Lisa Bosi ci racconta Disco Ruin, il documentario su musica, clubbing, arte e moda.

domenico
Tempo di lettura: 5' min
31 ottobre 2020
Interviste
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“Disco Ruin” racconta la musica, il clubbing, l’arte e la moda.

Racconta 40 anni di sorrisi, di balli, di giorni come le notti, di mondi paralleli dove “l’apparire” era il biglietto da visita per essere se stessi.

“Disco Ruin” è un documentario prodotto da Sonne Plus e K+ presentato al Festival del Cinema di Roma. Racconta un movimento in grado spostare masse e costruire cattedrali nei deserti. Abbiamo intervistato Lisa Bosi, regista del progetto insieme a Francesca Zerbetto, per saperne di più.

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La gente della notte fa lavori e a volte ha voglia di raccontarsi. Perché’ avete voluto raccontare in un documentario quattro decadi di musica, arte e moda?

Abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio a ritroso nel tempo perchè ci sembrava un bellissimo spaccato di un’ Italia che forse oggi non c’è più, per raccontare in modo corretto uno dei movimenti giovanili più forti di sempre che,
a 30 anni di distanza, può essere storicizzato. Solo ora capiamo la portata di quanto è successo.
Questo viaggio è fatto di spontaneità, ricerca della felicità, ambizione, casualità, accettazione della diversità, desiderio di essere amati e di amare.
E tutti questi sentimenti confluiscono in periodo di eccezionale sperimentazione artistica, musicale, architettonica etc.
Una vera rivoluzione.

 

Negli anni ’60 balere e piani bar, negli anni ’70 le prime discoteche, ed infine negli anni ’80 e ’90, con l’avvento dell’house music anche in Italia, abbiamo i primi club.
Varcare l’ingresso di un club era come entrare in un mondo parallelo, si fuggiva dalle paure quotidiane e si lasciava libertà’ al corpo di ballare e alla mente di viaggiare.
Era la musica ad avere questo potere ed e’ ancora oggi la musica uno strumento di aggregazione?

La musica “nuova”, che arrivava per lo più dall’America, è sempre stata la miccia che innescava comportamenti sociali differenti.
La disco music prima, l’house e la techno dopo, sono stati dei motori talmenti forti che negli anni ’90 hanno assunto caratteri quasi religiosi.
E le discoteche diventano i luoghi dell’Utopia, della speranza di una vita migliore. Ricordiamo che la disco music esplode in un’America reduce dalla guerra in Vietnam, dal Watergate e afflitta da una recessione pesantissima.
La via di fuga da questa esistenza sull’orlo della depressione sarà proprio andare nei club ad ascoltare e ballare Disco Music.
Io sono convinta che ancora oggi la musica sia uno dei più forti motori aggregativi. Ognuno di noi ha ancora oggi la propria “musica preferita”, che ci fa parlare e vestire in un certo modo,
che ci fa stringere amicizia con alcune persone più che con altre. Solo che oggi non possiamo più ballarla. Speriamo solo momentaneamente causa Covid.

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Dietro ogni discoteca che si rispetta si cela il lavoro di uno o più’ architetti, che avevano il compito di ideare e realizzare contenitori di aggregazione e musica.
Perché’ oggi ci troviamo tutte queste “Rovine Disco”? E soprattutto perché’ non esiste un processo di riqualificazione e/o riconversione di tali strutture?

Queste grandi “cattedrali nel deserto” sono nate negli anni del boom economico.  Le architetture seguono i comportamenti sociali delle persone.
Potremmo anche parlare di molte altre architetture abbandonate come per esempio le colonie. La società cambia e alcune architetture non riescono a trasformarsi in altro.
Questo è accaduto alle discoteche. Non per questo dobbiamo considerare il movimento morto. Solo sono cambiati i modi e gli spazi di fruizione di quel tipo di musica.

 

Essere se stessi e apparire il più’ possibile, qual’era il ruolo della moda in quegli anni?

Un nostro intervistato dice che l’abito era manifesto. Effettivamente da come eri vestito si potevano intuire i tuoi interessi, il tuo modo di vivere, e in molti club era il lasciapassare verso l’ altromondo.
Dovevi dimostrare anche nell’abbigliamento di avere qualcosa da comunicare. Eri tu stesso attore in un palcoscenico grande quanto tutta la discoteca dove tutti gli attori sono fondamentali.
Il gioco era proprio mettersi in scena. Pensiamo al lavoro che ha fatto il coreografo francese Thomas Lebrun nel suo “Le rois de la piste”.
Basta un pavimento luminoso e la musica alta e tutti diventiamo Re per una notte in un gioco infinito tra il guardare e l’essere guardati.

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Ascoltando i racconti dei vari protagonisti di “Disco Ruin” hai percepito dalle loro parole o dalle loro espressioni un pizzico di malinconia?

Tutti hanno vissuto esperienze talmente forti in quegli anni che per forza rimangono indelebili nei loro cuori e nelle loro menti.
Hanno però ancora oggi uno sguardo particolare. Una giornalista ha scritto che nei loro occhi si vede ancora una certa luce, una luce di chi è abituato a vedere al buio. Ecco penso sia vero.
Sono persone sempre rivolte al futuro, mai al passato. La loro genialità sta anche in questo.

 

Cosa c’era in quegli anni che non abbiamo oggi, e cosa abbiamo oggi che invece non avevamo in quegli anni?

In una parola ti direi la leggerezza. E ti parlo della leggerezza teorizzata da Calvino in una sua lezione Americana.
Lui dice che la leggerezza non è superficialità, ma è il sentimento che ti permette di superare con un grande balzo intuitivo le difficoltà del presente.
Questa leggerezza geniale vorrei che ci venisse in aiuto anche oggi.

 

Raccontare la musica ora che la musica suona meno, far vivere il club ora che i club sono sono chiusi e parlare di aggregazione in un periodo in cui stiamo imparando a stare sempre di piu’ soli.
Quarant’anni di musica, club, moda ed architettura in un documentario.
“Disco Ruin” fa la sua uscita in un momento storico particolare, dove tutto il mondo dell’arte e dello spettacolo chiede a gran voce di essere ascoltato e supportato. Cosa ti senti di dire?

Paradossalmente mi sento di avere dato un piccolo aiuto in questo momento storico. Il film è stato il pretesto per poter parlare con moltissimi giornalisti che hanno guardato la discoteca da un altro punto di vista.
Grazie alla mia esperienza personale all’interno dei club, ho potuto dare un taglio più intimo al documentario, una visione da dietro le quinte.
Ho fatto così scoprire una discoteca che era un enorme contenitore di tutte le arti.
Oggi mi chiedo questa sperimentazione senza i club dove potrà essere fatta.

 

Come, dove e soprattutto quando si potrà’ vedere “Disco Ruin”?

Disco Ruin doveva uscire nei cinema. Ora stiamo aspettando di vedere cosa succede con l’emergenza Covid. Ad aprile andrà in onda su Sky arte (che ringrazio per averci creduto fin dall’inizio).
Vorrei ringraziare i produttori Sonne Film e K+, le film commission di Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte che hanno coraggiosamente puntato su una storia così difficile da raccontare,
MSGM che oltre ad averci dato il suo contributo economico ha vestito la nostra attrice e le comparse, ed infine il nostro media partner m2o che sarà al nostro fianco nei prossimi mesi.

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Grazie del tuo tempo Lisa, grazie delle tue risposte e grazie per aver dato voce al clubbing, e a tutto il mondo che gli ruota attorno, attraverso “Disco Ruin”.
Con la speranza che presto torneremo a ballare tutti sotto lo stesso cielo. Ultima domanda di rito: la tua pizza preferita?

Carciofi e gorgonzola.

 

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