Toscana, progressive e buone maniere – Intervista a Francesco Farfa

domenico
Tempo di lettura: 16' min
21 maggio 2018
Interviste

“Ricorderò’ sempre la mia prima serata nel bunker dell’Echoes di Misano: al secondo disco c’era qualcuno che mi faceva il segno della “pera” sul braccio, perché ero troppo lento.”

La Toscana, la progressive e la sua gentilezza. La settimana scorsa abbiamo incontrato Francesco Farfa, oltre a parlare di musica e clubbing gli abbiamo chiesto di raccontarci anche la sua carriera artistica, un viaggio che parte dalle prime feste in magazzino passando per la Francia e rivivendo la sua terra che fece ballare tutta Italia.

francesco farfa

Iniziamo dalle origini o dal “colpo di fulmine” se così possiamo definirlo: è il 1977 quando per la prima volta vedi due giradischi e un dj dietro una consolle, è stato quello il momento in cui hai capito che volevi trasmettere qualcosa a qualcuno attraverso la musica?

Quella volta fu folgorante in quanto a nove anni, con quel volume ed in quell’ambiente, sembrava di entrarci dentro alla musica…una sorta di viaggio in 3D, ma pur lasciando dentro di me un segnale di ispirazione fu qualche anno più avanti, quando potei toccare con mano le prime strumentazioni, che capii quello che avrei voluto fare.

Da lì si parte: le feste in garage, i primi party in giro per provincia, le domeniche pomeriggio, l’Ypsilon, la Cantina e il nome di Francesco Casaburi che inizia a girare tra i giovani. Come hai vissuto l’inizio della tua carriere e come ti sentivi tra i tuoi coetanei?

È grazie ai miei genitori che ho potuto iniziare ad esprimermi, perché oltre a darmi una mano nell’acquisto dei primi mezzi rudimentali, mi concessero uno spazio dove poter costruire una sorta di mini club nel grande garage di casa, appunto. Gli amici di quel tempo, mi appoggiavano e promozionavano bene, perché la situazione che avevamo creato era “sentita”, equamente, da tutti.

Avevamo un posto tutto nostro dove fare le feste e invitare gente. Eravamo in un luogo sicuro e gli altri genitori erano tranquilli. Ci siamo dati una mano, per dirla in tutta trasparenza.

Qualcuno comprava anche qualche disco, qualcun’altro portava del materiale elettrico per auto costruire centraline ed effetti luce artigianali, altri da bere…. Eravamo una sorta di cooperativa alla buona, genuina.

I dischi, provavano a metterli tutti e organizzammo anche un corso da DJ con una decina di ragazzi del paese.

Io mi sentivo come ognuno, non speciale o superiore…un semplice ragazzo di famiglia un po’ gipsy.

Ho sempre cercato di mettere a proprio agio le persone ed ho sempre cercato situazioni che mi facessero stare bene, evitando quelle che non mi piacevano.

Un paio di anni prima, fui estraniato dalla comitiva che frequentavo che si stava trasformando in gang, perché non accettavo di adeguarmi ai loro comportamenti fuori etica sociale. I suddetti si ispiravano a film simbolo di ribellione verso il sistema, come Arancia Meccanica o The Warriors e avevano incominciato a combinarne di non belle ai danni di persone e cose. Quel giorno ero distrutto, perché quella gente mi portò via colui che fino ad allora avevo considerato il mio migliore amico.

Fu proprio successivamente, nel periodo di inizio di questa bella avventura con la musica, che mi resi conto di quanto la vita mi avesse fatto un regalo in quella circostanza.

Mi vengono in mente gli episodi di bullismo, di cui si parla tanto oggigiorno…Tanti ragazzi dovrebbero interpretare certi rifiuti come dei regali.

Quando si viene rifiutati da gente che vale umanamente poco, bisogna considerarsi dei privilegiati e non dei perdenti.

La vita, con i suoi cicli, ti fa vedere più chiare le cose a medio e/o lungo termine; basta solo un po’ di pazienza, rispetto di sé stessi e mai buttarsi giù.

27 agosto 1990 la prima esibizione con Roby J, poi verrà Miki e poi Matteucci, che trasforma Francesco Casaburi in Francesco Farfa. Tre grandi amici prima che colleghi e collaboratori, persone con le quali hai condiviso momenti di vita, consolle, viaggi e dischi. Incontri di energie e nuove sinergie pronte ad unirsi per dare vita sempre a qualcosa di nuovo. Ci racconti qualche aneddoto di questa “Triade toscana”? Pensi che il rispetto e la sincerità lavorativa che hai avuto con loro possa ancora esistere?

Il 27 agosto conobbi Roby, fu un mese e mezzo dopo che ebbi il piacere di fare la prima serata con lui. Di aneddoti ce ne sono tanti ma meglio non raccontarli, almeno per il momento. Si tratta di situazioni psichedeliche che, ahimè, sono anche servite per capire meglio certi aspetti della musica. Nelle FARFAHOUSEs  (cosi venivano chiamate tutte quelle che cambiavamo) era musica 24/7, gente che veniva, gente che andava ….sempre festa.

A quell’età e in quel preciso periodo si viveva in maniera molto più spensierata e con la spensieratezza i sentimenti di competizione non prendevano spazio. Con Roby e Miki, ci rispettavamo perché’ eravamo consapevoli delle qualità’ e peculiarità di ognuno di noi. Credo fermamente che una macchina armonicamente perfetta come eravamo noi, è un fenomeno irripetibile. Non è durato a lungo, perché poi la vita divide le strade, però la componente alchemica resta nel tempo e se oggi Roby fosse ancora tra noi, questo sarebbe tranquillamente dimostrabile.

Pronti via! Tutti in Francia da Luc Bertagnol, un giornalista che organizzava rave a Parigi (cazzo che figata!). Come siete arrivati ai rave parigini? Che atmosfera si respirava all’estero in quegli anni?

Ci siamo arrivati perché’ LUC era amico di uno dei miei più cari amici di sempre. Lui veniva in Italia ogni anno, perché la sua famiglia era innamorata della toscana, e siccome la Barcaccina era un “must” in costa tirrenica centrale, fece un salto in quello che diventò un magico sabato. Avevamo da poco iniziato, in quel club, la stagione invernale 90-91, con Roby J. Luc si innamorò della situazione musicale che avevamo creato e ci propose di partecipare ad una festa che avrebbe voluto organizzare da lì a poco nella capitale francese…ci sembrò di vivere un sogno. Nel frattempo, avevamo conosciuto anche Miki, che invitammo ad unirsi a noi. Partimmo in treno, con un gruppo di amici a febbraio del ‘91 e arrivammo a Parigi quasi senza dormire.

Sembravamo dei personaggi usciti da vari film fantasy, vestiti in un modo allucinante.

La bellezza di quei tempi erano le differenze nei modi di vestire; si accozzavano cose di vario genere tra nuovo e vintage, in maniera molto bizzarra, talvolta naif. Non avevamo idea chi fosse realmente Luc ma ce ne rendemmo presto conto, una volta arrivati a casa sua. Aveva iniziato ad organizzare delle belle feste, ma in realtà la sua professione era ben altro. Essendo giornalista della rubrica musicale de l’Express, aveva intervistato praticamente tutti i più grandi della musica planetaria. Nei tempi a venire infatti, conoscemmo molti amici di Luc che facevano parte del mondo giornalistico e artistico europeo.

Critici musicali come Nick Kent del MNE o stilisti del calibro di Jean Paul Gaultier andavano pazzi per le feste Cosmos Fact. Lo stesso Sven Vath è stato apprezzato le prime volte in Francia, grazie alle feste di Luc Bertagnol. In quegli ambienti, si respirava aria fresca, anche perché è stato quello il periodo di grande exploit della musica elettronica, la quale aveva avuto il suo posto nel panorama musicale fino ad allora, ma da lì in poi si sarebbe imposta come fenomeno assoluto dei tempi avvenire.

C’è da dire che, i Paesi Europei all’epoca erano poco influenzati dalla globalizzazione e, per quello, ognuno spiccava fortemente per le sue diversità. Questo alimentava ancora di più spirito di ricerca, avventura, curiosità e sorpresa.

Oggi vedi quartieri di grandi citta ’scanditi dai soliti venti brand posizionati in fila, rendendo uguale qualsiasi luogo. È purtroppo un dato di fatto che il mondo stia diventando sempre più uniforme. Il bello era manifesto proprio nelle diversità, cosa che sembra essere alla massima espressione oggi, ma è solo quello che cercano di far credere i media.

A mio avviso, anche il mondo gay, importantissimo fautore della night-life, ha perso il suo smalto, proprio perché troppo omologato.

Grazie a voi la Toscana vive una vera e propria esplosione musicale, sono gli anni in cui riuscite a portare la gente dalla riviera Romagnola sul litorale Tirrenico, gli anni in cui chi prima vi snobbava ora vi segue, gli anni dell’Insomnia insieme a Velasquez. Quale fu la forza di tale successo? Fu davvero così incredibile l’apertura dell’Insomnia?

La nostra forza fu proprio legata ad una libera direzione musicale, che si diversificava dal resto del panorama nazionale. L’house music era omologata in ogni parte, più o meno commerciale però sempre house era. La techno esprimeva la sua egemonia a livello nazionale, con l’esempio della Riviera Romagnola.

In Toscana cominciammo a coltivare sfumature di techno ed elettronica gran lunga differenti al modello Riccionese e fu proprio questa peculiarità a sollevare quel grande interesse del pubblico. La techno in Riviera Romagnola era espressa con dei bpm eccessivi, rispetto a quelli che in Toscana reputavamo “umanamente” accettabili. Mi ricorderò’ sempre la mia prima serata al bunker dell’Echoes di Misano: al secondo disco c’era qualcuno che mi faceva il segno della “pera” sul braccio, perché ero troppo lento. Non dico chi, ma l’ultimo disco che mi lasciò andava a 150bpm. Per me era paragonabile al rumore di una sega circolare. Il gusto musicale, sulla techno in Romagna, era decisamente diverso…dicendocela diplomaticamente. Successivamente, però, anche la Riviera fu contagiata e…dalla mia terza serata al bunker l’attitudine del pubblico cambiò radicalmente.

L’apertura dell’Insomnia bloccò la superstrada di ben 4 km in entrambe le direzioni e lasciammo circa 2000 persone fuori, che restarono tutte a ballare nel parcheggio, visto che toccò tenere le uscite di sicurezza aperte, per la calca che c’era dentro il locale.

Chi però snobbava al tempo erano addetti ai lavori del mondo “radical house”, assai razzisti verso techno e derivati.

Molti di loro si sono ricreduti. La coerenza come dice Costanzo …è degli stupidi.

Con spirito di comprensione il concetto è valido.

Gli anni ’90 sono anche gli anni del boom del club, della discoteca, di un vero e proprio fenomeno che prende piede tra i più giovani e una vera e propria industria intorno alla quale iniziano a girare un sacco di soldi. Sono gli anni in cui si prende e si parte in macchina per lunghi weekend. Da Sud a Nord, gruppi di ragazzi che partono per seguire la musica, gruppi di ragazzi che si ritrovano il sabato sera a Firenze, per poi finire in un after a Venezia. Ci si muoveva tutti insieme, quasi come una carovana circense. Il fenomeno del’ “aggregazione”, il club che univa, la musica che univa. Come ricordi quegli anni e soprattutto quei lunghi weekend dove si girava, tutti insieme, l’Italia.

Il nomadismo “club to club” fu veramente un fenomeno che stravolse il rapporto sociale tra i giovani.

Era già noto che, in epoche precedenti, molti giovani avevano viaggiato per grandi concerti o manifestazioni, ma in quei precisi anni diventò uno standard settimanale. Se negli anni ‘70 esplose la febbre del sabato sera, nei ‘90 diventò una vera e propria epidemia…un’addizione.

Gente di Barletta che partiva ogni settimana per venire in toscana in macchina, come se dovesse andare da Milano a Lodi; ma non si fermava lì…c’era l’after a Bologna, tutti lì…poi c’era il pomeriggio a Venezia…ma si… “finiamo in bellezza tutti in carovana”, per fare giusto un piccolo esempio.

Si è vero oggi la gente va in giro per l’Europa e per il mondo, ma lo fa tutte le settimane?

Lo fa con lo stesso spirito di avventura…senza informazioni in tempo reale con smartphone, e geolocalizzazione satellitare?

La gente partiva con le intemperie più assurde pur di non perdersi quello che di nuovo avrebbe proposto questo o quel DJ…a mosca cieca.

Oggi ci sono i voli low cost e si va da qualsiasi parte valutando bene sconti in tempo reale.

Ai tempi, un Alitalia Bari-Pisa A/R costava 500.000 Lire, l’equivalente a 1000 euro, valutando il potere d’acquisto di un individuo medio oggi, anche se è vero che con 100.000 lire in un week end eri solvibile, visto gli stipendi e le condizioni di lavoro che c’erano.

La cosa veramente particolare di quell’epoca era che nel giro di 2 anni, dal 91 in poi, la gente si conosceva tutta …in tutta Italia, ma davvero.

Nuovi amici che fissavano l’appuntamento da Torino a Pescara, come si dovesse andare al bar a prendere un caffè’ e poi la settimana dopo a Trieste per poi finire a Genova.

Ho visto offrire ospitalità senza pregiudizio o diffidenza tra la gente che si conosceva nei club.

Tutt’oggi sono rimaste grandi amicizie che ho avuto modo di constatare anche grazie ai social media.

Restando in tema però, e non per criticare, la gente, attualmente, si chiede l’amicizia su Facebook e poi per strada non si saluta nemmeno.

Accanto a questa “aggregazione”, esisteva anche il “confronto”, quello reale, quello dei negozi di dischi dove ci si trovava, si discuteva, ci si consigliava e ci si prestavano i dischi. Luoghi fatti da addetti ai lavori per gli addetti ai lavori, gli stessi che oggi, magari, si ritrovano sui social o si condividono un video o una instagram story. Provi un po’ di nostalgia per quei tempi? In un mondo dove la presenza sui social sembra essere il primo biglietto da visita come si ci colloca Francesco Farfa?

Te lo dico in maniera schietta: il mondo dei social media è bello per tantissime cose, ma lo vedo anche una forzatura.

So’ che oggi è una piattaforma che “deve” essere utilizzata a priori, ma io riesco ad utilizzarla solo in maniera essenziale.

Ho un pensiero personale e non voglio essere frainteso; è una questione di carattere e di momento che ogni singola persona si vive nella vita. C’è stato un periodo in cui pensavo che la propria Fan Page, dovesse essere utilizzata solo per cose inerenti al lavoro, poi, quando mi sono reso conto che alla gente interessano più la vita personale, le esternazioni critiche o le frivolezze di un personaggio, ho alzato le mani. È un dato di fatto che accetto: ognuno faccia ciò’ che vuole, me compreso (sorride).

Chiunque fa bene a esprimersi nelle maniere più disparate possibile, io ho i miei limiti in questo e ne prendo coscienza.

Probabilmente Francesco Farfa avrebbe bisogno di un professionista, al quale “consegnarsi” per evidenziarsi come si deve sui social, ma ho un caratteraccio …dovrei trovarne uno “con i controc….zi”e  molto paziente, affinché la cosa funzioni (sorride ancora).

Moltissimi super giovani non mi conoscono o mi conoscono poco; dovrei fare di più per arrivare a loro, ma poi mi rendo conto che il loro mondo è già impostato con delle regole precise, nelle quali posso entrare solo se presentato da gente che “influenza”, dentro quella determinata frequenza.

La cosa positiva è che come DJ qualcosa di buono riesco combinare; trovo quindi stimolante quando le nuove generazioni, si imbattono in un personaggio della mia fattispecie, anomalo, di cui si è sentito parlare o si sente parlare per vie traverse.

Uno che probabilmente gode ancora di buona reputazione ma che non è evidenziato come il circuito chiede.

Allora ti ritrovi in serate dove, quando ti metti al lavoro, i ragazzi prima ti osservano in cagnesco poi, dopo un po’ di ritmo, quando l’espressione facciale pare dare segnali amichevoli, le orecchie ed il cuore si armonizzano, si abbandonano, fino a dimenticarsi, se o quante volte, ti hanno visto sulla tazza del cesso, che tatuaggio o moto hai, quanto sei gayfriendly o quanto se critico.

Alla fine della festa, se qualcuno mi chiede domande specifiche sul modo di lavorare, e anche qualche autoscatto (odio terribilmente il termine selfie), vuol dire che va bene e mi porto a casa il “mi piace”.

Non sono nostalgico verso i tempi passati, perché trovo che ogni epoca debba fare e dire il suo.

Sono però consapevole del fatto che tutti i percorsi, epoche o fenomeni portano a delle riflessioni, che ci fanno capire quanto la natura delle cose sia fondamentale.

Il rispetto per tutto ciò’ che è radice non va mai perso, come non va mai perso per coloro che hanno fatto le cose prima di altri, a maggior ragione se fautori di qualcosa di cui sono fruitori milioni di giovani in tempi odierni.

Quello che si rischia oggi con i social e la maniera attuale di comunicare, è proprio la distorsione della realtà…a favore di un’altra, influenzata o facilmente influenzabile.

Il rapporto diretto manca alla gente e secondo me, se il ritorno del vinile è reale, può anche darsi che i record-store possano tornare a ravvivare quella perduta convivialità tra fruitori della musica, professionisti e non.

Sta anche a noi DJ fomentare questa possibile rinascita.

Oggi cosa manca?

“Di quello che c’è non manca nulla” … una battuta che sentivo fare sempre al mio povero babbo.

Dal mio punto di vista, e l’ho ripetuto più di una volta, trovo che sia doverosa la necessità di riprendere a coltivare alcuni aspetti della personalità’ di ognuno e della vita sociale, in maniera tale anche da contribuire positivamente al potere decisionale della politica, o di chi comanda davvero. Libero arbitrio, buon senso, valorizzazione seria di ciò che abbiamo in casa, gentilezza ed etica.

Le persone devono imparare nuovamente a capire cosa gli piace davvero, senza attendere l’influenza di qualcuno.

Il mercato dei club, della musica e dell’intrattenimento, in genere, dovrebbe godere di agevolazioni fiscali che solo pochi eletti dell’industria (o Confindustria) beneficiano.

Ci vuole buon senso, appunto, nell’arricchire ciò’ che è rimasto fermo agli anni 90, perché’ importante radice nostrana.

L’Italia è stata esempio ed eccellenza, nella cultura del club a livello mondiale, ma la nostra politica, insieme ad informazione/opinione pubblica, sì è preoccupata solo di demonizzare il fenomeno. Va rivoluzionato e modernizzato tecnologicamente il parco delle strutture, in armonia con la natura e con i crismi del comfort psico acustico/neurologico.

La gente deve entrare in un posto, club o locale di intrattenimento che sia, ed uscire senza mal di testa o ronzio alcuno.

Gli spazi devono suonare bene già da soli, senza impianto audio. In Italia abbiamo gente che costruisce finali di potenza, casse acustiche, sistemi di illuminazione e tutto quello che serve per avere il massimo rendimento visivo/sonoro: Utilizziamoci!

Si è vero c’è il tema delle droghe, ance se quello, secondo me, fa comodo per tenere sotto scacco mentale la società.

In assenza di ladri potremmo tenere comodamente i nostri soldi in casa, ma in questo caso come fa il sistema bancario a campare?

Con questa metafora ti lascio capire bene cosa penso al riguardo…e non mi sbilancio in opinioni estremiste, che è meglio!

Infine la gentilezza, si…questa arma bianca che vacilla da troppo tempo. Gentilezza non significa essere solamente gradevoli con il prossimo, ma anche con le cose, con il lavoro, con la materia, con il denaro e così via. Un’attitudine benevola ed etica, cambia la faccia a tutto. Quando giravano molti soldi, tanta gente è stata trattata a pesci in faccia, con servizi scadenti e prodotti di bassa qualità, al fine di rendere il profitto più alto possibile. Queste azioni poi si pagano e se i club hanno perso colpi nel tempo, è anche per mancanza di buone maniere. Un animo gentile è fonte essenziale di positività, che va tenuta ai primi posti per fare bene le cose e dare una bella vibrazione.

Era un mercoledì sera del Novembre 2005 allo Snoopy di Modena, ho avuto il piacere di ascoltare la tua musica e fare due chiacchiere con te nel parcheggio. Erano gli anni di Tracktor, delle consolle invase dai Mac, e poi c’eri tu, non dimenticherò mai quella sera: avevi tre borse di dischi più non so quanti altri CDs. Come ha vissuto Farfa il passaggio da vinile e digitale? Pensi davvero che il vinile sia tornato in auge o è soltanto un’altra strategia di marketing?

Mi ricordo bene quella sera (ride) e ti ringrazio per avermela ricordata perché divertente e stimolante per me.

A dire il vero, ho vissuto questo passaggio con molta sofferenza, non tanto perché il mondo si stava digitalizzando, piuttosto per la maniera in cui è sono stati dismessi e bistrattati i giradischi dalla maggior parte delle consolle.

Dalla digitalizzazione, il vinile ci ha rimesso sotto tutti i punti di vista, dato che molti restyling di cabine non tenevano più in considerazione una certa stabilità e che gli impianti audio, essendo tarati quasi esclusivamente per il digitale, offrivano poco volume e dinamica a discapito dei “vecchi supporti”. Viaggiando molto all’estero, in quel periodo di cambio, mi vidi costretto a passare al digitale e ci fu proprio un episodio specifico che determinò questa decisione.

In un WMC di Miami, agli inizi dei 2000, arrivai all’Opium con le mie 2 valigie di dischi e trovai si i giradischi, ma non ti dico in che condizioni scandalose erano.

Mi dovetti adattare perché il tecnico del locale, nonostante cercò di essere disponibile, non mostrò particolare entusiasmo nel dover far funzionare quei due relitti buttati da una parte chissà da quanto tempo. Il risultato fu che dovetti lavorare in mono perché un canale di uno dei 2 non funzionava, la consolle vibrava tutta perché di legno…un disastro…anche se riuscii lo stesso, mantenendo autocontrollo, a fare set decoroso.

Devo dire che nonostante esperienze come questa, ho avuto modo di scoprire, anche i lati positivi del digitale. Non mi faccio molti problemi se una volta devo usare analogico o digitale, l’importante per me è non perdere quella manualità che, anche nella ricerca del tempo con il Pitch, resta e che a mio avviso fa’ più groove.  Pensa che non ho nemmeno pregiudizio sul sync e chi lo usa.

Per quanto riguarda il ritorno del vinile, lo capisco…ha il fascino di un’auto d’epoca e averne una in garage per farsi un bel giro piace e piacerebbe a tutti.

Che sia una strategia di marketing non ho dubbi, ma questo fenomeno è sbocciato perché’ uno zoccolo duro ha tenuto botta e perché molti si sono resi conto che quello è DJing autentico.

Addirittura, ci vedo dietro anche una componente di carattere spirituale: vedere il disco che gira mette in sintonia con il movimento del nostro pianeta.

Se tutto ciò’ che è circolare affascina un motivo c’è di sicuro e, secondo me, sta alla base di tante cose che neanche riusciamo a capire, nonostante l’essere umano millanti la sua grande intelligenza/intellettualità.

Questa cosa mi collega anche a quanto si stia parlando, ultimamente, di rivoluzionare l’economia, sostituendo quella lineare con quella circolare… sarà’ questo grande ritorno del vinile di buon auspicio?

Pensa se un domani, utilizzassimo la plastica solo ed esclusivamente per stampare vinili…sarebbe una gran vittoria per l’ambiente.

Scherzi (e non) a parte, per me torna ad essere un divertimento e come tale alimenta la mia voglia di trasmettere ancora qualcosa, anche se devo dire che portando sempre con me il digitale, quando lavoro, mi fa sentire più sicuro dei mezzi che ho, perché non sempre i club sono adeguati quanto danno a credere di essere…

In questo clima di confusione politica il mondo del clubbing sembra sempre più dimenticato dalle istituzioni e corre sempre il rischio di passare come capro espiatorio quando succedono tristi eventi. Tu che hai girato il mondo, messo dischi in tutti i continenti cosa pensi si potrebbe e/o dovrebbe fare per essere al passo con gli altri Paesi?

Siccome in molti casi la classe dirigente ha dimostrato di non saper gestire disparate situazioni, direi semplicemente di copiare chi fa meglio.

Prendiamo ad esempio la Germania. I crucchi sono più bravi di noi a gestire determinati settori? Prendiamoli come esempio e facciamo quello che fanno loro. Ad esempio, hanno stanziato denari per insonorizzare locali a favore della quiete pubblica.

Ovvio che è impensabile, in un paese come il nostro, chiedere finanziamenti per migliorare le strutture di intrattenimento, specie se si parla di club. Ma come dicevo in una delle risposte precedenti, abbattere le tassazioni anche sui materiali non sarebbe un cattivo spunto.

Scusami, ma se i libri hanno l’iva al 4%…perché un materiale fonoassorbente deve averla al 10%-22%?

Il ballo e la musica sono cultura come lo è la letteratura. Onestamente non capisco questa discriminazione, parola tanto utilizzata dai buoni samaritani, i quali sbandierano parità, equivalenza e diritti per tutti…forse per raccattare voti e assicurarsi la pensione vitalizia.

Anche noi del settore “intrattenimento club” vogliamo più diritti: sicurezza , libertà di espressione e lotta a monte dello spaccio delle droghe.

Troppo comodo è stato dare la colpa alle discoteche per la diffusione delle sostanze stupefacenti.

Adesso che il club sono decimati dagli anni ‘90, non mi pare ci sia meno droga in giro.

Questo significa che chi ci governa ha fallito, perché’ eliminato quasi totalmente il celeberrimo “capro espiatorio”, il problema pare permanere ed essere addirittura più grave di prima.

Per essere al passo con gli altri paesi dovremmo, per certi aspetti, cambiare mentalità e soprattutto non permettere a chi ci governa di tenerci in pugno.

Gli italiani sono un gran popolo, ma con tantissimi difetti da correggere e se, non muta atteggiamento non vi è maniera di andare  al di là del proprio naso, salvo alcune eccezioni. Nella sua indole l’Italiano ha buon senso da vendere, il problema è che si dimentica spesso come fare.

Poi …concerne il marcio vero soluzioni ci sarebbero ma lasciamo fare a Dio il suo lavoro.

Gli anni passano ma Farfa resta, resta il Farfa Sound, Universal Love, Area Rec. e i dischi con Kitikonty. Resta la progressive e quel connubio di house e techno che è sempre stato un gran bel viaggio musicale. Quali sono i tre dischi che porterai sempre con te? Ci sono nuovi progetti musicali?

I dischi di “casa” che porterei sempre con me sono: Universal Love, The Safety World Dance e Temoine (remix per Ekova).

In quanto a progetti musicali, mi sono riattivato in studio ed è in imminente uscita un singolo su MEMENTO record di Idriss D, per il quale lavoro anche in agenzia di booking, la DBartists. Il progetto si chiama SYNCHRONICITY 13, con remix di M.R.E.U.X. e THE ANALOGUE COPS.

Grazie per la tua disponibilità, il tempo che ci hai dedicato e i tuoi racconti. Grazie per la tua musica, e per questo penso che ti abbiano già ringraziato in tanti. Ora l’ultima domanda, non me ne volere ma io le chiudo sempre così, la tua pizza preferita?

Grazie a voi per l’attenzione e per le vostre belle parole e non sai quanto sono grato a tutti coloro che, nel tempo non si sono mai stancati di appoggiarmi e non si sono sottratti dal tramandare, anche andando controcorrente, il mio operato ai più giovani.

Pizza favorita, senza dubbio Margherita, anche se, quando vado a Napoli per turismo, non riesco a rinunciare a quella fritta (sorride).

 

Intervista di Domenico Magnelli

Artwork by Margherita Vivio

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