Ypsigrock 2019: mettetevi comodi e iniziate a sognare

Castelbuono, 8 - 11 agosto 2019

polpetta
Tempo di lettura: 12' min
20 agosto 2019
Festival, Gallery, Review 4 U
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Sicilia, mon amour

Oltre 25 live in 4 giorni, 5 stage mozzafiato, incontri con artisti internazionali, dj set, talk, aperitivi e un numero indefinito di arancine, granite con brioches e gelati al gusto manna: mettetevi comodi, vi parliamo di Ypsigrock.

Mettiamo che voi che ci leggete non abbiate mai preso parte a questo festival (se invece siete Ypsini navigati allora skippate pure avanti di qualche paragrafo): ci sembra doveroso, per introdurvi nella magia, spendere due parole sul contesto in cui è stato scritto questo reportage. Immaginate la scena e seguiteci: siamo davanti alla porta di una macelleria, una di quelle a gestione familiare, da fuori si intravedono decine di salumi appesi, uno più invitante dell’altro. Al suo esterno è allestita una bancarella con un listino prezzi dei prodotti locali, vino e un cesto di panini imbottiti al momento e il sorriso gentile di chi è pronto a servirvi.

Se siete vegetariani voltatevi pure dall’altra parte: poco più indietro vedrete lo stand di una celeberrima pasticceria, nota per i suoi panettoni per tutte le stagioni e per i suoi gelati al gusto manna (ci torneremo poi). Alla fine della via potete scorgere a occhio nudo un arco attraverso il quale si intravede un’imponente rocca medievale, più sopra, tutt’attorno, il profilo delle montagne, disegnate dal sole che tramonta. Potrebbe essere l’incipit di un pezzo su una qualche fiera enogastronomica e, trovandoci in Sicilia, non sarebbe stato così improbabile. Sbagliato. Siamo in provincia di Palermo, questa è Castelbuono, perla delle Madonie. E vi abbiamo portati qui per la 23esima edizione di Ypsigrock festival.

Sicilia: mare pazzesco, panorami mozzafiato, mille storie da raccontare tra gli strati del tempo, e il cibo…eh il cibo… lasciamo perdere, siamo qui per parlarvi di musica, ovviamente. Già dalla scorsa estate e ancor di più in questi ultimi mesi ci siamo tornati spesso, perché da qualche anno è diventata terreno fertile per la nascita di svariati festival musicali. Ortigia Sound System, Mish Mash a Milazzo, Indiegeno Fest a Tindari, il Sundays di Caccamo giusto per citarne alcuni. Tutti sviluppatisi nell’humus generato da quell’esperimento tentato e riuscito 23 anni fa a Castelbuono: Ypsigrock.

Le dinamiche del festival le abbiamo esplorate già, grazie all’intervista che ci hanno rilasciato i direttori artistici di Ypsigrock qualche settimana fa. Ora, dopo esserci presi qualche giorno per digerire arancine e sfincioni ma senza aver perso l’entusiasmo per ciò che abbiamo visto e sentito, è il momento di raccontarvi cosa è successo durante quest’ultima edizione.

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Ypsigrock 2019

Ypsigrock dà il benvenuto al suo pubblico già nella serata di giovedì, accogliendo i primi ypsini con un po’ di musica, nel solito bar (il Cycas) e il “solito” dj, Fabio Nirta – tra le memorie storiche del festival – pronto a riempire ogni vuoto musicale infilando qua e là le chicchette di band che negli anni hanno calcato questi palchi e a farci tirare l’alba, alla fine di ogni giornata, all’Ypsicamping dove sorge il Cuzzocrea Stage.

Proprio qui, nel bosco, a 15 minuti di navetta dal paese, schivando qualche mucca indifferente, ci si ritrova per ascoltare i primi concerti, gratuiti ma non per questo prescindibili: il giovedì di Ypsigrock parla italiano con i live di I’m Not A Blonde e Canarie, tra i vincitori del contest Avanti il prossimo, con cui vengono selezionati ogni anno i migliori talenti.

Non possiamo che confermare: le due band convincono e sono soprattutto le chitarre estive e i sorrisi di Canarie che ci mandano a dormire con il mood giusto pronti a iniziare sul serio. Saranno anche tristi questi tropici ma che male c’è (aspettateli i Canarie che, dopo un’estate al sud, ci hanno promesso che in autunno passeranno per Bologna).

 

Venerdì 9 agosto: la magia de i The National accende il main stage

Entriamo così nel vivo del festival, in un primo giorno da tempo sold out. Castelbuono si riempie in fretta e, fin dal pomeriggio, la gente si affolla nel chiostro di San Francesco, che ospita l’Ypsi & Love stage, calcato prima dagli australiani Huntly e dai gallesi Boy Azooga poi. Partiamo dall’elettronica cantata e suonata degli Huntly, trio composto da batterista, frontman e frontwoman:  Charlie ed Elspeth che cantano e suonano sinth e tastiere in perfetta simbiosi, sprigionando una bella energia. Ci resta impressa “Vitamin” interamente cantata in un cambio di voce sorprendente, gutturale e scuro, della dolce Elspeth.

Entrambe sono band giovanissime e promettenti, entrambe con un solo album pubblicato ma una sicurezza nel calcare il palco e una precisione nell’esecuzione che ce li fanno sembrare belli che navigati: i Boy Azooga hanno una formazione da rock band classica: sono 4 e hanno già sfornato un tormentone – Face behind her cigarette –  che funziona benissimo anche live: i ragazzi sorridono splendidi e colorati, illuminando lo stage, impossibile non ballare e canticchiarla poi per tutto il resto del pomeriggio.

Ci spostiamo verso il main stage, nel cortile del Castello dei Ventimiglia, con tappa birretta e arancina lungo via Sant’Anna. Lo spazio davanti al palco è già gremito, anche se è presto per i The National. Ci facciamo largo tra la folla per vedere da vicino Dope Saint Jude: la ragazza di Cape Town ha il physique du rôle per questo compito non semplice: inaugurare l’imponente Ypsi Once Stage. Affiancata dalla MC Ocean Jane, balla sul palco rappando con una grinta molto molto più potente qui dal vivo che su disco (se non vi ha convinti fino in fondo, un po’ di pazienza, ha solo un paio di EP all’attivo e tempo per sviluppare personalità). Potente ma mai aggressiva, vivace – osa qualche “I say fuck you say yeah – fuck, yeah”, diventati un piccolo mantra tra il pubblico anche nei giorni a seguire – ma sempre agguerrita. La ragazza ha idee chiare e sa di avere il potere della parola dalla sua. Vuole una terra, quella in cui è nata, in cui l’istruzione possa finalmente diventare un diritto di tutti, un bene gratuito e inalienabile. É così che dedica un brano a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno la forza di intraprendere una rivoluzione e raccoglie fondi per finanziare progetti educativi a Cape Town.

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Ypsigrock 2019

Cambio palco, avanti le prossime – hanno l’età per un talent ma potremmo sederle direttamente dalla parte dei giudici – arrivano dalla Gran Bretagna e se Ypsigrock fosse una serra, Let’s eat grandma sarebbero le gemme più preziose da crescere con ogni cura. Rosa e Jenny hanno meno anni del festival, due dischi usciti in 3 anni, e sembrano sapere perfettamente quello che fanno sul palco, mentre suonano le tastiere, soffiano nel sax o impugnano una chitarra. Ma non vogliono essere viste come piccoli fenomeni, ed è così che si prendono gioco di tutta la situazione ballando un po’ di Macarena o muovendosi come bamboline un po’ sciocche, mentre noi cerchiamo di cogliere le tante e dichiarate influenze che ne compongono le sonorità: dai vecchi vinili dei loro genitori ai languidi lamenti di Frank Ocean, faranno mangiare la polvere a Charly XCX. Da rivedere il prossimo autunno al Club to club. 

Parrebbe che le sorprese per questa sera siano finite qui, mancano “solo” i The National, le cui capacità sul palco (ma soprattutto sotto, in mezzo alla loro folla – già ben conosciamo. E invece no. Perché ci spiazzano subito iniziando con i primi due brani di I am easy to find, grazie alla voce e alla presenza di Mina Tindle, che disattende la classica composizione Matt-Berninger-centrica per cercare nuovi equilibri, raggiunti perfettamente nel duetto di Hey Rosey – quando ormai il pubblico è totalmente trasportato e siamo in diretta esclusiva sulla pagina Facebook de l’Independent.

Ma basta una scintilla (e una squadra di ottimi tecnici a sbobinare chilometri di cavo) per rimettere Matt al centro dell’esibizione quando si butta nella mischia, percorrendo tutta la piazza per cantare insieme a noi, letteralmente investendoci, non su un solo brano ma in diverse occasioni così che nessuno resti deluso, in nessuna parte dell’area del concerto. Fino all’ancore, dove i The National tornano a essere la cara vecchia band, di una bellezza che seppur prevedibile ci gonfia il cuore: in un’infilata di canzoni per le quali non smetteremo mai di ringraziarli: Mr. November, Terrible Love, About Today e, ovviamente, Vanderlyle Crybaby Geeks in versione acustica, lasciata in pasto alle nostre corde vocali ormai rotte.

 

Sabato 10 agosto. Pronti al lancio, le stelle andiamo a vederle direttamente in orbita.

Poco tempo per coccolarsi nelle armonie della notte scorsa. Il secondo giorno di Ypsigrock inizia dove Lafawnda e il nostro Fabio Nirta ci avevano dato la buonanotte: il Cuzzocrea Stage, al camping. É ora di pranzo, si grigliano salsicce e si spinano le prime birre, anche se molti stanno ancora facendo capolino dalla tenda tra uno sbadiglio e l’altro.

Le prime note che sentiamo arrivano dalla chitarra di Roberto Angelini e dal violino di Rodrigo D’Erasmo: sono arrivati fino qui per far risuonare la musica di Nick Drake tra le fronde del bosco e il frinire di cicale. Scopriamo moltissime cose sul grande talento inglese, di quelle che wiki non dice. Roberto e Rodrigo conoscono i suoi più intimi segreti e si lasciano andare oltre finché Bob, mostrandoci la tecnica insegnatagli dal padre che l’ha cresciuto, si mette a suonare con una riconoscenza che commuove e incanta. In un lampo arriva l’encore: è Saturday Sun, la canzone più solare di Nick Drake. Esiste un risveglio migliore?

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Ypsigrock 2019

Lasciamo la natura per tornare al Chiostro di San Francesco, dove esplode l’orgoglio siciliano con il live di La rappresentante di lista: i ragazzi sono inarrestabili e danno il meglio di loro con i brani del nuovo album: un manifesto, una preghiera al non arrendersi, a non dubitare mai, se la parte in cui si è scelto di stare è qui, dove si combatte contro chi ci vuole chiusi, fragili e manipolabili. Dario, Veronica e il resto della band, come Angelini, D’Erasmo e gli Huntly li ritroveremo sempre, tra il pubblico, fino alla fine del festival – è una di quelle caratteristiche che rende Ypsigrock un’esperienza preziosa.

Sulle prime note elettroniche di Mokado – altro nuovissimo talento, unico rappresentante francese di questa edizione – scappiamo per trovare posto al Mr. Y Stage, nella ex chiesa del Crocifisso, dove una folla variamente composita sta aspettando l’arrivo di Alberto Fortis. Qualche minuto di attesa in più e ci saremmo liquefatti nell’ambiente meraviglioso quanto caldo: ma eccolo planare con le sue sneakers alate, accompagnato da video dove ogni cosa ruota attorno alla sua immagine, direttore artistico di una recita di cui è assoluto protagonista. Il pianoforte è il suo mondo, chi è riuscito a restare più a lungo, incurante delle temperature da ottavo cerchio (prima bolgia), ci ha garantito che è stato uno show incredibile.

Ma tiriamo dritti, perché all’Ypsi once stage ci sono ancora 4 live. La piazza del castello in questa seconda giornata esplode prima del tempo: arriva Baloji e nessuno può stare fermo, contagiato dai movimenti, dalla bellezza, lo stile e, ovviamente dalla bravura di questo one man show, supportato da una band di musicisti davvero straordinari. Non ci sono dubbi, è qui a Ypsigrock per conquistarci e smontare tutti i luoghi comuni sull’Africa e dimostrarci quanto poco conosciamo di questo continente: a partire dai nomi dei suoi stati che ci fa ripassare come una tabellina.

Arriva veloce la fine di quella che per noi è stata una delle migliori performance di questa edizione, lascia spazio a Wwwater, un gruppo che mantiene altissimo il livello, spiazzandoci per presenza scenica, novità della proposta ma, soprattutto l’estensione vocale di Charlotte Aldigery, che dice di venire dal Belgio ma sicuramente nasconde origini ultraterrene – oltre che caraibiche. In meno di un’ora – non sono molti i brani di La Falaise – Charlotte, Steve Slingeneyer e Boris Zeebroek spaziano in un eclettismo che rende difficile definire ciò che fanno con immensa energia, sprigionata fino all’ultimo: continue appropriazioni culturali che ci risuonano ancora dentro, come quella parola: “heartbeat” apostrofata sul finale da Charlotte come lo farebbe un predicatore di Harlem all’apice della sua messa. 

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Ypsigrock 2019

Ancora rapiti da quel qualcosa di ricco e strano che abbiamo appena ascoltato, ci mettiamo un po’ a entrare in sintonia con i Giant Rooks, che riempiono la piazza con esecuzioni impeccabili, sul palco un set super accessoriato, da rock band mica della prima ora. Anche il loro stare sul palco denota un grande studio, che però non va a discapito della freschezza della band che piace davvero tanto al pubblico. Ne riconosciamo la bravura, ma ci ritroviamo tanto di quei gruppi arrivati anni prima a rubarci il cuore, da i The Kooks ai primi Arctic Monkeys e in questa serata abbiamo voglia di lasciarci trasportare fuori dalla nostra comfort zone.

Ed è proprio a questo punto, dopo quasi un’ora di cambio palco, che il viaggio di questa seconda serata di Ypsigrock arriva a compimento: è il capitano David August a guidarci in una galassia nuova, ma permeata da ricordi arcaici, riferimenti a un passato sepolto, alle grandi civiltà, che il musicista sembra voler omaggiare e riportare in auge fin da subito. Il racconto della morte di Caravaggio sul fondo di un componimento che prende il via grazie alle manovre sapienti di quello che davvero sembra un pilota nella sua cabina di comando, da dove può condurci ovunque, accompagnandoci con la voce o, perfino, brandendo una chitarra elettrica – siamo pur sempre a Ypsigrock.

In un crescendo di bassi e bpm, sfioriamo pianeti sconosciuti dove possiamo anche ballare e abbandonarci, per poi riportarci a terra, sani e salvi, mano nella mano. Sul fondo del palco la scritta in italiano – la stessa che conclude ogni live di questo suo tour – “la verità si trova al di là ma è sempre presente” – e una canzone che parte: Amarsi un po’ di Lucio Battisti – chissà come l’avrà presa il pubblico del Melt festival, qualche giorno prima, in Germania.

 

Domenica 11 agosto. Il futuro è già nostalgia

Potremmo già accontentarci di aver visto e ascoltato i Whitney, una delle band più attese, nel caldissimo pomeriggio di Castelbuono, nella giornata che conclude la ventitreesima edizione di Ypsigrock. Julien, Max e gli altri 5 componenti ci hanno regalato uno dei live più adorabili di questa edizione, tra i brani di Light upon the Lake che li hanno resi famosi e i nuovi brani che anticipano il prossimo disco, convincenti soprattutto nelle loro parti strumentali, dove la ricchezza degli strumenti sul palco e l’armonia tra le parti hanno davvero fatto la differenza.

I live sull’Ypsi & love stage finiscono qui per quest’anno ma, per chi non si fa prendere dalla golosità passando davanti a Fiasconaro (i famosi panettoni e i gelati alla manna, ricordate?), ci sono gli /Handlogic e Ólöf Arnalds, che fanno risuonare le mura di ambienti più raccolti: rispettivamente l’ex chiesa del Crocifisso e il cortile interno del Castello dei Ventimiglia, l’unica venue di tutto il festival in cui è difficile trovare posto, se non si è rapidi a mettersi in fila.

Restiamo nei pressi del castello, a goderci un tramonto mozzafiato che illumina i crinali delle Madonie tutt’attorno, mentre il profumo della salsiccia che cuoce sulla griglia ci anticipa quell’angolo di paradiso che raggiungeremo a notte inoltrata. Pip Blom, saliti per primi sul main stage non riescono a distrarci dal tramonto e dal panino con la salsiccia che magicamente si è materializzato tra le nostre mani.

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Ypsigrock 2019

É con Whispering Sons che drizziamo le orecchie, scendiamo giù e ci facciamo spazio verso il palco, per vedere da vicino quello che ci si para davanti. Forse il live di questa edizione di Ypsigrock che ha diviso maggiormente il pubblico, a giudicare dai dibattiti online nati in seguito. Indubbiamente, per noi, una delle cose più speciali che potessimo trovare al festival. Un dramma in più atti, post punk e new wave riportati in auge con teatralità e forza, sprigionata dalla voce (si, è vero, a volte poco incisiva) di Fenne capelli d’angelo, abito di un bianco nella sua accezione più cupa.

A mettere d’accordo tutti ci pensano poi i Fontaines D. C. che con il loro accento irlandese e quel fare da cattivi ragazzi sembrano avere già una fanbase disposta ad adorarli e seguirli in capo al mondo. Un solo breve momento di debolezza di Grian, nell’intonazione durante Television screens, unico brano dove lo sporco e i volumi degli strumenti non sono sufficienti a coprire le imperfezioni, del resto nemmeno nascoste in fase di registrazione. Si riprendono immediatamente fino a farci saltare gli uni contro gli altri quando arriva il momento di Too real. E infine c’è Carlos che si mette a strimpellare la chitarra con la bottiglia di birra a ricordarci che alla fine non possiamo che volergli bene a questi personaggi un po’ punk.

Arriva la notte e arriva forse la soddisfazione più grande per il pubblico e gli organizzatori di Ypsigrock: veder salire sul palco la band che nel 2011 annullò il tour a pochi giorni dalla data, guadagnandosi comunque il nome sulla maglietta, senza tuttavia infrangere la regola dell’Ypsi Once (a Ypsigrock una band può esibirsi solo una volta e mai più!). Stiamo ovviamente parlando degli Spiritualized: quasi due ore di decibel impazziti, muri di chitarre, cori angelici in code infinte e una giusta dose di psichedelia. Il riscatto di Jason Pierce che, dopo aver registrato interamente da solo l’ultimo album, è arrivato sul palco con una formazione quasi orchestrale, e ha portato a casa a un concerto costruito in un continuo crescendo, di suoni, volumi e emozioni. Per culminare in una cover di O happy day, momento magico per i più e meno apprezzato dagli scettici.

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Ypsigrock 2019

Ubriachi di tanta bellezza raggiungiamo il l’Ypsicamping, perché è l’ultima notte di Ypsigrock e ci sono tanti amici da salutare e ancora un po’ di energie per fare quattro salti. Sotto un cielo di stelle mai visto raggiungiamo il palco dove sta già suonando l’ultimo gruppo in scaletta: i Free Love hanno perso tutti gli strumenti nel pomeriggio, ma hanno davanti tutto il necessario per dare il colpo di grazia e mandarci a dormire con le ginocchia distrutte e i timpani sfondati: la coppia di Glasgow mischia cattiveria a sensualità, bassi devastanti e bpm a salire, cantato sensuale e un attimo dopo isterico. Dura poco, quanto basta per ricordarci che a Ypsigrock tutto è possibile. E, dopo tre giorni così, ci saranno notti senza sogni e giornate di decompressione, prima di iniziare a immaginare la prossima edizione, che non perderemo per niente al mondo, a partire da quei nomi che non abbiamo mai sentito nemmeno nominare: quasi certamente le sorprese più grandi.

Non vi sono bastate queste spaginate di racconto per convincervi ad acquistare il prossimo abbonamento a scatola chiusa? E allora vi diamo altri 3 argomenti davanti ai quali non avrete più alcuna scusa:

1. Non chiamatela rassegna: Ypsigrock è da sempre un festival. Tutto succede in un fine settimana, le persone si raccolgono a Castelbuono, i live si susseguono senza soluzione di continuità, si stringono nuove amicizie e si vive pacificamente, insieme ad altre persone del tutto simili a noi la dimensione perfetta della festa, senza disagi né code e birrette sempre fresche contro il caldo africano che raggiunge anche certe quote.

2. Gruppi spalla? Non esistono. Ogni band, che abbia pochi mesi di attività alle spalle, solo qualche EP pubblicato, o una carriera decennale calcando da anni i palchi più importanti, a Ypsigrock ha pari dignità. Non esistono gerarchie o warm up: ogni cosa che vedrete su questi palchi potrà stupirvi e farvi innamorare. Questo ha portato, negli anni, allo sviluppo di un pubblico educato, aperto e permeabile.

3. I cannoli volanti. Dove lo trovate un altro festival che sceglie di farsi rappresentare da rigoli di ricotta e vi spedisce un panettone mignon nel Christmas Pack?

 

di Elena Bertelli // Photo: Richard Giori

 

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