Siamo stati alla 4° edizione del FAT FAT FAT Festival e ci manca già

polpetta
Tempo di lettura: 5' min
10 agosto 2019
Festival, Review 4 U
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FAT FAT FAT: tre giorni di musica immersi nella natura e nella cultura marchigiana ci sono volati davanti come quando dopo una pioggia estiva arriva un arcobaleno e non hai il tempo di immortalarlo, ma ti rimane impresso nella mente.

Quel clima di festa, seppur composto, vibrava di energia ed era incredibilmente coinvolgente. Mani al cielo, sorrisi, colori e persone di ogni età e nazionalità unite dalla passione per la musica. “Funk, Soul, Jazz, Techno, Hip Hop, Disco, House, all the sounds that help the musical proposal to remain authentic, unique and faithful”.

Trovate qualcosa di più bello.

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Il FFAT FAT FAT Festival, organizzato dalla crew che ha istruito musicalmente il centro Italia con il club Harmonized a Porto Sant’Elpidio negli scorsi anni, è riuscito a conquistarsi l’epiteto di “Dekmantel italiano” perché si svolgono nello stesso periodo ma soprattutto per gli ospiti di qualità indiscussa che si contendono da quattro anni. Un inno alla “black music”, in tutte le sue sfumature, artisti che hanno fatto la storia, altri che quella storia la onorano ad ogni performance.

Certo è che non sono nomi cui siamo abituati a leggere nei flyer qui in Italia, dove spesso i collettivi puntano al sold out facile piuttosto che alla qualità dell’esibizione. Un po’ perché certe proposte sono più uniche che rare e di conseguenza non siamo pronti a certe situazioni.

Per fortuna ci sono i ragazzi del FAT FAT FAT. “You can’t download the experience”

Devi viverlo per apprezzare l’esperienza, puoi leggere review, guardare video o teaser ma quel che abbiamo vissuto con i sensi e con l’anima in quei giorni non può essere descritto o riprodotto.

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Il festival prevedeva una prima data, venerdì 2 agosto, per entrare con eleganza nel mood del FAT FAT FAT, in piazza Vittorio Emanuele II a Morrovalle, paesino medievale di 10 mila anime arrampicato sulle colline maceratesi.

Un posacenere portatile a testa (grandissima idea, rispetto del territorio prima di tutto), ‘paccatello’ di benvenuto (vino & acqua frizzante per i forestieri) e si va, iniziamo.

In quel contesto intimo, tra le viuzze del centro storico, davanti al campanile del palazzo comunale si è esibito il trio live composto da Mark de Clive-Lowe alle tastiere con Shigeto alla batteria accompagnati dalla sublime voce di Melanie Charles che ci ha coccolati con note di flauto traverso su ritmi jazz, poesia. “Eargasm” per usare un neologismo.

Che altro dire di un trio di artisti tecnicamente fortissimi che si sono esibiti per la prima volta in assoluto qui? Prestazione da incorniciare.

A seguire Carista, dj olandese che ha infuocato la pista con disconi funk\soul\rnb e in chiusura dj Dez Andrès maestro di Detroit che ci ha deliziati con un’ora e mezza di sonorità house\hip hop e screcci a non finire. Tutto questo con lettori cdj che, per una volta, non ci hanno fatto rimpiangere gli amati Technics, affatto. Lunga vita a te Andrès di Mahogani Music.

 

Arriviamo al sabato già felici come bambini in un negozio di caramelle, ci aspettano altri due giorni di musica da capogiro. Cambio di location: Grancia di Sarrociano, tipico casolare di campagna marchigiano ristrutturato, ex granaio e casa colonica. Si accede da un viale di cipressi suggestivo, da film. Parcheggiamo in mezzo ad un campo di grano mietuto ed entriamo.

Il Main Stage è nel cortile del casolare, dancefloor su ghiaia: dove un tempo razzolavano galline oggi danzano giovani da tutta Europa. Lo stage più piccolo, “Giardino della Sgugola”, come tutti i palchi secondari ha quel che di magico, il dj è vicino la pista, si crea più facilmente quella sintonia stile club tra chi seleziona la musica e chi la ascolta. Necessario.

Il clima è -ovviamente- diverso, numerosi stand di cibo tipico della regione circondano gli stage: maritozzi con nutella, panini con porchetta, ciauscolo e pecorino, la famosa crescia di Cingoli e altre prelibatezze locali con cui noi marchigiani siamo cresciuti. Lode ad un festival che si contraddistingue anche per la valorizzazione del territorio e della sua cultura culinaria; sarò di parte ma, che orgoglio vedere un francese che addenta un panino col ciauscolo sulle note di Lakuti: “you can’t download the experience” !

Set sublime della dj che ha portato il sound house di Chicago dal Sudafrica a Londra poi a Berlino fino a Macerata. Applausi.

Nel frattempo nel main stage si alternano Mr. Scruff e Motor City Drum Ensemble, back to back senza precedenti, mood chill e groovy che si irrigidisce con l’evoluzione del set: il maestro inglese che sfodera dischi paurosi e l’allievo tedesco che cerca di stare al passo del mostro sacro di Ninja Tune: una rincorsa musicale emozionante della durata di 4 ore. Così, tra un disco e l’altro, mentre il sole tramonta dietro gli schermi del main stage, Mr. Scruff scende in pista a ballare tra noi, wow.

 

 

Ritorniamo per un attimo alla Sgugola per il live di dj Khalab, molto vivace come al solito, suoni tribali su beat scanzonati e giri di basso danzerecci danno il giusto setting alla pista, pronti per il successivo live di Hieroglyphic Being che mi lascia un po’ deluso: ricordavo il suo live con gli iPad come una bomba (due anni fa al Robot a Bologna) ma non è stato proprio così, synth meno acidi del solito e strumentali poco incisive.

Le ore successive siamo fissi al main stage, tra i dischi del detroitiano Kyle Hall e del veronese Volcov che si alternano in modo egregio ma eterogeneo, continuando la festa lasciata dai due nord europei in preparazione alla chiusura della serata: Move D + Optimo. Un flusso di emozioni ci accompagna per le ultime tre ore del sabato, dall’house alla techno passando per tracce ricercate che non sono stato in grado di riconoscere (nemmeno Shazam). A letto con le gambe stanche, come è giusto che sia.

 

L’ultimo giorno del festival, domenica, si parte con un dj set in back to back di dj Spinna e Geology; repertorio sconfinato di dischi che spaziano dal funky, soul, rnb all’hip-hop, quattro ore di selecta raffinata che ci cattura completamente. Complici anche le riprese paesaggi collinari e costieri, vigne, campi coltivati delle Marche negli schermi dietro la console, rimaniamo incantati come cobra al suono del flauto. Lo stesso vale per Flo Real, figlia di Moodymann che riscalda il già movimentato dancefloor della Sgugola con sonorità fresche e giocherellone; ritorniamo al main stage? Ardua scelta.

Chi se non al produttore e musicista californiano Dâm-Funk si potevano lasciare i controlli del Main stage dopo i due colossi newyorkesi? Artista a 360 gradi che sfodera perle musicali (e copricapi diversi) per due ore, mc irraggiungibile quando afferra il microfono e fa un dubplate sulla strumentale di “Hood Pass Intact” continuando poi acapella mentre tutti battiamo le mani a tempo. Sguardi pieni di felicità e sorrisoni mentre il maestro del funk si esibisce, forse uno dei momenti più alti di tutto il festival. 10 e lode.

Sta a Moodymann continuare la difficile opera di coinvolgimento, qualche saluto ai suoi amici con il suo slang quasi incomprensibile, “what up doe” ogni tre per due e via con l’ultima mezz’ora affidata al suo compagno Andrès che inizia a screcciare, un fuori programma di due artisti incredibili. Lasciano il Main stage del FAT FAT FAT ad Antal, selector fuoriclasse cofondatore di Rush Hour, storica label e negozio di dischi di Amsterdam che trasforma il dancefloor in una festa di chiusura degna di un evento grandioso; tracce afro, asiatiche e omaggi ai nostri Pino Daniele e Nu-Guinea – loro sì, suonavano negli stessi giorni al Dekmantel, e dei loro live vi abbiamo già raccontato qui – sanciscono il ko definitivo di un match domenicale incredibile.

 

 

Ci rivedremo ad agosto 2020 caro FAT FAT FAT, mancherai.

Nicola Federici
Ph. Daniele Zappalà

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