Faces Of Jazz:Re:Found 2016

polpetta
Tempo di lettura: 10' min
20 dicembre 2016
Festival, In primo piano, Interviste

Ad appena 2 settimane dall’evento che ci ha impegnato le orecchie e la mente per ben 5 giorni, ci troviamo oggi qui a ripensare a quello che è stato JAZZ RE:FOUND.
Facendo scivolare il cursore fra gli scatti rubati durante il festival, tornano alla mente le chiacchiere e gli interessantissimi dibattiti avuti con molti dei fruitori del festival e l’entusiasmante “entourage“ Vercellese.
Entourage non sarebbe nemmeno un termine giusto per definirli, poiché si utilizza in casi dove il gruppo è attorno ad un unico membro definito “capo”.

Questa volta invece ci siamo trovati all’interno di una famiglia larga e dai geni molto distanti dall’essere simili fra loro.

L’intento di catturare informazioni e materiale fotografico, ci ha permesso di entrare dalla porta principale in un mondo costellato di retroscena, ricerca dei dettagli  e problemi con cui qualsiasi organizzazione è obbligata a confrontarsi.
Dall’altra parte dello stesso pianeta invece, ci troviamo con il pubblico che ha potuto semplicemente godersi gli spettacoli e trascorrere un po’ di tempo con noi a raccontare quali sono stati gli aspetti positivi e, ovviamente, presentandoci alcune divergenze di pensiero con coloro che hanno ideato il tutto.

L’elevata dote comunicativa (emersa grazie ai numerosi vodka-tonic sponsor tecnico del nostro duo d’attacco) ha messo in relazione i 2 cantoni, ovvero i due differenti punti di vista che pubblico e organizzazione hanno su qualsiasi singolo aspetto di un evento.
A proposito di questo, abbiamo ritenuto di vitale importanza sottolineare le ostilità che qualsiasi nucleo direzionale di una macchina così complessa si trovi costretto a subire, ancor prima che il pubblico ne percepisca le ripercussioni sui propri ticket o sulle variazioni che influenzeranno poi le timetable.

Ci siamo promessi di prendere appunti e scattare foto a tutti quegli istanti che secondo noi meritavano di essere richiamati in causa, ma non per un semplice “gotta catch em all” di like, ma bensì per dedicarci ad un approfondimento chiaro e nitido riguardo gli aspetti e le persone che ci sono, ma non si notano.

I problemi che ci sono, ma non si vedono.

Gli operatori che lavorano, ma non si considerano.
Ed il pubblico infine, che assiste agli show e si sente nella posizione di poter lanciare provocazioni verso coloro che hanno lavorato in funzione di una “teorica” ricerca della soddisfazione dei suddetti (e scusate se è poco).
Quest’ultimo articolato periodo, delinea i confini di un ragionamento attraverso il quale si potrebbero aprire dibattiti verso i più grandi cambiamenti dell’umanità (in negativo purtroppo).
La realtà è che noi vogliamo nuotare nel tentativo di intersecare i punti di vista fra pubblico e organizzazione, viaggiare delicatamente fra le loro diverse “sensibilità”e cercando di appianarne alcuni tratti, quelli che spesse volte colpiscono questo rapporto sacro fra “io che pago” e “te che organizzi” ponendoci nella posizione di poter gettare un po’ di “sterco” sul lavoro altrui.

E il fatto che si sia semplicemente proprietari di un ticket, non lo riteniamo giusto.

Alcune infelici dichiarazioni (seppur poche) ci hanno fornito l’input necessario ad allargare l’orizzonte della nostra ricerca di volti e pensieri, convergendone addirittura la rotta verso una collezione di vere e proprie gemme che, per motivi di (maledetta)censura, è meglio tenere per noi.

Ma facciamo un tuffo indietro.

Poche settimane prima dell’inizio del festival a cui io e la mia spalla destra Roberto abbiamo partecipato in maniera attiva (forse anche troppo vista l’onnipresenza di origine adrenalinica), giunse al pubblico il freddo annuncio dell’annullamento della data dei DE LA SOUL.
Rammaricati, ne prendiamo tutti atto, mentre a distanza di poco tempo vengono annunciati i nomi che avranno l’arduo compito di sostituire la band di elevata caratura.

Nomi che tra l’altro promettono molto bene:
GILLES PETERSON, COLLE DER FOMENTO E DEGO.

Oggettivamente, parlando di artisti che usano il cuore e una non trascurabile tecnica nell’esecuzione di tutto ciò che gli compete, chiunque abbia comprato il ticket in anticipo, avrebbe  potuto godere di 3 grandi show al posto di uno e, contemporaneamente, assistere all’esecuzione del festival dai connotati più eterogenei che il nord Italia abbia in programma in questo 2016.

Ed ecco che improvvisamente appaiono muri, offese e recriminazioni da parte di chiunque non sia in grado di percepire lo sforzo, il lavoro e le ansie che un gruppo di lavoro è costretto a subire in casi gravi come questi, dove l’headliner del festival manca all’appello (pure se per motivazioni piuttosto lampanti visti gli spiacevoli eventi alla base della cancellazione del tour intero).

Ma una volta superata la prima ondata di commenti scoraggianti, a festival iniziato, un’altra brutta notizia bagna i piedi al pubblico preoccupato, provocando un brivido lungo la loro schiena.

Anche i GOGO PENGUIN sono costretti a saltare la data a causa della malattia di uno dei componenti, pianista chris illingworth.

“il nostro ticket va difeso” pare urlino, inneggiando al contempo verso assurde accuse di incompetenza e scarsa professionalità da parte dell’organizzazione tutta.
Ci risiamo.

Questo è l’amaro drink che si è costretti a bere quando non vengono rispettati i  tanto acclamati 10 secondi di silenzio che precedono la parola.

Ed è proprio da qui che io e il mio “occhio” Roberto abbiamo avviato un percorso fatto di domande, foto, curiosità e testimonianze di quelli che sono i fattori e le variabili in gioco sul terreno dell’organizzazione.

Vorremmo portarvi dentro quello che non si vede di JAZZ RE:FOUND.

La parte più misteriosa di un universo fatto di pesanti responsabilità che non vengono percepite dai più.
Quelle responsabilità verso talmente tante persone che, alle volte, obbliga a prendere decisioni apparentemente non condivisibili.
Tutti i soggetti rappresentati (QUI SOTTO) meriterebbero un ampio spazio per quanto avrebbero da raccontare, ma per attinenza ai temi e all’oggetto del nostro report abbiamo deciso di citare alcuni momenti della piacevole chiacchierata intercorsa fra noi e Denis Longo, organizzatore/art director del festival e fondatore dell’associazione CASANOEGO (che già dal nome, lascia intendere il mood).

Per descrivere la genesi di JRF bisogna fare un salto molto indietro nel tempo, dove le contaminazioni etniche, il jazz, il soul e la broken beat stavano influenzando una miriade di differenti settori musicali anche d’oltre oceano, tra cui la techno di detroit che comincia ad approcciarsi a sonorità jazz e sequenze ritmiche spezzate.
Dalla “west london”, citata a voce singhiozzante e nostalgica dal direttore artistico del festival, verso il resto del mondo (ulteriori dettagli nella review in uscita la prossima settimana).

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POLPETTA MAG: “Denis, parlando con Ivan Vella (aka ENSI) è emerso che anche molti rapper della scena Bolognese degli anni 90, abbiano tratto ispirazione dall’ormone eccitato che si agitava nei bassifondi di Torino.
In quanto proveniente da Vercelli immagino Torino sia stata anche per te un importante punto di partenza. Sbaglio?”

DENIS: “Si, Torino è stata città adottiva per il festival dopo una prima edizione nel 2014 che ci ha visti dislocati su 3 differenti punti: Vercelli, Torino e Milano.
A seguito di quell’occasione abbiamo optato nel focalizzare l’attenzione su una unica città.
Proprio per quelle motivazioni e per il suo spirito, Torino ci è sembrata la più adatta”.

POLPETTA MAG: “da dove proviene il tuo gusto? Cosa nel mondo ti ha fatto esporre al punto tale da coinvolgerti verso la creazione di un evento di questo tipo? ”

DENIS: “Guarda, ho avuto la fortuna di assistere alla fase ascendente di “ryanair”.

Questo ci ha permesso nei primi del 2000 di essere molto presenti dove il movimento “broken beat” affondava le sue radici a ovest di Londra.

Orfani del Co-Op nel 2006, dove tra l’altro (curiosità) eravamo gli unici bianchi insieme ad Enrico Crivellaro (aka VOLCOV), siamo tornati a casa desiderosi di sprigionare tutta la freschezza di quella che poi sarebbe diventata la “black music” oggi a noi nota, ma sotto una chiave di lettura più nord europea, quindi in modalità camping, nelle prime periferie di Vercelli nel 2008.”

Rispetto le prime edizioni JRF ha cambiato molte pelli, e ad oggi possiamo dire con certezza che i numeri delle persone volontarie nella creazione del progetto sono attorno alle 60, numero che esplica il coinvolgimento da parte di chi crede nella creazione di un “checkpoint” da cui ripartire, verso la ricerca del giusto equilibrio fra l’immediatezza dell’elettronica e le consistenti trame strumentali del jazz.
Un percorso fatto di cultura e di comprensione.
Il melting pot di etnie riscontrato anche nei primi piani di Roberto, vuole rappresentare anche come questa arte arrivi da tutti e sia, senza limiti, per tutti.

E mentre il ragionamento continua a percorrere la sua via, incontrando tutti gli ostacoli che aimè non è possibile schivare nel confronto con la società contemporanea, ci imbattiamo in una delle persone che più ci ha aiutato a individuare il punto focale del tema da oggi noi affrontato con molto interesse.

Innanzitutto deve essere chiaro a tutti che non vogliamo marcare il confine fra “giusto/sbagliato” e “chi ha ragione o chi ha torto”, in quanto la soggettività nell’interpretazione dei significati di questi termini non abbia nulla a che vedere con il potere conferitoci in questa vita: rimane comunque palese quanto sia importante affrontare il tema con persone che abbiano da raccontare cosa si nasconda dietro a cambi di programma che possono avere importanti effetti sulla buona riuscita di un qualsiasi evento.
In questo senso chi meglio di Luca Biasetti avrebbe potuto illuminarci il cammino?.

POLPETTA MAG: “Luca, che incarico hai all’interno di JRF e come si è strutturata la tua carriera all’interno degli eventi?”

LUCA: “a JRF faccio lo stage manager, mi occupo cioè di fare in modo che gli orari siano rispettati (quindi gli artisti si esibiscano nei tempi previsti); che gli artisti abbiano a disposizione tutto quanto occorre loro (spazi, strumentazione, ascolti) per suonare al meglio; che tutte le movimentazioni necessarie a posizionare i setup sul palco siano coerenti e ordinate di artista in artista (o almeno ci provo).
Ho cominciato un tot di anni fa a lavorare come backliner (occupandomi di strumentazione di altri musicisti), ed è nel 2011 che il mio amico e mentore Michele Sem Cigna mi ha proposto di affiancarlo come stage manager nell’edizione di quell’anno di Movement Torino. Da allora non ho più smesso.”

POLPETTA MAG: “Noi ci siamo conosciuti dietro il palco del cap 10100 ma l’obiquità ti ha portato ovunque anche nelle altre location: in quanti eravate a svolgere il lavoro? ci sono state particolari conseguenze per voi dopo l’annullamento delle date dei de la soul e gogo penguin?”

LUCA: “JRF ha tra le sue particolarità quella di coinvolgere alcune venue della città di Torino e che spesso distano alcuni km l’una dall’altra, quindi per noi operatori non è sempre una semplice missione, mentre rimane l’elemento caratteristico dell’intimità e del messaggio di JRF.

Quanti siamo ? Pochissimi. Davvero un festival fatto con poco staff, non perché si sia sprovveduti, ma bensì agguerriti ed energici. Il comparto con cui ho più a che fare è quello della produzione. Paola – brava da fare spavento – si occupa della direzione; Chacka è il responsabile tecnico, nonché il mio punto di riferimento sulla risoluzione dei problemi. In questo festival abbiamo concordato praticamente su tutto, ad eccezione dell’ultimo disco di Bon Iver, su cui abbiamo pareri profondamente discordanti ma che non compromettono la nostra amicizia fortunatamente. A causa delle molteplici venue, spesso è corso in aiuto Marco, che ha seguito il setup di Yussef Kamaal e degli Underground Resistance mentre io mi occupavo, altrove ma negli stessi orari, di Grandmaster Flash oppure Tony Allen. Poi c’è Andrea, che ha seguito passo passo il giro del backline riservato ai dj, con grande cura per i giradischi e le macchine più infernali che abbia mai usato nella mia vita. Infine aggiungi sempre almeno due/tre tecnici del service che ci hanno accompagnato nella sistemazione dell’impianto, la microfonazione e la gestione dei banchi di sala e palco, insieme alla “coppia di fatto” Josh (light designer) e Aaron (visual) il cui lavoro mi stupisce ogni volta sempre di più. La cancellazione di De La Soul e Go Go Penguin hanno prodotto esiti diversi, ma non tanto per le questioni tecniche (se non per la ridistribuzione degli artisti e delle line up), ma qui devo fare una premessa: chi pensa JRF lo fa avendo in animo in primissima battuta il feeling che vorrebbe provare da ascoltatore. Si potrà immaginare quindi lo stato d’animo di tutto lo staff nel momento in cui i De La Soul ci hanno lasciato “in mezzo al mare”.“

POLPETTA MAG: “Ci piaceva la storia che ci raccontavi dicendoci che sei noto perchè non perdi mai il il controllo. Allora perchè minacciavi di strozzarmi?” (NE ABBIAMO LE PROVE, vedi sotto)
LUCA: “sono una persona che normalmente non pensa ai problemi, ma alla loro risoluzione. Credo che avere un atteggiamento pro attivo sia l’unica possibile risposta ai lati complessi di questo lavoro. Il claim “non esistono problemi, esistono solo soluzioni” dovrebbe essere stampigliato in giro un po’ dappertutto dove si fa’ musica (o spettacolo). Un altro dei compiti dello stage manager è quello di tenere a bada i fotografi, spesso afflitti da convulsioni da palco: saltano ovunque e in un attimo te li trovi incastrati sotto la pedana della batteria mentre la stai spostando, insomma un vero casino, per non parlare poi di quei loro flash più potenti delle Atomic 3000. A volte verrebbe da strozzarli”

POLPETTA MAG: “per chiudere, dicci un po la tua su JRF…”

LUCA: “Personalmente amo moltissimo il fatto che in un festival esista una sorta di narrazione riconoscibile: insomma un elemento caratteristico che ne contraddistingua la natura, ancorché distante dal mio gusto musicale, ma rappresentativo di un mondo. Non amo i festival che praticano la ricerca del hype fine a se stesso e quelli per gli addetti ai lavori, dove il pubblico diventa cliente e basta. Credo che il mio ruolo abbia la funzione di far girare al meglio la catena: se l’artista è a suo agio sul palco (per ciò che compete il festival naturalmente, per il resto non mi prendo responsabilità terapeutiche), si diverte. Se si diverte suona meglio, se suona meglio chi lo ascolta si diverte di più e porterà con sé un ricordo significativo di quella serata. Di JRF amo sopra ogni cosa questa tensione costante alla costruzione di relazione con la musica ‘nera’. Le considerazioni di natura antropologica ci porterebbero lontano, ma personalmente credo che questa cultura (africana, post coloniale, afro americana) sia in qualche modo la forma culturale più vivace degli ultimi cento anni. Il titolo della mostra dedicata a Coltrane che era in cartellone a JRF dice moltissimo della tensione di cui sopra. Siamo bianchi, e in qualche modo questa cosa non ci consente di cogliere nell’essenza “quella” cosa, ma siamo tesi nella ricerca, vogliamo bere da quella sorgente. In fondo “Hip hop, it’s bigger than my niggery” dice Erykah Badu, e se lo dice lei, come non crederle”.
Abbiamo passato 5 giorni con queste persone, animi nobili che hanno ben chiaro l’indirizzo del loro fare, come anche quello del loro essere.

Al di là delle futili lamentele che ogni forma di delusione si possa portare con sé, oggi più che mai il pubblico  conferma di essere il lato più difficile da soddisfare, ma allo stesso tempo, possiede un’importanza tale da garantire (o meno) il raggiungimento degli obbiettivi che eventi ed esseri umani di questo genere si prefissano.

La morale di questa lunga analisi, dal momento in cui abbiamo dimostrato di aspettarci qualcosa dalle persone con cui abbiamo chiacchierato, non può che terminare con un domanda rivolta a tutti noi che spesso ci crediamo nella posizione di poter aprire la bocca ad ogni singolo errore altrui, quasi come fossimo critici d’arte piuttosto che semplici e miseri fruitori di un’arte appunto, di cui sappiamo meno che niente, ovvero quella dell’intrattenimento.
Ora che siamo arrivati qui vi chiedo: “é davvero il caso di minimizzare il lavoro altrui prima di informarsi su quali siano le reali cause di ciò che accade?”.
Riuscire a render proprio ogni singolo problema che coinvolga chi abbiamo di fronte potrebbe rischiare di essere il “the new black”.

words by Sergio Mannino
pics by Roberto Mazza Antonov

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