Alfa Mist è un viaggio nel cosmo del jazz

Nei miei sogni più arditi immagino di poter ascoltare musica dal vivo direttamente dal soppalco del mio salotto.

anita-vicenzi
Tempo di lettura: 2' min
10 dicembre 2019
Gallery, Review 4 U
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Di stendermi comodamente sul mio divano rosso e godermi uno show privato da quella posizione privilegiata. 
Ed è proprio così che immagino di star godendomi lo show di Alfa Mist mentre sono sotto il palco.

La possibilità di gustarmi il viaggio cosmico che si è consumato tra le mura del Locomotiv grazie ad Express Festival comodamente sdraiata su una superficie morbida è stato il desiderio che mi ha avvolta non appena le dita di Alfa si sono appoggiate sulla sua keybord.

La musica di Alfa Mist e della sua band- perché c’è da dirlo, i musicisti che lo hanno accompagno sul palco sono stati di pazzesca bravura e senza di loro questo show non sarebbe potuto esistere- porta il jazz puro e tecnicamente ineccepibile giù in strada, dove viene contaminato da beat hip-hop, sampling e voci dal calore soul.
 Alfa è concentratissimo e mentre le sue dita scorrono veloci sui tasti per creare ritmi complessissimi con una naturalezza fuori dall’ordinario, le sue orecchie captano e registrano tutti i suoi che prendono vita sul palco. La naturalezza di un artista dal grande talento e la concentrazione di un compositore meticoloso si incontrano sul palco per relegarci uno spettacolo che è quasi un grande abbraccio che ci avvolge completamente.

La musica di Alfa deve tanto alle esplorazioni musicali che si concede da quando a 13 anni scopre la vastità dei generi musicali a sua disposizione. 
É lui stesso a dire che le colonne sonore hanno avuto un ruolo chiave nel suo percorso di musicista. Questo fatto non mi stupisce: le note che escono dalla sua tastiera sono proprio quello che mi piacerebbe sentire se le mie giornate fossero accompagnate da una soundtrack.

Verso metà show ci racconta che viene dall’East End londinese, da Newham per la precisione, e che fino a qualche anno fa viveva con sua mamma e sua nonna. La nonna si era trasferita in Inghilterra dall’Uganda e non parlava una parola di inglese mentre Alfa non parlava una parola di Luganda– la lingua indigena parlata dalla nonna. 
Comunicare era molto difficile, spesso si scambiavano soltanto sorrisi imbarazzati quando si incrociavano per la casa. Ci racconta che gli sarebbe piaciuto poter parlare con la nonna, capire che cosa passava per la testa di questa donna arrivata da così lontano.
 É da questa necessità che nasce Jjajja’s Screen, un pezzo nel quale ha voluto finalmente chiacchierare con sua nonna attraverso un linguaggio universale parlato esclusivamente grazie alle dita delle mani che si muovono rapide sui tasti.

Alfa Mist infatti non è soltanto una grande musicista, ma anche un grande comunicatore al tempo stesso. La sua musica è intima e tocca corde profonde. Ti fa venir voglia di chiudere gli occhi e di dimenticarti delle persone che hai intorno, di immergerti totalmente nei suoni che ti arrivano incontro e di lasciarti catapultare nel cosmo più lontano.
Da dietro la sua tastiera, con le sue dita veloci, Alfa racconta una sacco di storie. Storie che hanno a che fare con il jazz e con la strada, con il pianoforte e con il digging. Storie che vengono da Newham ma anche dall’Uganda, dalla black music classica ma anche dalle correnti nate negli ultimi anni in occidente.

Alfa Mist è un artista complesso e bravissimo, non so cosa darei per poterlo ascoltare mentre suona dal soppalco del mio salotto.

Words: Anita Vicenzi / Ph. Giovanni Benedetti

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