Intervista a Joan Thiele: determinazione, spontaneità e vibrazioni positive

polpetta
Tempo di lettura: 7' min
20 agosto 2018
Interviste
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Una serata d’eccezione per ELEVA, il festival emiliano che avrà luogo l’8 e il 9 settembre a Reggio Emilia

In occasione del suo evento d’anteprima, Eleva Festival ha radunato le ragazze più toste della scena musicale indipendente italiana in una line up tutta al femminile. Dopo aver ballato con LIM e Silvie Loto, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Alessandra, in arte Joan Thiele, confrontandoci su musica, amore e attualità.

Un’artista poliedrica, bellissima e talentuosa che ci ha permesso di entrare nel suo mondo, svelando dietro al suo sorriso ammaliante una forza e una determinazione più uniche che rare. Ecco cosa ci ha raccontato del suo nuovo disco, Tango, e di tutto quel che ci gira intorno.

eleva joan thiele

P.s. tra una domanda e una risposta trovate le fotografie del concerto scattate da Gloria Soverini di Polpetta Mag e le analogiche Kodak di Futura 1993, godetevele!

 

Stasera all’anteprima di Eleva Festival suoni in compagnia di LIM e Silvie Loto. Com’è fare parte di una line up tutta al femminile?

Non è usuale e menomale che c’è questa attenzione per il mondo femminile. Anche solo fino a qualche anno fa era difficile avere i propri spazi in maniera principale, quindi sono molto contenta di questa cosa.

 

Sono ancora purtroppo poche le donne nella musica, sia come addette ai lavori sia come artiste, come vivi questa cosa?

Mah secondo me le donne ci sono ma fanno fatica ad avere gli spazi. È difficile il processo di affermazione, ecco. Ieri pensavo: e se volessi fare una band al femminile? Magari ci sono un sacco di musiciste ma io non le conosco. Ho vissuto in Inghilterra e lì ho un sacco di amiche, batteriste, bassiste… è una cosa che culturalmente sta venendo più fuori adesso rispetto a prima.

 

Il fatto che sia più difficile emergere come donna, ma in generale come artista, è una cosa che hai riscontrato anche all’estero o soltanto qui in Italia?

In Italia sicuramente questa cosa c’è. In paesi dove la musica è preponderante e governa, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, ma anche la Francia, sono stati culturalmente indirizzati verso l’apertura… anche culturalmente, il fatto che un artista riesca ad emergere anche senza passare da un talent show, è una cosa nuova. Uno arriva a fare successo perché se ne fotte delle dinamiche che solitamente ti impongono. Quando una cosa la fai perché la senti, arriva comunque. Fare il compitino è la cosa che sta creando più difficolta alle persone, perché se ti imponi di dover fare delle cose per forza, per arrivare agli altri, secondo me non ce la fai.

 

Questo nuovo disco è intriso della tua cultura: è fatto di scelte coraggiose, secondo te?

Si, sono consapevole di aver fatto un disco molto personale, nonostante sia pop non è immediato a tutti. È stata una scelta onesta in un periodo della mia vita in cui mi sentivo di fare questo: avrei potuto fare qualcosa di più facile ma non onesto. La bellezza della musica è che è veloce. Io mi sono già messa a scrivere, magari a ottobre uscirà qualcosa di nuovo. Sono dell’idea che questo momento storico manchi di spontaneità, ci vuole dell’immediatezza. Io ho aspettato due anni per fare uscire questo disco anche per esigenze discografiche, ma è una cosa che non farei più. Secondo me, adesso se guardi anche a livello internazionale, è tutto molto più veloce. È una cosa troppo personale.

 

Come è nato questo disco?

Ho deciso di prendermi del tempo per questo mio primo disco, volevo capire delle cose. È nato da un periodo molto difficile, dovuto anche alla malattia di mio padre. Una cosa fondamentale da passare perché dovevo trasformare tutta questa emozione che è parte della vita: va esorcizzata, va sdrammatizzata e vissuta in maniera serena… quindi l’unico mio modo per affrontare queste cose è stato questo disco. Tanto per me è una cosa emotiva, dovevo trovare il modo per compiere questo atto di trasformazione.

 

Se non fossi una musicista come esprimeresti le tue emozioni?

Non lo so… produrrei, non lo so, sarei sempre nella musica. Mi piace molto disegnare però, costruire oggetti. Non so. Per anni mia madre, quando ero bambina, aveva un negozio chiamato il Vicolo Delle Idee sul Lago di Garda, in cui costruiva cose, teneva dei corsi… sia io che la figlia della sua socia avevamo il nostro mini laboratorio in casa, costruivamo tante cose! Quella è una cosa che mi è rimasta, infatti anche il mio fidanzato fa questo lavoro, è uno scenografo.

 

eleva joan thiele

 

Da quanto sei fidanzata?

Tre anni.

 

Come hai vissuto le relazioni che hai intorno in questo periodo in cui sei emersa come artista?

Sono sempre circondata dai miei amici, non ho la smania del “voglio uscire con…”, le mie relazioni sono sempre rimaste quelle, persone che mi vogliono bene. Devo dire che sono fortunata in questo.

 

Il tuo ragazzo, Carlo, ha influenzato questo disco in qualche modo?

Carlo mi ha sopportata, che è meglio di supportare! Un uomo che in silenzio ti sopporta…  è tanto. Poi io sono sempre in giro, insomma è una persona molto speciale. Stiamo da Dio. C’è stato un periodo di assestamento iniziale, ma ora va tutto benissimo.

 

Credi adotterai nuove idee o resterai su questa strada?

Non lo so, perché è tutto molto istintivo. Adesso che sto scrivendo mi viene spesso voglia di tornare all’organico, proprio all’acustico. Ho già delle idee in testa!
È stato un periodo molto travagliato, ma in realtà in questo lavoro lo è sempre, mentalmente non ti fa mai staccare, è abbastanza pesante, un continuo saliscendi. Devi iniziare a fottertene, devi fare il tuo, scrivere e concentrarti a fare cose, perché se stai lì a pensare non combini niente. In questo Carlo mi ha insegnato molto: è uno che dipinge, fa cose, sta chiuso ore e ore in studio… devo concentrarmi e imparare a delegare. Io sono una maniaca del controllo! Ho avuto la fortuna di costruirmi la mia crew con cui c’è una sinergia totale, ognuno ha il suo ruolo: ad esempio ora il grafico è mio fratello… mi fido ciecamente di lui. Allo stesso tempo ho voglia di confronto con persone nuove, perché senza quello non c’è crescita. Ci sta però avere dei punti fissi, come quelli nella mia crew, che mi permettono di concentrarmi sulla scrittura.

 

Stai scrivendo sempre in inglese?

In inglese, spagnolo… forse farò qualcosa in italiano! C’è una frase bellissima dei Bombay Stereo, che è uno dei miei gruppi colombiani preferiti, di questo pezzo che si chiama Internationales, che dice: “para bailar no necesitas lengua, baila, baila!” cioè il concetto è che la lingua non deve essere un limite. Non devi pensare se è italiano, inglese o che…poi magari per il cantautorato italiano c’è un attaccamento tale alla lingua che l’importanza è diversa, ma per me le emozioni che tu susciti nella musica sono anche ballo, movimento, ritmo. Per me la cosa che predomina non è la lingua, ma la vibe che trasmetti. Per me è un insieme.

Spesso chiedo ad una mia mia amica cosa pensa della mia musica, le chiedo consiglio, le dico “dai, dimmi dove ho sbagliato, dimmi se questa cosa l’ho pronunciata male” – sono mega critica con me stessa – e lei mi risponde ridendo “hai rotto il cazzo! La musica non è essere lì a dover fare il compitino ed essere perfetti, è quello che tu trasmetti agli altri”. Cioè, ad esempio, la maggior parte delle parole che dice Rihanna non si capisce, sono incomprensibili all’80% degli americani. È una paranoia doversi fare capire continuamente… poi certo che ti devi far capire, non devi dire cagate! La prossima cosa che farò voglio che sia ancora di più improntata sul discorso emotivo. Voglio farti ballare, voglio farti piangere… ma in modo mega naturale.

 

Cosa pensi dell’ultima copertina di Rolling Stone? Ti sei sentita coinvolta?

Io l’ho apprezzata molto, perché ognuno è libero di dire ciò che pensa, come Salvini è libero di dire che vuole chiudere i porti. Secondo me il problema, a prescindere dal colore politico, è che è stato dato modo ad una fetta di popolazione di tirare fuori uno spirito che non si pensava ci fosse ancora così. Siamo ancora molto legati alla paura del diverso, dell’invasore… mia nonna è napoletana, e l’altro giorno le dicevo “nonna, ma quante cazzate dicono alla televisione?” e lei mi rispondeva “no, ma ci sono tutti questi extracomunitari!” e io le ho detto “ma sei tu! Eri tu l’extracomunitario cinquant’anni fa quando arrivavi da Napoli!”. C’è la fissazione di dover trovare un capro espiatorio, mi da’ fastidio questo: l’ignoranza nel dover colpevolizzare per forza qualcuno.

 

Credi che un artista debba esporsi da questo punto di vista?

Credo che ognuno possa fare ciò che vuole. Più di tutto mi da’ fastidio chi critica chi si espone. Un tempo era anche il ruolo dell’artista quello di parlare… è vero che oggi siamo in un mondo pieno di cazzate e la maggior parte delle volte non abbiamo neanche la cultura e la consapevolezza per muovere certe critiche, però la mia è una questione umanitaria, di karma sull’essere umano.

 

Anche Francesca Michielin si è esposta molto con uno stato su Facebook e per questo è stata riempita di commenti negativi.

Anche a me hanno fatto commenti forti per un un post. “Torna a suonare la chitarra che non capisci un cazzo…” ma uno se ne deve anche fottere. Non si sta parlando di politica, ma di umanità. Allora preferisco che non mi segua gente che ragiona così, in modo ignorante e cattivo. Io non sono esterofila, ma il fatto che il cantante debba fare solo il cantante, l’influencer solo l’influencer, è una cosa tipicamente italiana. Nel senso: una persona può fare più cose. Tu puoi scrivere, ballare, parlare… tu sei libero come essere umano di fare quel cazzo che vuoi.

È tutto una critica continua, quando in realtà siamo in un paese mega snob… mi ci metto dentro anche io dentro eh, perché quando faccio certe critiche e mia madre mi sente mi dice “madonna amore, che rompicoglioni che sei!” e lì capisco che anche io a volte esagero. Ti devi liberare di tutte queste sovrastrutture e fare un passo indietro, prendere fiato e dire: aspetta un attimo.

 

Intervista di Giorgia Salerno

Futura 1993 è il format radio itinerante creato da Giorgia Salerno e Francesca Zammillo che attraversa l’Italia per raccontarti la musica come nessun altro. Segui Giorgia e Francesca su Instagram, Facebook e sulle frequenze di Radio Città Fujiko, in onda ogni giovedì alle 14.30

 

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