Al Linecheck Festival il pubblico diventa comunità

pietro-mantovani
Tempo di lettura: 3' min
27 novembre 2019
Festival, Review 4 U
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Da martedì 19 a domenica 24 novembre, BASE Milano e i locali dei Navigli hanno ospitato la 5a edizione del Linecheck, nella formula inedita dello showcase festival.

Un’edizione votata ai temi dell’apertura e dell’inclusione con sguardi sul presente e sul futuro dell’industria musicale.

Sabato 23, ultima serata del Linecheck, a Milano c’è un clima infame. Arrivo in BASE nel tardo pomeriggio e cerco di prendere confidenza con il posto. Gruppi di persone sedute al bar e nelle Learning Rooms. Nel piccolo Anfiteatro al piano delle musicROOMS si sta svolgendo un panel sul ruolo degli eventi musicali nell’ecosistema delle città contemporanee. Decido di proseguire verso l’aula dove sta per iniziare uno degli ultimi meeting della giornata: “La sfera magica: una profezia del mercato italiano dal vivo”, moderato da Giovanni Ansaldo di Internazionale e con Giorgio Riccitelli (Radar Concerti), Carmine Errico (Django Concerti) e Silvia Butta (Orbita e Vivo Concerti).

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©️ ph. Lucia Buricelli

La discussione purtroppo dura poco, ma tocca dei punti nodali: dal problema dei cachet dei grandi artisti alle strategie di vendita dei biglietti basate sulla FOMO (Fear Of Missing Out), dall’utilizzo di dati per prevedere analiticamente il pubblico che parteciperà a certi eventi allo spaventoso modello dell’experience marketing, fino alla moda dei boutique festival. L’effetto è straniante: “il mercato dei live è in ottima salute e i numeri fanno ben sperare”, dicono gli ospiti in apertura, salvo poi iniziare a dipingere un quadro in cui compare un enorme elefante nella stanza, e cioè la scarsa sostenibilità dei modelli di organizzazione, promozione e vendita attuali e la composizione di un mercato in cui il divario tra centri e periferie, grandi attori e organizzatori locali è sempre più ampio.

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©️ ph. Silvia Violante Rouge

Finiti i meeting, resta solo qualcuno chiuso nella CAPSULA e alcuni ospiti sparsi tra i tavoli del bar. Gli spazi vengono svuotati in vista dei live. Ne approfitto per assaggiare il Nebbiolo del bar e andare a mangiare qualcosa in un ristorante a pochi passi, facendomi strada tra rider Glovo infreddoliti. Al mio ritorno trovo sul palco della sala principale gli Al Doum & The Faryds, degni anticipatori dei temi musicali della serata, con i loro suoni etnici accompagnati da litanie lisergiche che sfiorano la world music più essoterica.

Sul palco della seconda sala, nel frattempo, i Doomsquad danno il cambio ai Nava, affascinante band milanese che unisce suggestioni persiane e sonorità futuristiche, con una collaborazione estemporanea salutata con entusiasmo dal pubblico. Faccio giusto in tempo ad assaggiare i bassi di Weather Patterns che – come scoprirò poco dopo – la sala principale si sta riempiendo per dare il benvenuto agli Egypt 80, storica band del mitico Fela Kuti, padre dell’headliner di stasera: Seun Kuti.

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©️ ph. Silvia Violante Rouge

Torno quindi nella sala principale, facendomi largo tra scarpe Vans, cappelli colorati, e maglioni a collo alto. Le sonorità afrobeat degli Egypt 80 scaldano l’ambiente con la loro ripetizione ossessiva di ritmi e motivi musicali. Le percussioni accelerano e rallentano in modo impercettibile provocando una sorta di trance nel pubblico presente in sala, che segue il suono con automatiche ovazioni a ogni entrata dei fiati. Un’ipnosi collettiva da rito mistico dell’Africa centrale – terra natìa della nostra progenitrice comune, Eva mitocondriale – che agevola l’apertura delle porte della percezione mentre il santone sul palco suona, danza, predica. Seun Kuti segue il ritmo ripetendo frasi per instillare un messaggio nello spettatore, che si dimena sulla pista per scacciare i demoni della settimana lavorativa. Il live è un crescendo che culmina in una festa dionisiaca, con il Nostro che finisce lo show senza maglia e il celebre tatuaggio “Fela lives” che campeggia sulla schiena sudata.

Fela Kuti vive grazie al figlio e alla sua band che ne custodiscono suoni e messaggi, solo appena aggiornati con contaminazioni, dipartite e accenni dissonanti che, pur essendo genuine ricerche di senso, per una strana eterogenesi dei fini diventano segni comprensibili, tracce che la platea milanese segue con agio, riconoscendosi, almeno per una sera, discendenti della stessa stirpe.

Photo Courtesy Linecheck

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