Alla fine di tutto resterà la musica

Intervista a Claudio Coccoluto

domenico
Tempo di lettura: 14' min
27 giugno 2018
Interviste
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Non è sempre facile raccontare la musica attraverso le parole. Esse infatti ingannano poichè sono frutto di ragionamento e calcolo, la Musica invece non inganna perché è effetto e causa di emozione.

Entrare nell’intimo di chi ha costruito e vissuto innumerevoli situazioni e contesti e far uscire fuori i ricordi non è mai un’impresa facile. Le emozioni, gli aneddoti, è stato un lungo viaggio insieme a colui che è prima di tutto un uomo di musica. Prendetevi un po’ del vostro tempo, rilassate corpo e mente e perdetevi nei racconti di Claudio Coccoluto.

 

– Chi è Claudio Coccoluto oggi?

Lo stesso di ieri ma con 24 ore in più sulle spalle

 

– Il marketing, il brand, il dj che diventa un prodotto e prodotti che muoiono ancora prima di nascere. Pensi che stia andando ancora “tutto a puttane”? E tu ti senti sempre un “artigiano della musica”?

Non sono un esperto di mercimonio del sesso ma un certo andazzo maldestro dell’ambiente che vivo ha notevolmente rafforzato alcuni miei principi. In realtà principi veri e propri lo sono diventati solo negli ultimi dieci anni, prima erano piuttosto “sentori” spesso inficiati dai dubbi e dalle insicurezze dell’essere giovane o acerbo, mai abbastanza “esperto”, o semplicemente ignaro di cose del business che sembravano palesemente ovvie e non lo erano: la lealtà verso Musica e Pubblico (maiuscole non casuali), per esempio sono il Nord e il Sud della mia bussola. L’artigianalità sta nel fatto che sono convinto che il DJ tende all’arte ma con un fare che è tutta azione e passione, manca la concettualità e se mai ci fosse, non sarebbe più propria del DJ ma di un artista con altri fini, scopi e ritorni.

Abbiamo una missione concreta: divertire il pubblico attraverso una comunicazione espressa con musica ma sublimata con il ballo, questo crea una serie di risposte meccaniche che il mestiere ti insegna a provocare: per me il vero DJ è quello che sapendo come far scaturire un facile applauso, ne fa a meno e cerca una strada personale e inaspettata alla soddisfazione della pista, per rinnovare il gioco senza soluzione di continuità.

 

– Alla fine di tutto cosa resterà a galla?

La Musica certamente, ma non i ruoli professionali che gli girano intorno: l’accelerazione tecnologica ha cancellato quei tempi di sedimentazione del sapere, volgarmente chiamati “gavette” che attraverso percorsi tortuosi, determinavamo l’attaccamento e il rispetto che si deve avere della “materia prima”, mi riferisco a quelli che ancora trovi nella cucina, nell’enologia, nella scrittura… purtroppo il dopo-jobs è stato la Caporetto della fruizione musicale con tutte le conseguenze che l’ascolto privato, auricolarizzato e non condiviso, ha potuto produrre nella catena di montaggio della musica da vendere.

 

 – A 13 anni inizi a lavorare in radio, oggi i ragazzi a 13 anni aprono il loro primo account social (alcuni forse anche prima!). I “social” che sembrano essere diventati quasi più importanti delle puntine. Utili strumenti di comunicazione, che spesso creano falsi miti, false relazioni e falsi rapporti interpersonali. Un tempo ci si trovava nei negozi di musica per parlare di musica, per ascoltarsi e confrontarsi, oggi ci sono le Instagram stories. Il tuo rapporto con i social? Quanto tempo gli dedichi e quanto pensi sia importante tornare a confrontarsi nei luoghi dove la musica si fa?

Ancora prima delle radio libere, io ero un CB, e con il mio baracchino in cui invocavo “break al canale” sono stato “social ante litteram”, con una esigenza di comunicare che probabilmente era innata, la stessa che mi ha portato poi a bussare alle porte di Radio Luna e poi a capire immediatamente che per toccare il piano emotivo in una comunicazione nulla è efficace come la musica; le parole ingannano perché sono frutto di ragionamento e calcolo, la Musica non inganna perché è effetto e causa di emozione. Per cui dedico ai social il tempo chemeritano, a seconda di quello che ho voglia di comunicare; scelgo tra i diversi social anche il più adatto a ciò che voglio esprimere, proprio perché diversi tra loro e in grado di toccare diverse corde sensibili. Con il tempo ho imparato ad “usarli” cavalcandone le possibilità limitando i danni, mentre nella fase iniziale io come tutti (credo) siamo stati usati, inconsapevoli del potere di chi li gestisce.

 

 – Il festival di Sanremo, un dj in giuria ed un messaggio chiaro: “ci siamo anche noi, anche noi capiamo e facciamo musica!”, e invece quasi un’arma a doppio taglio, soprattutto tra gli addetti ai lavori, della serie “ora lui è mainstream, tagliamolo fuori!”. Come hai vissuto le tue partecipazioni, prima e dopo, i festival? Lo rifaresti?

I did it again! Ben tre Volte! Troppo mi sono divertito, troppo irresistibile la possibilità di guardare dal dentro, dal backstage… la prima volta fu davvero un’emozione grande, mi sentivo “eletto” e rappresentante di tutti i DJ e della loro sotto-cultura che attraverso la mia figura acquistava quella dignità nazional-popolare che ti permettesse di dire che “lavoro faccio” ad alta voce. Devo però confessare che solo pochi colleghi hanno rilevato questa mia interpretazione, su questa ha prevalso la solita invidiuccia provinciale e miope che pervade questo Paese da sempre. Il successo in qualsiasi forma, anche effimera o virtuale è sempre malvisto, sempre ammesso che fare il giurato a Sanremo ne sia un indice! E infatti le altre due volte l’ho fatto a cuor leggero, godendomi il momento senza patemi d’animo e sensi di colpa e lo rifarei sempre e comunque.

 

 

– 2005 – 2008, sono gli anni della minimal, quel “dark side of the club” che travolgeva tutto e tutti, gli anni in cui dici di aver “galleggiato” continuando a vivere grazie al tuo nome e al tuo passato, ci racconti un po’ come li hai vissuti e dove pensavi potesse finire tutto in quel periodo?

Io daterei 2008/2012. Gli inizi della minimal furono suggestivi ispirati e ispiranti, ma il successo del genere favorito da una grande affinità con la droga “di moda” cancellarono subito il valore musicale, tanto è vero che i veri eroi del genere li conoscono in pochi (Brinkmann per fare un nome), contemporaneamente è arrivata anche la cosiddetta rivoluzione delle consolle: via i vinili, avanti con i file e strumentazione ad hoc, fatta di mac, controller e ammennicoli vari (grandissimo business per l’industria elettronica che sovvertiva così l’establishment precedente rappresentato da Techinics) atti a testimoniare un cambiamento epocale a base di Led e tasti luminosi, che doveva sbattere in soffitta tutto ciò che c’era prima in quanto muffa inerte. Ma saper galleggiare ha i suoi vantaggi: mentre sei lì a metà del guado, indeciso se nuotare verso la riva davanti o quella dietro, hai il tempo di pensare e ponderare tutto ciò che la frenesia che ti hanno o ti sei imposto prima non ti aveva dato modo di fare; ritrovarsi a vivere come la sagoma dell’orso del tiro a segno (professionalmente parlando) con ansie mai provate prima, tipo scrutare ogni singola espressione del volto di ogni singola persona in pista per interpretarne il gradimento, il consenso di quello che stavo suonando.

È stata una dura ma importante lezione, quando nulla è più né scontato né regalato la domanda che ti fai è: “Sei ancora in grado o meno di trasmettere con quella naturalezza (ma anche inconsapevolezza) di un tempo, quel tuo messaggio musicale netto, preciso, determinato?” Ma quando su di te gravano queste enormi insicurezze non puoi matematicamente essere sicuro e determinato, perché in quel momento il tuo focus non è più la Musica e il suo Gioco, ma te stesso e la percezione che hanno di te. Al quel punto scatta l’auto-analisi, crisi=cambiamento=crescita anche se poi l’unico vero cambiamento che messo davvero in atto è stato semplicemente rimettere al centro della mia vita professionale l’unica cosa che mai mi aveva voltato le spalle: l’Amore per la Musica. Ha funzionato, ho smesso di chiedermi il perché e il percome di quello che mi succedeva intorno, e ho ricominciato ad ASCOLTARE i dischi con sacrale attenzione, a ricercare e scoprire il buono, il meglio che mi suggeriva il mio gusto e la mia esperienza, e riproponendolo alla pista con un entusiasmo rinnovato e soprattutto sincero. A quel punto, rimessa la cuffia solidamente in testa, sono stato sicuro che la famosa rivoluzione si sarebbe ridotta a poca cosa, come mille paralleli sociali e politici di quegli anni ci hanno indicato.

 

– Nasci e vivi a Gaeta, a metà strada tra Roma e Napoli, due città che hanno segnato la tua carriera. Partiamo dalla Capitale: sono gli anni ’80, gli anni dell’Hysteria e dell’incontro con Marco Trani, gli anni in cui inizi con l’house music. Che aria si respirava in città? Come ha reagito la città a questo nuovo fenomeno musicale?

Roma a metà degli anni 80 era un posto musicalmente spettacolare, tutta la mia cultura “soul e black” parte ed è ispirata da una città in cui i club dell’epoca avevano una sensibilità assolutamente unica, molto diversa dal modo della Baia e del Cosmic, le registrazioni dei quali furono i miei libri di testo. La stessa tecnica dei DJ romani capeggiati dalla Classe e il Carisma di Marco, era diversa e raffinatissima, livello medio tecnico altissimo, testimoniato anche dalle consolle molto più evolute di altre città: almeno 3 Technics SP-15 mixer Teac Tascam 3 e pre separati, e ricerca maniacale di dischi in negozi fornitissimi e attenti… Marco mi prese dal paesello e mi portò a sostituire Corrado Rizza che partiva per gli States, ho fatto il “luciaio” con licenza di mettere qualche dischetto prima e dopo di lui a pista vuota o semi… ascolti, assimili, impari a guardare e leggere la pista dalla consolle luci sei quasi all’epicentro del tutto ma senza la responsabilità di timonare… poi alle 7, tutti a fare colazione insieme, tutti o quasi i dj romani, Giancarlino, Gino Woody, De Nicola, Pierandrea “the prof”, Micky Capo… tutti molto più bravi di me e da tutti raccoglievo ogni singola sillaba che mi potesse insegnare qualcosa. i fratelli Micioni, no, quelli erano già star te li andavi a sentire al Much con la loro strumentazione straordinaria in consolle: mixer a 24 ch, chitarre, Synt e EFX, suonavano dischi e strumenti indifferentemente con una qualità che impressionerebbe anche oggi.

 

 

– In mezzo lo Zen, le feste in spiaggia, un Coccoluto “factotum”, dj, grafico e direttore artistico e il lunedì House. Riesci quasi a crearti un locale a tua immagine e somiglianza. È là che avviene l’incontro tra la realtà romana e quella napoletana, è là che prende forma un “movimento underground”. Ci racconti come è nato e si è evoluto il tutto?

Semplicemente gli inverni romani mi creavano l’esigenza di un locale estivo dove cercare un po’ di luce, la riviera Romana non aveva abbastanza chance per tutti e io, oltre che “burino” (come si dice a Roma di chi viene da fuori-città) ero l’ultimo arrivato… di necessità, virtù. Quindi unica possibilità, organizzarsi qualcosa da me, dove nessuno potesse cacciarmi dalla consolle, visto anche che il gusto prevalente in provincia era molto ma molto lontano da quello che mi ero abituato a masticare nella capitale. Dopo svariati tentativi sulla costa, fatti di spontanee ed empiriche organizzazioni di serate a tema, arrivò l’opportunità che mi diedero Piero Arezzi e la famiglia Manzi di Sperlonga, e fu quella di fare un locale da zero, plasmato in tutto e per tutto dalle mie idee e la mia esperienza fino ad allora maturata: decisi il nome, la programmazione , seguii il progetto architettonico, scelsi l’impianto, mi dedicai alle grafiche e alla promozione… non fu esattamente una scelta come detto, ma una necessità dovuta, in parte, alle precedenti esperienze locali, per mancanza di materiale umano con cui scambiare nozioni allo stesso livello, in parole povere, avrei fatto prima a fare da solo che a spiegare cosa volessi. House e Techno erano concetti freschi e si confondevano tra loro, l’unica realtà era che un nuovo approccio alla musica da ballo, e non era né la disco che aveva già 15 anni sul groppone, né quella sottoproduzione di remix delle hit pop che avevano catalizzato la fine degli anni 80. Lo ZEN ha interpretato questo passaggio perché non c’era il vincolo culturale di una scena consolidata, c’era la voglia di nuovo, un certo richiamo ad Ibiza (Locomia) la libertà di vivere la notte, non in un salotto ma in una pista rovente… e poi eravamo, come dici tu, tra Roma e Napoli! Ma collocare una serata con la specifica “house” di lunedì, fu la mia scommessa: pensavo che chi fosse davvero attratto da questa roba nuova non avrebbe avuto difficoltà a sovvertire il postulato “si balla nel weekend” e cosi fu, e tra i più assidui c’erano proprio Tina e Francesco, con i quali si iniziò a parlare di clubbing (Francesco aveva vissuto a Londra e si era già portato avanti con tante partecipazioni e frequentazioni) ma soprattutto come portare quel modello ZEN a Napoli che era sicuramente un po’ ingessata sul convenzionale.

Dalle parole ai fatti, il resto è storia, una bella storia di musica e amicizia durata finché successo economico e clamore mediatico hanno scatenato i bassi istinti dell’ego, inutile oggi dettagliare di chi.

 

– E poi Napoli e gli Angels of Love. Dalle serate allo Zen a quelle con Francesco Furiello e Tina Lepre all’idea di una vera e propria “posse” dell’house music nella città del Vesuvio. Come era Napoli in quel periodo? Ci racconti un pò i tuoi anni con gli AOL?

Mi piacerebbe tanto raccontare le emozioni di questa piccola epopea: un periodo della mia vita intensissimo che ha cambiato la mia vita e la percezione del mio essere DJ ma purtroppo non basterebbe un libro intero: per intensità per densità di particolari sui quali sorvolare sarebbe un colpevole peccato di superficialità: a Napoli in quegli anni si è scritta una pagina del clubbing nostrano e internazionale, grazie ad una serie di circostanze, azioni, passioni, persone e personalità che si sono combinate in una irripetibile avventura: appunto ci vorrebbe lo spazio di un libro, e dopo “IO,DJ”, potrebbe essere proprio il mio prossimo scritto.

 

– E infine Giancarlino e il Goa, l’essenza pura del club, le origini del tutto. Un format e un’amicizia che va avanti da molti anni. Come e da chi nascono idee, artisti e serate?

Il mio arrivo a Roma è figlio di una partenza metaforica da Napoli: finita la mia storia personale con Angels of Love avevo comunque un bagaglio di esperienze dal management, alla promozione, alle relazioni internazionali da mettere a disposizione, Giancarlino mi chiese di occuparmi di una residenza nel suo neonato club e poco dopo, entusiasta ne acquisii le quote; tutto nasce come sempre da un confronto assiduo su musica, percorsi ed obbiettivi, tra due DJ che cercano di calarsi nei panni degli imprenditori (malamente direi!) perché le logiche del business si sono sempre piegate a quelle della passione e del fare sempre meglio quell’idea di “club” che avevamo in mente: un luogo in continua evoluzione, sia nelle proposte artistiche che nella forma e la funzione. Testimonianza di ciò è il fatto che il GOA ha cambiato “veste” continuamente, ho perso il conto dei restyling, cercando di arredare lo spazio con idee e suggestioni che fossero lo sfondo ideale al modo che si proponeva. In molti ricordano le serate “Suoni a Confronto” dove condividevo la consolle con i Maestri di qualunque genere musicale: da Gilles Peterson a Goldie, da Watherall a Kruder and Dorfmeister. Il nostro DNA è stato sempre l’elettricità, portare all’attenzione dei nostri clienti il meglio (prima del nuovo), ovvero artisti collaudati, che sappiano compiere la missione di divertire con la propria personale proposta. Dal Goa sono passati nomi più rappresentativi e fondanti della musica elettronica degli ultimi 20 anni, sempre nello spirito di contribuire alla costruzione e la crescita di un movimento vero, quasi idealistico. Io e Giancarlo ci conosciamo dalla preistoria di questo lavoro, c’è una stima profonda professionale e umana che è difficile anche da raccontare, il mio unico rimpianto e che non sono mai riuscito a schiodarlo dalla sua pigrizia cronica, quanto la sua visione (finto) pessimistica (mica lo chiamano OMO NERO per niente…), girare il mondo e far conoscere il suo talento di dj lo avrebbe portato sicuramente ai vertici, ma è fatto così, ed è molto amato per questo motivo!

 

– Le sei di mattina a Berlino ti ricordano un pò le sei di mattina all’Exogroove?

Assolutamente no, sono storie ed epoche separate da un elemento fondamentale: LA SPONTANEITA’. Esplorare il giorno con la notte alle spalle era un’avventura nuova, come nuovi erano i suoni e le atmosfere di quei posti riadattati senza nessun criterio e storicità a cui appellarsi, il massimo dell’arte di arrangiarsi unito al massimo desiderio di divertirsi, in un’epoca storica in cui il modo “andava bene, assicurava un futuro di crescita e di espansione”. Il clima era festoso, gioioso addirittura, e non credere che siano ricordi edulcorati, l’unica forma di condivisione era il contatto personale, il mood si propagava con le cassette e tutto era ammantato di novità e meraviglia. Tutto sommato erano gli inizi, ognuno reagiva a modo suo in un party, non c’erano “copioni comportamentali” e comportamenti omologati come spesso oggi mi sembra di cogliere, questo purtroppo è il grosso gap tra ciò che mi proponi di confrontare. Berlino e il suo “modo di vivere il club” sono l’espressione dello stesso movimento ma con 20 anni di marketing nel mezzo che ha mutato la percezione di eventi, club e protagonisti, perché oggi l’obiettivo delle iniziative è prevalentemente commerciale. Oggi è come se tutti avessero visto il film cento volte e per quanto bello non ci sia più nulla di cui meravigliarsi.

 

– Che Ibiza ti raccontò Jose Padilla quando venne a prenderti in aeroporto?

É stato un momento magico, il mio vero battesimo dell’isola: Josè, davanti ad una paella, io appena sceso per la prima volta nella mia vita lì. Mi ha parlato a lungo dello spirito con cui affrontare la serata, per raccontare la percezione, mi sentivo come il chierichetto alla sua prima messa, ma spiegata dal Papa! Mi parlava di sacralità, di umiltà, di incontri e flussi energetici, tutti concetti che avevo dentro e a cui non avevo dato un nome fino a quell’incontro che ha dato un senso speciale, e di cui ho un ricordo scolpito nella mente. Vedere oggi Ibiza trasformata in una trappola per ricchi turisti, con “autostrade”, cemento a go-go e neon tamarri stile Las Vegas, non era neanche immaginabile ma divenne abbastanza prevedibile, solo qualche anno dopo, verso il ’99 quando i proverbiali cartelloni 6X3 hanno cominciato a snaturare il paesaggio mediterraneo coprendo la visuale del paesaggio dall’aeroporto alla città vecchia, sintomatico di una vita notturna pre-fabbricata, un “divertimentificio” da “7gg volo e open bar incluso” con sfruttamento intensivo dei neuroni di intere generazioni di giovani europei. Una mentalità mutuata dal marketing Inglese che nel frattempo avevamo coniato il termine Super-Club che è esattamente il concetto di club 2dopato” e portato all’estremo, snaturato, estraniante e soprattutto, indipendente dal prodotto principale che vende, la musica. La lotta dei “brand” inizia allora e schiaccerà tutto e tutti come quando un minipimer entra in un agglomerato di ingredienti e quello che ne esce è una pappa incolore e insapore. So che questo pensiero porrà il fianco alle accuse di passatismo nostalgico ma so anche che questa è la pura e semplice oggettività dei fatti e che, per quello che mi riguarda, non posso che rimpiangere l’Ibiza di Padilla per mille motivi, musicali e non.

 

 

– 1996, l’anno di Belo Horizonti, disco che non ha bisogno di presentazioni e numeri che probabilmente la discografia non vedrà più. Però parliamo un pò delle altre produzioni di Coccoluto da “Blues Brunch”, a “Uno Nuovo”, “It’s a New Funky” e poi chissà quante altre pensate e/o iniziare e mai finite. 

Non ho molto da dire: “Belo” e uno dei tanti figli, famosi o no, voglio bene a tutti! Io slego la mia attività di produttore dal “lavoro di dj”, fare musica è passione pura, senza alcun fine di business, e questo crea un rapporto intimo con le cose che produco che preclude dal successo della pubblicazione, sono assolutamente incapace di attribuire ad una traccia più valore che a un’altra, e questo dura da sempre, ben prima del ’96. Sono alla continua ricerca di qualcosa attraverso la quale poter esprimere al meglio il mio pensiero sulla Musica, che poi è il frutto di milioni di ascolti, migliaia di innamoramenti, centinaia di cambiamenti di idea. La Musica è una materia magmatica, senza forma e in continuo movimento, è la ricerca di una sincronia tra il proprio gusto e le esigenze del pubblico che genera il consenso di quello che fai, che non è mai scontato e tante volte, tardivo. Per questo il mio studio è semplicemente la stanza dei giochi, in cui entro, come quando, da bambino, svuotavo il fustino del Dixan, colmo di mattoncini lego, e decidevo, di volta in volta di costruire un aereo, una caserma dei pompieri, oppure una ferrovia e qualsiasi cosa mi passasse per la mente. Sono alla costante ricerca di una libertà di espressione che paradossalmente deve proprio superare il limite di essere dj, conoscere certi automatismi delle piste, e sfidarli, bypassarli, scommettere non sull’ovvio ma sull’imprevedibile.

 

– Da padre in figlio, com’è il tuo rapporto con Gianmaria? E cosa ti senti di dire ai giovani che si avvicinano a questo mondo?

É una meraviglia e un dono condividere la tua passione dominante con tuo figlio, non so capire in che misura l’ho trasmessa e quanto fosse nei suoi geni, ma guardando l’attenzione alla Musica di mia figlia Gaia ma anche di Paola (mia moglie), mi piace pensare sia una questione di DNA. I consigli sono roba da rompicoglioni e non mi piace darne, preferisco discutere e confrontarmi sui temi e le percezioni che stanno intorno all’approccio alla Musica, sul come e sul perché cosa che è diventata centrale nel rapporto con Gianmaria che ha arricchito molto anche me, anzi forse è più quello che ho attinto da lui e dal suo sguardo giovane e non smaliziato che l’esperienza decennale mi ha costretto ad assumere. L’unica cosa che mi sono preoccupato di tramandare a lui e a qualsiasi altro giovanotto con cui ho avuto sempre il piacere di discutere è il RISPETTO PER LA MUSICA TUTTA, e per chi la fa con serietà e dedizione, aldilà dei propri gusti, chi ha atteggiamenti di spocchia e snobismo nei confronti degli altri sarà sempre poco degno di maneggiare ma anche solo parlare di MUSICA

 

– Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato, dei tuoi racconti e dei tuoi consigli. E’ stato per me un onore ed un immenso piacere parlare con te, con chi la storia la può raccontare perché l’ha fatta, con chi può permettersi di dispensare consigli ai più giovani perchè c’è passato prima di loro. La musica ti ha dato tanto è sicuramente tu hai dato tanto alla musica e al mondo del clubbing in generale. Non me ne volere però devo farti un’ultima domanda, sai le chiudo sempre così: la tua pizza preferita?

Quella di Franco Pepe di Caiazzo, il migliore….

 

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Ti ringrazio

A presto

D.

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