Il sahara blues di Fatoumata Diawara racconta di amore, Africa e futuro

anita-vicenzi
Tempo di lettura: 2' min
30 ottobre 2020
Review 4 U
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Ci sarebbe dovuta essere anche la band sul palco con Fatoumata Diawara venerdì 23 Ottobre, ma causa Covid…

Saremmo dovuti essere tra i muri del Locomotiv, a muovere i nostri corpi vicini sotto il palco sul quale Express Festival ha portato una delle artiste più interessanti del panorama contemporaneo. Ieri sera, invece, Fatoumata è salita da sola sul palco del Teatro Manzoni, con la sua voce e la sua chitarra, ma l’energia che ha portato è riuscita a riempire gli spazi lasciati vuoti dal distanziamento sociale.

Fatoumata Diawara è un’artista articolata. Muove le sue dita veloci lungo le corde della chitarra e non ha paura di lasciarsi guardare mentre, tra un pezzo e l’altro, accorda lo strumento- rendendoci trasparente la complessità della sua musica. 
La musica di Fatoumata è complessa perché racconta in maniera primordiale di sentimenti che scavano alla radice di ciò che è umano.
 La sua voce graffiante esplora un’ampissima scala di sonorità, e anche quando canta in bambara– la lingua del Mali, di cui è originaria- riesce a trasmetterci esattamente quello che sta succedendo. Lì seduti nelle comode poltrone vellutate del teatro è stato come se Fatoumata ci avesse presi per mano, fatti sedere attorno a un caldo falò e raccontato le storie che fanno girare il mondo.

(continua sotto)

La musica di Fatoumata Diawara parla di ingiustizie e di amore impossibili, di nomadismo e libertà. Si appella alla voce dei bambini- come in Fenfo, pezzo del suo ultimo album- per fare domande sul futuro.
Passa dal farci esplorare il suo Mali con pezzi come Timbuktu, fino a reinterpretare Stand by me– trasportandoci in un viaggio planetario che vuole parlare alla nostra anima profondamente umana.

Probabilmente la musica di Fatoumata arriva così in profondità perché viene da molto lontano. L’artista infatti cresce ascoltando musica Wassoulou, quella che secondo gli etnomusicologi è stata una dei principali antenati pre-coloniali del blues. Una musica che affonda le radici indietro nei secoli e che Diawara ci restituisce arricchita dalla sua esperienza, investita di un moderno sentimento globalizzato.
Elettronico e rituale si fondono lungo le corde della chitarra, insieme alla sua voce Fatoumata crea ritmi e melodie che rendono superflua la conoscenza della lingua in cui canta: tutto quello che ci doveva dire ce lo sta dicendo con i suoi suoni.
Ma Fatoumata vuole essere sicura che le storie che ci racconta vengano comprese: tra una canzone e l’altra ce le racconta, ci parla di George Floyd, di nomadismo e migrazione, di bianchi e di neri, di ricchi e di poveri. Con la sua voce ci abbraccia, e ci ricorda che: we all have red blood.

Fatoumata se ne va dal palco, ma non prima da averci fatto mettere in piedi, battere le mani e smuovere i corpi per un purificante momento.

Proprio perché abbiamo tutti il sangue rosso, è bene ricordarci che è importante sapere quello che succede lontano dal nostro giardinetto.
Qui per sapere cosa sta succedendo in Africa in questo momento.

 

Ph. Marianna Fornaro / courtesy Locomotiv Club

 

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