I Hate My Village @ Locomotiv Club. Non chiamatelo Supergruppo

Locomotiv Club, Bologna 14.02.2019

matteo-buriani
Tempo di lettura: 4' min
17 febbraio 2019
Review 4 U
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Non ne sono certo, ma forse potrei non aver mai festeggiato San Valentino in tutta la mia vita

Non perché io trovi repellente questa festa (un accanimento che spesso considero sospetto), è più probabile che la causa sia una sorta di lieve diffidenza, legata al fatto che da sempre ho una consapevolezza: a San Valentino succedono sempre un sacco di cose interessanti (o sicuramente poco prevedibili), a chi non è a casa a festeggiare.

Il 14 di Febbraio in fondo cade proprio nel periodo in cui i locali si risvegliano dal torpore invernale: le band tornano in tour e si ricomincia a guardare il calendario per gli eventi da non perdere.

Anche l’anno scorso ero al Locomotiv Club di Bologna, per gli Algiers, ma quest’anno la proposta era se possibile ancor più da San Valentino (ma come lo intendo io). Ebbene si, imprevedibile.

Gli I Hate My Village sono un “supergruppo”, formato recentemente da Marco Fasolo (Jennifer Gentle), Alberto Ferrari (Verdena), Fabio Rondanini (Calibro 35 e Afterhours) e Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion).

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Non vedo come si possa odiare un innocuo San Valentino quando al mondo ci sono cose disgustose come il concetto stesso di “supergruppo”: il peggior “tirare a campare” del mondo della musica, una calcolata sinergia promozionale fra celebrità che non hanno più nulla da dire. Mai la somma delle parti: prevedibile come un menù di un fast food.

Ecco, in questo caso scordatevi completamente questa definizione. Perchè gli I Hate My Village, forti delle esperienze di Rondanini e Viterbini con Bombino e Rokia Traoré, si propongono e ci propongono un obiettivo molto ambizioso e decisamente spiazzante: avvicinarsi alla musica sahariana e subsahariana.

Obiettivo raggiunto, ma con un tocco personale messo in campo da ogni singolo componente: un pregio che dal vivo diventa ancora più evidente.

Basso e batteria sembrano concedersi passaggi math che mi erano sfuggiti durante l’ascolto del disco, la chitarra di Viterbini sembra totalmente a suo agio, tirando il suono verso il blues ma come a sottolineare ulteriormente radici comuni. E poi c’è Alberto Ferrari, che aggiunge una venatura distorta all’insieme, a volte con la chitarra, a volte semplicemente con la voce.

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Dei quattro è quello che corre maggiormente il rischio di essere identificato come un frontman, ma si posiziona all’estrema destra del palco ed è sempre rivolto trasversalmente rispetto al pubblico, quasi più verso i compagni che verso gli spettatori.

Sono piccole cose, ma contribuiscono a creare l’impressione di un gruppo in cui non ci sono protagonismi, se mai ci fossero stati dubbi. Il progetto, estemporaneo o durevole che sia, dal vivo appartiene in egual misura a tutti i coinvolti.

Qualcuno dopo il concerto mi ha detto “Prog”. Era usato in senso dispregiativo.

“Ok, Prog. Ma è mai stato così divertente il Prog?”, ha detto qualcun altro con brillante capacità di sintesi.

Fuggirò dal dibattito riccardone senza spiegare perché a me la parola non sia mai venuta in mente durante l’esibizione. Ma posso dire che mi sono trovato decisamente più vicino al secondo commento. Andate a vedere gli I Hate My Village quando ne avrete l’occasione. Secondo me vi divertirete.

Qualcosa però mi rende perplesso, e non sta sul palco.

Il pubblico è tutt’altro che freddo nei confronti della band, ma girandomi alle mie spalle la sensazione è straniante.

Mi sembra, con le dovute differenze, di star ascoltando il concerto di un gruppo vicino alle sonorità di Bombino o dei Tinariwen, ma il pubblico è strano, molto meno fisicamente partecipe di quanto le mie orecchie mi suggeriscano dovrebbe essere.

Sembra quasi che, come ne L’Invasione degli Ultracorpi, il pubblico che mi aspettavo sia stato sostituito da fan dei Verdena.

Sia chiaro, a me piacciono i Verdena. E mi piace molto il loro pubblico. È un gruppo che ho sempre trovato pieno di idee e di coraggio, sin dagli esordi. Quando venivano bollati frettolosamente come “band da teenager” (come se fosse qualcosa di negativo) da ascoltatori più vecchi di me e di loro, che ritenevo un po’ pigri e incapaci di vedere il futuro.

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Dico solo che l’altra sera, forse, il pubblico presente non era particolarmente abituato a certe sonorità e al tono leggero, divertito e si, cinetico dell’esibizione. Non ancora almeno. E questo può averlo momentaneamente inibito.

Come spiegare altrimenti l’immobilismo di molti spettatori durante “Tony Hawk of Ghana”? Un singolo che è difficile non definire trascinante, presentato con un’intro prolungata efficacissima nel tenerci sospesi in attesa, mentre i musicisti si seguivano attentamente quasi fosse una jam session.

Una cosa è certa. Sul palco si sono divertiti un sacco. E io con loro. È facile immaginare il pubblico, già comunque estremamente ben disposto a giudicare dagli applausi, smuoversi progressivamente in futuro. In fondo, il disco è appena arrivato.

A proposito: con me al concerto c’era una ragazza ghanese a cui avevo fatto ascoltare il primo singolo (non che io abbia saputo spiegare cosa significhi “Tony Hawk of Ghana”, ma non è stato un problema). È possibile che fosse l’unica africana al Locomotiv. Anche questo è destinato inevitabilmente a cambiare.

Uno dei suoi momenti preferiti, in un live che le è piaciuto molto? La cover di “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” di Michael Jackson.

Ebbene si.

Words: Matteo Buriani
Photo: Elena Bertelli

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