sole cocente. Phoebé Guillemot descrive il suo alterego RAMZi come un alieno che ha deciso di abitare questo corpo qui sulla terra, e per noi che la ascoltiamo è assolutamente plausibile che sia così.

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Terraforma

Alle 16 arriva finalmente il momento della celebrazione di questa nuova dimensione che è stata creata e il cerimoniere non può che essere Donato Dozzy. Ogni anno Donato ci regala momenti musicali di altissimo livello, mette a nostra disposizione la sua sconfinata cultura musicale per un set che ha più del rito– mentre lui dall’altro della consolle della Dummy Tent “loves to see us dance”, come recitava la t-shirt che indossava l’anno scorso durante il set della domenica.
Se Donato Dozzy è Donato Dozzy è proprio per set come quelli che ci regala a Terraforma: complessi, strutturati eppure così naturali che sembrano creati apposta per mandare il corpo e la mente in trance in tre ore di puro godimento estatico.

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Terraforma

Salutiamo donato con sofferenza, ma sempre consci del fatto che lo rivedremo tra questi boschi l’anno prossimo.
RP Boo intanto si prepara ad infiammare il main stage, dove ci racconta esattamente perché è considerato il padre del footwork, catapultandoci con un’energia incredibile negli anni 90 dei quali siamo tanto nostalgici. Una spolverata di pioggia ci rinfresca, ma nessuno si muove di un millimetro dal dancefloor.

A chiudere l’Alpha Stage è il milanese STILL, Simone Trabucchi, che tra dub, dancehall e sperimentazione live ci ricorda con delle bandiere che “We are all in the same boat”: una conclusione perfetta per uno stage che ha visto ballare nel suo dancefloor le persone più diverse, che si guardano e riconoscono tra le loro differenze lasciandosi abbracciare da musica e natura. Si lancia sul pubblico, e dopo un epico stage diving dell’artista salutiamo l’Alpha Stage: è stato bellissimo.

Stiamo per salutare questo nuovo mondo che ci ha ospitato ed emozionato per tre giorni. C’è solo una persona che lo può fare. Si chiama Paquita Gordon e possiamo considerarla una resident del festival. Proprio per questo (e perché è una grandissima dj) sa esattamente come fare per richiudere l’entrata di questo universo parallelo: acid house, dub, afro-beat e musica spirituale creano uno di quei set che vorresti poter ballare nella giungla. Ci emozioniamo guardando lo stage che si chiude e ci avviamo verso il campeggio.

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Terraforma

Ed è proprio al campeggio che troviamo una sorpresa meravigliosa: il camping sul lago è aperto è Dj Nobu è pronto per suonare in uno stage creato ad hoc mentre noi ci lasciavamo trasportare da Paquita.Ci porta in Asia, sua terra natia, lasciandosi ispirare dalla natura che lo circonda e da tutti gli stimoli che hanno preso vita durante il festival mettendo in scena il perfetto set di chiusura che ci lascia sognare quali nuove dimensioni verranno esplorate l’anno prossimo tra i boschi della Villa.

 

Terraforma è molto più di un festival, dicevamo. Ce ne rendiamo conto nel momento in cui bisogna impacchettare la tenda e tornare alla realtà, che è così diversa da quello che abbiamo vissuto in questi tre giorni.
Terraformare un luogo significa proprio questo: creare una nuova dimensione partendo da un luogo esistente, una dimensione che è al tempo stesso riconoscibile ma aliena e il parco di Villa Arconati, durante questi tre giorni, diventa un universo meraviglioso dal quale non vorresti mai andartene.

 

Ci vediamo l’anno prossimo, tra i boschi a piedi nudi.

 

Photo: Francesco Margaroli e Giovanni Bozzoli

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