Ypsigrock 2018: l’isola felice e il festival perfetto

richard
Tempo di lettura: 8' min
18 agosto 2018
Festival, Gallery
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Voglio essere sincero, fino a otto mesi fa non avevo la più pallida idea di cosa fosse Ypsigrock. Certo ne avevo già sentito parlare, in Italia non ci sono poi così tanti festival musicali che possano vantare una ventiduesima edizione. Ma dal conoscerlo per sentito dire al viverlo interamente c’è una differenza incalcolabile. Scrivere della propria prima volta ad un festival non è mai semplice. Si vorrebbero raccontare così tante cose che non si sa mai da dove cominciare, per questo vi dirò che inizialmente Ypsigrock non era altro che una tappa nel mio viaggio di due settimane alla scoperta della Sicilia.

Avendo perso la giornata di benvenuto per fare una escursione sull’Etna, Robert è una delle prime persone che incontro dentro al festival. È uno dei fotografi che lavorano a Ypsigrock, è siciliano e mi racconta che viene qui fin dalle prime edizioni abitando poco distante. Castelbuono è un borgo di poco meno di diecimila abitanti, situato sulle pendici del colle Milocca nell’entroterra palermitano. Mi spiega che qui si conoscono un po’ tutti e ci vivono persone semplici e molto ospitali – che poi è il ritratto della Sicilia che ho visto durante tutto il mio viaggio – si aiutano gli uni con gli altri e a questo evento collaborano praticamente tutte le attività del paese. Lavorano bar, ristoranti, stanze e appartamenti che per l’occasione diventano bed & breakfast finendo anche su airbnb. Tramite la via principale del centro si raggiungono i vari palchi del festival e nel tragitto è praticamente impossibile non fermarsi ogni volta ad assaggiare qualche specialità tipica. Robert mi racconta che qui a Castelbuono non manca nulla ed è un’isola felice per la quasi totale assenza di criminalità, a differenza di altre zone anche solo a pochi chilometri di distanza.

Parlando con lui scopro che durante le prime edizioni del festival l’ingresso gratuito attirava un certo tipo di frequentatori che non piacevano particolarmente agli abitanti del luogo. Ma che poi negli anni a venire scelte artistiche e l’introduzione del prezzo del biglietto hanno aiutato a scremare, contribuendo a creare una clientela interessata e soprattutto rispettosa del territorio. Un aspetto che noto con piacere durante tutta la mia permanenza. Ed è questa alchimia che colpisce particolarmente rendendo Ypsigrock non un festival qualsiasi ma una vera e propria esperienza a 360 gradi, oltre ad essere un modello organizzativo di perfetta integrazione tra turisti, realtà festivaliera e abitanti del luogo.

ypsigrock

Ma questa 22esima edizione non regala soddisfazioni solo dal punto di vista sociale e territoriale, anche l’aspetto musicale è di un livello altissimo. E il fatto che nessun artista si esibisca in contemporanea con gli altri, ci dà la possibilità di vederli tutti. Nella prima giornata l’allegria dei canadesi Random Recipe e il noise degli irlandesi Girls Name aprono le danze al Chiostro, mentre ci dispiace per i Blue Hawaii (pure loro canadesi) che hanno dovuto improvvisare un live misto dj set a causa dello smarrimento dei loro strumenti all’aeroporto. Un vero peccato visto lo stage in ci avrebbero dovuto suonare, l’ex Chiesa del Crocifisso in una delle vie principali del centro di Castelbuono. Location che per altro non verrà più utilizzata nelle altre due giornate, molto probabilmente a causa del caldo. Un vero peccato in tutti i sensi.

È invece alla sera in Piazza Castello che, con le restanti quattro band, mi rendo conto della portata artistica di questo Ypsigrock. I primi ad esibirsi all’ombra del castello sono i francesi HER. Nati come duo ma sul palco come band, già dal primo brano il cantante Victor Solf sorprende tutti con una voce blues spiazzante ed una presenza scenica pazzesca. Braccia e sguardo rivolti al cielo, come un moderno predicatore incanta per cinquanta intensi minuti del loro live set. Pochi altri minuti per il cambio palco e un altro duo, australiano questa volta, mi afferra per i piedi riportandomi a terra, pronto ad essere preso nuovamente e piacevolmente a schiaffi.

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(HER)

Confidence Man ricordano per molti versi i ChkChkChk(!!!), meno tecnici, più arroganti, e forse per questo anche più divertenti. Coreografie bizzarre, balli sincronizzati, cambi d’abito, accessori luminosi, e un infinito sex appeal. Tutto questo sono i Confidence Man. Impossibile restare serio e non apprezzarli, d’altronde a volte il modo migliore per divertire è proprio non prendersi sul serio. Un po’ come la norvegese AURORA. La vocina con cui scherza sull’essersi rotta un dente con il microfono sembra avere nulla a che fare con il modo di cantare intenso ed emotivo, muovendosi e ballando sul palco come un puck shakespeariano. Classe ’96, intrattiene per un’ora bona con uno stile decisamente influenzato a metà strada tra Björk e Kate Bush.

Il pubblico entusiasta saluta AURORA per prepararsi agli headliner della serata: The Horrors. Gli inglesi capitanati dall’allampanato Faris Rotter sono costantemente immersi in una coltre di fumo artificiale, ma i suoni sono stati settati piuttosto male e non riusciamo a goderceli fino in fondo. Tuttavia le esibizioni visto fino ad ora non mi fanno minimamente rimpiangere questo inconveniente. La stanchezza e qualche arancina di troppo mi costringono al ritiro senza riuscire a continuare la festa nello stage dell’Yspicamping, perdendo così il live dei Mr Everett.

Recuperate le forze – grazie anche al pranzo da nove portate preparatoci dalla proprietaria dell’agriturismo, e per questo ringrazio anche i ragazzi di KeepOn – la seconda giornata di Ypsigrock inizia nuovamente al Chiostro di San Francesco con una programmazione al femminile, Her Skin e Ama Lou. È invece a causa di un ritardo che Niklas Paschburg si esibisce quasi in contemporanea con il siciliano – nonché unico vero artista local del festival – Alfio Antico.

Percussionista nonché tra i maggiori interpreti europei del tamburo siciliano, si esibisce all’interno del museo civico di Castelbuono, all’interno del Castello. Il suo è un live che affonda le radici nella terra siciliana. Un’esibizione per pochi, unica vera finestra da cui assistere alla vera tradizione popolare. Ma la bomba viene sganciata dagli statunitensi Algiers. Un mix di generi incendiario, corredato da una tecnica impeccabile. Franklin James Fisher passa dalla voce, alla chitarra suonando piano e percussioni. La band lo segue a ruota. Impeccabili è il termine giusto per definirli.

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(ALGIERS)

Il livello non cala di un centimetro: dopo di loro suonano i Radio Dept., meno scenici ma tecnicamente altrettanto superbi. Dopo due band così il pubblico ha decisamente bisogno di allentare la presa, e a questo ci pensa l’inglesissimo Youngr. Forse il nome musicalmente più “commerciale” ma che entra comunque a gamba tesa in un set corredato da basi di canzoni più o meno famose accompagnate dal continuo passare al basso alla chitarra e alla batteria. Un “one man show” per far saltare il pubblico del main stage, peraltro riuscendoci molto bene. Certamente una delle esibizioni meno impegnative ma ci piace pensare che il suo non fosse altro che un divertente preludio all’elettronica dei Vessels.

Restando sempre oltremanica, il quintetto di Leeds nato come band post-rock, ha invece virato negli anni verso sintetizzatori e drum machine per dare vita ad una techno vorticosa e ipnotica in un continuo crescendo tra bassi palpitanti e battiti ritmati. Voglio credere che se fossero andati avanti così altre due ore nessuno avrebbe battuto ciglio. Una chiusura decisamente degna di questa seconda serata di Ypsigrock. A differenza di ieri però ho voluto vedere anche il palco dell’Ypsicamping, e a darmi la botta finale ci ha pensato lo spaziale Bob Log III. Ora immaginatevi un frenetico Chuck Berry che strizza l’occhio a Jimi Hendrix, cucito in una tuta da astronauta da sci-fi movie degli anni ’50. Ecco forse ora potreste avere un’idea di chi sia Bob Log III e di che cosa suoni.

Personalmente non riesco a fare a meno di spendere buone parole per questo festival. Finora è stato tutto perfetto, e mi aspetto un’ultima giornata all’altezza delle precedenti. E così è. L’unico nome in programma al chiostro è Sean Kuti & Egypt 80. Dovete sapere che Sean non è altro che il figlio di quel Fela Kuti, polistrumentista e attivista dei diritti umani, nonché pioniere dell’afrobeat. Dopo la sua morte, Sean ha raccolto il testimone e ha continuato l’attività musicale del padre con al band Egypt 80, riuscendoci peraltro molto bene. Sebbene l’argomento che guida la musica di Kuti sia tutt’altro che allegro, il suo è un live innegabilmente ottimista e ballabile. Tamburi frenetici e ballerine twerkanti, è difficile restare fermi e non farsi coinvolgere. Fela vive, e con lui tutte le sue battaglie portate avanti a suon di musica.

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(SEAN KUTI & EGYPT 80)

Terminata la loro esibizione, attendo con un paio di birrette l’arrivo del prossimo artista. Per motivi che non sono dipesi dall’organizzazione, Kelly Lee Owens non ha potuto partecipare al festival, ed è stata così sostituita da Gaika. Personalmente è stata una sostituzione che ho preferito di gran lunga alla scelta originaria, specialmente essendo la sua unica data italiana. Artista irrequieto, la sua è una dancehall elettronica, cupa, aggressiva, suggellata da uno stile tutto personale. Gaika è chiaramente un’artista scomodo e la sua musica non è per tutti, spiazza l’ascoltatore sin dal primo brano con una voce cavernosa e sgraziata. La sua musica è come un gancio allo stomaco ed è proprio per questo che il suo è uno dei live più interessanti della giornata.

Cala il sole, e ci si sposta verso il main stage in Piazza Castello. Sono tre gli artisti che mi restano da vedere. I primi sono la band Shame. Inglesi, giovanissimi, sfacciati. E probabilmente la loro è l’esibizione più travolgente di tutto il festival. Piacevolmente arroganti, il loro post-punk arriva sul palco di Ypsigrock come una meteora impazzita. Il frontman, Eddie Green si muove come un’hooligan durante la partita più importante del campionato. Corre, salta, dimena l’asta del microfono e aizza la folla come il più sanguigno dei capi ultras.

I più giovani nelle prime file gridano le canzoni a memoria, le sanno tutte, e non c’è situazione migliore per lanciarsi in un totale stage diving. Scendono dal palco tra gli applausi di tutti. Altrettanto carichi anche se dall’attitudine meno punk sono i Trail Of Dead – abbreviativo del più lungo ...And You Will Know Us by the Trail of Dead. Il loro alternative-rock è un genere più dà ascolto che da stage diving, e il pubblico comunque si gode in quell’oretta abbondante di esecuzione che spazia in quasi venticinque anni di carriera.

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(THE JESUS AND MARY CHAIN)

Si arriva così all’ultimo atto, quello più atteso: l’unica data italiana dei Jesus And Mary Chain. I volumi sono al massimo e i fratelli Reid salgono sul palco tra l’ovazione del pubblico. Attaccano con Amputation, seguita subito da un altro brano storico, April Skies. Poi è la volta di Head On, Snakedriver, Teenage Lust per citarne alcune. E poi ancora Some Candy Talking, Darklands, l’emozionantissima Just Like Honey. Ventuno brani per un’ora e mezza di concerto. E come sempre poche parole, pochissime tra un brano e l’altro. Chiudono con la beffarda I Hate Rock ‘n’ Roll, calando così il sipario su questa ventiduesima edizione di Ypsigrock. La prima per me, e sicuramente non l’ultima.

Anche se mi fischiano ancora le orecchie per le distorsioni della chitarra di William Reid, realizzo che questo festival sia stato giorno dopo giorno una continua scoperta. Un piccolo angolo di paradiso che risplende di cultura musicale, buon cibo e un’umanità meravigliosa. Se non siete mai stati in Sicilia, Ypsigrock è un motivo fin troppo valido per visitarla. Quanto a me, sto già smaltendo calorie contando i giorni che mi separano dalla prossima edizione.

 

Testo e foto di Richard Giori
Link: Ypsig2018

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