PRIMAVERA SOUND 2018 – L’arte di stupire ancora una volta

30 maggio - 4 giugno

cecilia
Tempo di lettura: 6' min
8 giugno 2018
Festival
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Quando si torna da un festival come il Primavera Sound di Barcellona, ci vuole qualche giorno per riprendersi completamente. E fino alla completa ripresa è come se la nostra testa fosse immersa in una bolla di confusione mentale e bei ricordi che ancora scorrono lucidi davanti agli occhi.

Nella mia personale bolla vedo ancora chiaramente questi quattro giorni di bella musica e good vibes iniziati proprio mercoledì sera con l’inaugurazione gratuita al parc del Forum di Barcellona. Il clima è più fresco rispetto agli anni scorsi ma fuori si sta da dio. L’esibizione sold out degli Spititualized accompagnati da coro e orchestra all’Auditorì Rockdelux e il live come sempre fin troppo danzereccio dei Belle et Sebastian sul palco principale sponsorizzato quest’anno da Apple Music fanno da cornice alla prima puntata del festival.

Ma è con la giornata di giovedì che iniziano ufficialmente le danze. Arrivati al festival iniziamo col goderci la nuova zona del Primavera Bits, lo Xiringuito Aperol. Occupando la parte di spiaggia che gli scorsi anni era semplicemente adibita all’abbronzatura, il Primavera ci ha ricavato uno stage fichissimo dove a darci il benvenuto troviamo Daphni (aka Caribou) e Four Tet con un disco-set che mannaggia a loro è difficilissimo resistere alla tentazione di shazammare ogni pezzo. Meno difficile invece è resistere alla tentazione di armarsi di sprizz e iniziare a ballare sulla sabbia vista la giornata di sole stupenda.

Spostandoci versi i palchi del parc del Forum – che quest’anno da dieci sono diventati undici, trasformando il parcheggio sotterraneo che una volta era l’Hidden stage nel Warehouse stage. Le prime che incontriamo nel gigantesco Seat stage sono le Hinds. Eroine locali con un rock decisamente commerciale, godono comunque di una bella fetta di pubblico iniziando a scaldare la platea dei big che verranno sullo stesso palco. Ma al Primavera si sa, l’imperativo è camminare e spostarsi da un palco all’altro alla scoperta di ciò che non si conosce o che non si è mai visto prima d’ora.

Così arriva il momento della bravissima e bellissima Kelela, con ballerine e coriste tutte vestite di bianco al Ray-Ban stage. Tiene il palco magistralmente aggiudicandosi una meritatissima standing ovation. Ma sono i The War On Drugs al Mango stage la sorpresa dell giorno. Aprono con In Chains, seguita da Pain e An Ocean In Between the Waves, sono le carichissima Red Eyes e Nothing To Find a far letteralmente brillare il pubblico, finendo con Under Pressure e Eyes To The Wind.

Un live pazzesco col favore del tramonto, da veri headliner. Consapevoli del fatto per quasi tutto il resto della serata resteremo relegati tra il Seat e il Mango, voltiamo semplicemente le spalle preparandoci all’esibizione di Björk . Inizia ad arrivare gente e la venue si riempie in men che non si dica. Fiori esotici che sbocciano sui maxi-schermi introducono l’artista islandese che si presenta sul palco immersa in un tema floreale come una distopica madre natura. Fiori, rampicanti e un orchestra di fiati in versione fatine fanno da coreografia al monumentale live di Björk. Tecnicamente e vocalmente ineccepibile, alla veneranda età di 51 anni dimostra di avere ancora la padronanza totale del timbro vocale che la rende unica. Incanta per quattordici canzoni, dieci delle quali provenienti dal suo ultimo album. Una leggera delusione per chi si aspettava qualche pezzo vecchio in più, avendo altri dieci album a cui attingere.

Spettacolo sicuramente da vedere il suo, ma il titolo di ‘live del giorno’ non può che andare a Nick Cave con i suoi inseparabili Bad Seeds. Jesus Alone fa capire agli spettatori in che bel guaio si stanno cacciando, ma il primo vero regalo al pubblico è Loverman che pare non eseguisse live dal 1999. Seguita da Come Into My Sweet (anch’essa eseguita live l’ultima volta nel 2005), sono le struggenti Girl In Amber e Distant Sky che giocano con la nostra anima riducendola in brandelli e ricomponendone i cocci con Stagger Lee, congedandosi infine con Push The Sky Away tra l’ovazione del pubblico in delirio. Niente da aggiungere, Nick Cave era a giusta ragione tra gli imperdibili di questo Primavera Sound. Complice la stanchezza e le vette musicali raggiunte con gli artisti precedenti, ci concediamo il sempreverde live di Four Tet prima di archiviare definitivamente la giornata.

Il venerdì del Primavera Sound è all’insegna del relax. Qualche birretta in spiaggia con il six-Hours dj set di Floating Points e i dischi di quel pazzo conosciuto come Seth Troxler, e poi via a macinare kilometri tra un palco e l’altro. Saltiamo quasi a piedi pari The Breeders (che ci aspetteranno poi a Ferrara Sotto Le Stelle) e iniziamo la spola tra Rhye al Ray-Ban e l’istrionico Father John Misty .

Personalmente non ho mai dato troppo peso a Father John Misty, ma questa volta con il calar del sole e con un’orchestra di archi e fiati a dargli supporto è stato decisamente meritevole. Voce vibrante e perfetta, look da moderno Jim Morrison, FJM incanta con capolavori come Hangout at the Gallows (per la prima volta live), Mr Tillman e The Ideal Husband, rendendo unico questo tramonto sul mare.

I Mogwai ormai sono una certezza sui palchi del Primavera. La loro è stata l’esibizione sicuramente più intensa e rumorosa, del resto i volumi sono sempre stati uno dei loro punti di forza. Charlotte Gainsbourg gioca sull’esperienza e sul carisma mentre le californiane Haim regalano al loro pubblico l’ennesima esibizione da ricordare. Tutto questo in contemporanea ad un pezzo dei Beastie Boys che si sta esibendo al Bacardi Live stage. Ascoltare dal vivo Mike D che rappa sulle basi di pezzi che hanno fatto la storia del rap è un emozione pazzesca. Il suo non è certo uno show indimenticabile, più che altro un tributo a tutta la storia dell’hip hop Insomma un’occasione in più per far balotta immaginando di trovarci in un block party nei sobborghi di New York, ma è Mike D perciò che volete rimproverargli?

Uno dei nomi più attesi e simbolo della nuova ondata musicale dell’era moderna erano i Migos. Ma a pare che i ripetuti scioperi negli aeroporti di tutto il mondo li avessero costretti a non partecipare. Tuttavia le male lingue sostengono che abbiano perso il volo a causa dei loro eccessi. Riusciamo a consolarci però con Tyler The Creator. Carica a mille per il orapper losangelino, con diciassette canzoni che rappresentano tutto il suo background musicale, raggiundengo l’apice duettando con A$ap Rocky su Who Dat Boy e salutando il pubblico con l’augurale See You Again. Altra presenza ormai “di casa” al Primavera è Ty Segall. Un’ora di show alternando melodia e riff al fulmicotone, è rock allo stato puro. Come sempre, una certezza. Al Desperados ci pensano poi i b2b tra gli stessi Âme e quello tra Hunee e Antal a mandare tutti a casa felici e contenti.

Arriviamo così all’ultima vera giornata di festival. E se ve lo state chiedendo no, non contiamo gli show della domenica alla ciutat come ultimo giorno. Purtroppo l’incombenza del volo di ritorno ci impedisce di tirare tardi nei club la domenica sera.

Ma tornando a sabato, Car Seat Headrest era uno di quei nomi che meritavano assolutamente una capatina, lo stesso non si può dire per Ariel Pink, fin troppo su di giri e affiancato da un altro frontman simile alla versione sfatta di Steven Tyler (come se esistesse una versione sobria) che trinca da una bottiglia di prosecco. Risolleva il morale l’affollatissimo live di Lykke Li (anche se un po’ troppo ‘pop’ per i nostri gusti) e anche quello della bellissima Lorde, fasciata in un vestito a metà strada tra un abito da principessa e un pigiama. Vorremmo poter dire di aver prestato più attenzione agli Arctic Monkeys, ma i volumi decisamente bassi e la folla di persone accorse per loro ci hanno letteralmente impedito di assistere allo show.

Tralasciando un fattissimo A$ap Rocky, sono Grizzly Bear e Deerhunter a soddisfare il nostro fabbisogno quotidiano di indie rock. Gli ultimi decisamente emozionanti in un Ray-Ban gremito mentre una menzione speciale va agli italianissimi Guano Padano. Band formata dal chitarrista Alessandro “Asso” Stefana (alle spalle esperienze con Vinicio Capossela e PJ Harvey), dal bassista e contrabbassista Danilo Gallo co-fondatore dell’etichetta/collettivo indipendente El Gallo Rojo Records e infine dal batterista Zeno De Rossi (premiato nel 2011 come batterista dell’anno con il Top Jazz) incantano i presenti allo stage Pro Night fondendo in un ora di sound colonne sonore alla spaghetti western e good vibrations da surf-culture, una delle migliori scoperte di questa edizione.

Altra menzione speciale per l’esibizione dei Beach House. Black Car, Space Song e Master Of None tra le tracce in scaletta. Ma è col trittico composto da Elogy To The Void, Myth e Dive che chiudono in bellezza la loro unica data europea. Sta infine a John Hopkins live, al disco-set di John Talabot al Desperados e all’immancabile padrone di casa dj Coco tirare le sei del mattino e aspettare l’alba tutti insieme, come da tradizione.

Ed è così che finisce la diciottesima edizione del Primavera Sound festival. Un’edizione decisamente discussa e non priva di polemiche. Chi criticava la line-up perchè priva di nomi veramente grossi (Aphex Twin, Arcade Fire e Radiohead, giusto per citarne alcuni delle ultime due edizioni) e chi per i troppi nomi legati al rap e al pop. Nonostante tutto questo, il Primavera è riuscito a stupire ancora una volta, dimostrando che alla fine l’unico giudizio di cui ci importa davvero arriva dal palco e dalla musica, dimostrandoci ancora una volta che in questo genere di cose, partire prevenuti è lo sbaglio più grande che possiamo fare.

 

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