PRIMAVERA SOUND 2017 // FESTIVAL REVIEW

richard
Tempo di lettura: 6' min
9 giugno 2017
Festival, Review 4 U, Trip Diary

Ogni volta che atterro a Barcellona una volta uscito dall’ aereo non riesco a fare a meno di fermarmi e aspirare profondamente, in mezzo al puzzo di cemento e carburante dell’aeroporto riesco già a distinguere il profumo tipico del Primavera Sound, un misto di libertà, spensieratezza e birra annacquata di cui ci s’impregna se spendete un po’ del vostro tempo a Barcellona durante il festival, e i tragici avvenimenti dei giorni scorsi tra Londra e Manchester sembrano non aver minimamente scalfito l’attitudine catalana e la voglia di fare festa tra il Parc del Forùm, location principale, e il CCCB nel quartiere Raval.

Trecentosessantacinque giorni che sono sembrati un eternità, è questo il tempo che mi ha diviso dalla scorsa edizione del festival e altrettanti mi separeranno dalla prossima, ma sentimentalismi a parte è già ora di fare mente locale, buttarmi a pesce sul divano e rimettere insieme tutto il puzzle dei ricordi mischiati dal turbinio di emozioni che hanno segnato i giorni dello scorso weekend. Le prime immagini che riemergono sono quelle dell’altalenante dj set di Kiasmos al Primavera Bit (la nuova zona a ridosso della spiaggia che quest’anno comprende uno nuovo stage, il Desperados), la voce seducente della biondissima Julia Jacklin, l’auditori Rockdelux gremito per il 50esimo anniversario di “Odissey & Oracle” dei più che redivivi The Zombies ma soprattutto l’unexpected show degli Arcade Fire che, grazie ad un malfunzionamento dell’app del festival, riesco a vedere unicamente negli ultimi cinque minuti. Tutto questo comunque solo nel primo pomeriggio.

Man mano che scavo nella mente iniziano a riemergere anche ricordi più ingombranti come l’affollatissimo pubblico di Bon Iver abbracciato dal suo live morbido e caldo, il frastuono degli Slayer che un po’ straniti dal pubblico insolito per i loro standard sono comunque riusciti a suscitare un bel pogo in zona pit. Mentre continuo a scavare nella memoria schiaccio involontariamente il telecomando del televisore accendendo un canale a caso, il bagliore dello schermo rievoca all’istante i visual durante l’indimenticabile performance di Aphex Twin all’Heineken stage. Già, impossibile dimenticare quell’ora e mezza di bordate sonore, un set parecchio discusso in cui mixa tracce come Splxcity, Untitled 4, cover degli Interstellar Funk o Chino Amobi e chiudendo con la rumorosissima 3000000 (W3C Remix), ad ogni modo l’ovazione finale del pubblico non lascia spazio a dubbi sulla riuscita dell’esibizione. I live di Tycho e Skinny Puppy a notte fonda mi proiettano in una dimensione parallela ma sono gli ineccepibili set di Ben Ufo e Dj Tennis a riportarmi sulla terra per poter tornare a casa e prepararmi alla seconda giornata.

Mi alzo e prendo una birra dal frigo, è caldo in casa e la pelle appiccicaticcia dall’umidità mi riporta alla giornata di venerdì, il sole della Spagna picchia forte e c’è troppa afa per i Persian Pelican al Day Pro stage, aspetto che passi l’arsura e tra una cerveza e l’altra mi catapulto al Parc del Forum per gli italiani IOSONOUNCANE e Shijo X, ma è il soul dell’inglese Sampha che attira più la mia attenzione ,e mentre mi accendo una sigaretta tra le canzoni Reverse Faults e Incomplete Kisses, la vista dell’accendino catapulta la mia mente sul palco di Mac De Marco. Se non lo avete mai visto dal vivo vi consiglio assolutamente di rimediare, autore di canzoni semplici a volte un po’ malinconiche ma così capace di coniugare una quasi apatia musicale con un indole decisamente punk rock, non tanto nella composizione quanto nella presenza scenica. Il batterista si presenta in accappatoio e suona nudo tutto il tempo mentre Mac mima strani gesti sulla testa del tastierista e preannuncia un gran finale decisamente memorabile in cui, spogliatosi e rimasto in mutande arroccato su un amplificatore, con un accendino inizia a dare fuoco ad ogni pelo del suo corpo davanti ad un pubblico totalmente esterrefatto. Sul dirimpettaio palco di Heineken intanto iniziano The XX, partono con i grandi classici ma è Loud Places che manda in brodo di giuggiole i ventimila presenti (numero sparato a caso da me e con l’unico fondamento statistico del “a occhio e croce”), tuttavia i volumi non troppo udibili in lontananza mi spingono a cambiare stage in favore dei maliconici Arab Strap teletrasportandomi poi dai più selvaggi Run The Jewel che, dopo una breve pausa dovuta ad un guasto dell’impianto, mettono letteralmente sottosopra il Mango stage. Come già detto in precedenza, il pacco di Frank Ocean è stato frettolosamente rimpiazzato dal dj set di Jamie XX, non troppo sopra le righe e decisamente commerciale, ma i secret show classificati sull’apposita app come “unexpected” sono riusciti a far dimenticare in fretta il bidone del cantautore e rapper statunitense. Del resto come non menzionare infatti lo show a sorpresa dei Mogwai con la presentazione in anteprima del loro nuovo album al Bacardi stage, è ancora impressa nella mente la figura del chitarrista Stuart Braithwaite che indossa una tshirt dei Public Enemy con al centro la premier inglese Theresa May. A notte ormai inoltrata non mi resta che godermi i rispettivi live di Âme e KiNK al Primavera Bit.

Il mio sguardo si allunga fuori dalla finestra, il cielo è nuvoloso, le stesse nuvole che sabato mattina hanno offuscato il sole rendendo la cappa di umidità meno sopportabile del solito, decido così di provare a rinfrescarmi in zona Raval, direzione Primavera Pro. Il pop degli spagnoli Sorry Kate e SALFVMAN aiutano ma è la psichedelia dei The Wheels che rapisce completamente facendomi perdere così di vista l’orario arrivando in ritardo per Marvin & Guy al Parc del Forum (Alessandro se stai leggendo mi dispiace, sono arrivato tardi). Nel mentre mi concedo una sosta al fresco dell’Auditori Rockdelux per lo spettacolo dei Magnetic Field. Il loro è uno degli show che ricordo più volentieri, sul palco l’allestimento di una stanza piena di giochi per bambini, al centro Stephen Merritt seduto e tutt’intorno gli altri componenti della band, fuori dalla stanza, suonando una sorta di autobiografia musicale in cui dedica una canzone per ogni decennio della sua vita. Uno show profondo, autoironico ed emozionante, scandito da battute e gags con il pubblico alternate a brevi sorsate da una tazza di the. Sorrido ripensando alla voce pacata e avvolgente di Merritt ma passo al ricordo successivo entrando così nell’Heineken Hidden Stage dove stanno suonando i Surfin Bichos, altra storica rock band spagnola. Dal tardo pomeriggio solo nomi di spessore, del resto è l’ultima giornata del festival, bisogna giocarsela bene perciò volo da Van Morrison giusto in tempo per sentire tutte le mie preferite, Baby Please Don’t Go, Here’s Come The Night, Brown Eyed Girl e chiusura in grande stile con Gloria, una delle canzoni più coverizzate di sempre, specialmente da altri dinosauri della musica. Poi subito di corsa dalla chitarra del romano Wrongonyou per poi tornare con le ali ai piedi a prendere un posto dignitoso per vedere Grace Jones. La regina arriva con alcuni minuti di ritardo tra l’acclamazione del pubblico, sale sul palco nuda coperta solo da un body painting che ricorda quello dell’amico Keith Haring e parte con la cover di Iggy Pop Nightclubbing. Tra This Is, I’ve Seen That Face Before e Amazing Grace, dopo una decina di pezzi chiude in bellezza con Slave To The Rythm, tenendo in mano il palco in maniera esemplare come solo una diva sa fare. Sessantanove anni e non dimostrarli, le giovani popstar di oggi dovrebbero solo chinare il capo e imparare da lei. Non ho il tempo di finire la standing ovation che alle mie spalle la gente inizia a correre per gli Arcade Fire che non tardano a salire dando a tutti la sveglia con Wake Up, seguita da Everything Now, Neon Bible che pare non suonassero dal 2008 e via così passando per Afterlife, Creature Comfort e la meravigliosa Rebellion (Lies), chiudendo con Windowsill nell’encore. In assoluto uno dei migliori live del festival, d’altronde non avrebbe potuto essere altrimenti. Dopo di loro Wild Beasts, Japandroid al Primavera stage ma è lo show a sorpresa delle HAIM in un Rayban stage gremito a mandare tutti in visibilio. Nessuno avrebbe mai pensato che il pop-rock e i motivetti canticchiabili di questo trio losangelino, attive da una decina di anni con due album in studio, avrebbe regalato uno dei live più coinvolgenti del festival rivelandosi una sorpresa più che gradita.

Finito l’effetto sorpresa e con il live di Recondite a chiudere in bellezza nel Bacardi stage, è la giornata di domenica a sancire definitivamente la fine con i live gratuiti al CCCB. La furia dei brasiliani FingerFingerrr e The Make-Up insieme al sold out dei ChkChkChk è la prova che ancora una volta il Primavera Sound termina la partita come unico vincitore. Chiudo gli occhi e mando in rewind tutta la sequenza, vorrei poterla rivivere ancora e ancora, se mi concentro riesco a sentire la folla che urla, la brezza mediterranea, la polvere alzata dalle migliaia di passi che mi entra nel naso, i polpacci indolenziti, i sorrisi, le camicie sgargianti e le birre volanti, rifarei tutto da capo, devo solo aspettare altri trecentosessantacinque giorni, un’attesa che vale decisamente tutto.

 

WORDS & PICS RICHARD GIORI

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