Alessio Chierico @ roBOt 07 // trātaka // interview

polpetta
Tempo di lettura: 7' min
11 novembre 2014
Art, Interview

Per concludere in bellezza i nostri focus sugli eventi off di roBOt 07, vi parliamo dell’eclettico Alessio Chierico, artista completo che ha esposto la sua opera trātaka alla galleria Adiacenze, durante i 4 giorni del nostro amato festival.
In questa intervista Alessio ci svela tutti i particolari che si nascondono dietro la sua ricerca artistica e non solo….check it out!

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Ciao Alessio! Parlaci di trātaka, l’installazione che hai portato a Bologna in occasione di roBOt 07: com’è nata quest’opera? Quali sono gli obiettivi che vuoi raggiungere mettendo a confronto la tua installazione con le persone che la utilizzano?

Trāṭaka è un installazione interattiva che si basa su una brain-computer interface. In questo lavoro, il visitatore viene invitato a concentrare la sua attenzione in una fiamma posta di fronte a lui. Tramite un caschetto, viene letto il suo livello di attenzione, che andrà a comandare un flusso d’aria situato sotto la fiamma. Un livello di concentrazione maggiore corrisponde ad un flusso d’aria più forte. Nel momento in cui il visitatore riesce a raggiungere e mantenere un alto livello di attenzione, il flusso d’aria sarà sufficientemente forte da spegnere la fiamma. In questo modo il fruitore viene forzato a prendere controllo della propria attenzione, ingaggiando una sfida con le sue proprie abilità.

Questo lavoro nasce un po’ per caso, come qualche volta succede. La mia ricerca si muove tendenzialmente in altre direzioni. In ogni caso, devo dire che nelle occasioni in cui ho esposto questo lavoro, sono emerse delle questioni del tutto inaspettate, che si sono rilevate particolarmente utili per la mia ricerca. Successivamente spiegherò questo più in dettaglio. Tornando a come nasce questo lavoro, va detto che ero curioso di utilizzare questo tipo di device (brain-computer interface) già da tempo. Iniziando a sperimentare ho notato come le possibilità offerte da questa tecnologia sono piuttosto limitate. Infatti, come si può notare anche in altri lavori che la usano, ci sono essenzialmente due tipi di approcci: uno astratto, in cui i dati che vengono acquisiti sono mappati in maniera arbitraria, creando suoni ad esempio. Un altro approccio è quello di provare a sfruttare quei dati che sono più efficaci per un processo di interazione, e che possono costituire un feedback per chi usa lo strumento. Quest’ultimo è il caso di Trāṭaka. Il primo caso può sicuramente essere di impatto, ma di fatto non può presentare nessuna corrispondenza significativa tra l’interazione e il suo risultato… in altre parole si tratta di un approccio fortemente speculativo.

Il mio obiettivo nell’interazione tra le persone e questo lavoro è essenzialmente creare un framework dove i visitatori si ritrovano a prendere consapevolezza della loro concentrazione. Chiaramente questo non va inteso in termini generici, ma va circoscritto solamente al momento in cui questa installazione viene esperita. Inoltre, un altro obbiettivo, in questo caso più personale, è osservare come le persone reagiscono nel relazionarsi con una tecnologia che sembra quasi magica (citando Arthur C. Clarke) e soprattutto “seamless”, cioè che non offre nessun indizio di come funzioni. Questo ultimo aspetto è un punto chiave nella mia ricerca corrente.


Ci sono state reazioni particolari, da chi ha provato la tua opera, che ci vuoi raccontare?

Assolutamente si, questa è stata per me la cosa più interessante. Come dicevo precedentemente, questo lavoro non nasce direttamente dalla mia ricerca, ma osservando come le persone si relazionano a questo progetto, ho trovato numerosi spunti di riflessione. Come prima cosa ho notato come persone che conoscono già il dispositivo che utilizzo e/o hanno un minimo di competenze tecniche a riguardo, sembrano tendenzialmente scettici nel funzionamento. Questo succede a buon ragione, infatti questa interfaccia non brilla in quanto affidabilità, e come accennato precedentemente, ogni sua applicazione è piuttosto limitata. Però va detto che questo lavoro viene da uno studio approfondito delle qualità che questo dispositivo offre. Nel caso di questo progetto io credo di aver sfruttato al massimo le possibilità offerte da questo sistema, le quali risultano perfettamente attinenti alla finalità del progetto. Va inoltre sottolineato che in questo caso non è la tecnologia a essere centrale, ma lo è l’esperienza data dal contesto e dall’interazione. Questo per dire che molte persone che si sono soffermate sulla qualità tecnica del dispositivo, si sono di fatto persi l’esperienza offerta dall’installazione.

Dall’altro canto va considerato che molte delle persone che hanno provato la mia installazione, hanno spesso dimostrato una fedeltà quasi dogmatica nel credere profondamente nell’attendibilità e precisione della tecnologia proposta. Anche questo approccio è tendenzialmente sbagliato, e per me questo è stato particolarmente importante rilevarlo. Penso che se avessi detto che con questo dispositivo fosse stato possibile controllare i movimenti di una nuvola nel cielo, ci sarebbero state persone in grado di crederlo. Questo apre tante domande, innanzitutto riguardo la fidelizzazione incondizionata e acritica verso la tecnologia; ma pone anche questioni riguardo il funzionamento effettivo di molti lavori basati su nuove tecnologie, chissà se tutti funzionino effettivamente così come viene dichiarato.

Ad ogni modo, i fruitori che mi hanno dato maggiore soddisfazione sono stati quelli che non partivano con nessun pregiudizio del tipo: “funziona assolutamente” o “assolutamente non funziona”, in altre parole, chi era in grado di ascoltare. Questo gli permetteva di costituire una reale relazione con l’installazione, così come è stata concepita. Una relazione che si basa su un’analisi dell’interazione, una valutazione del feedback che si riceve (una percezione in cui quello che faccio corrisponde realmente a un cambiamento dello stato dell’installazione) e infine in un rapporto di fiducia. Posso portare come esempio quello di una ragazza che provando il lavoro si accorse di un ritardo di due secondi tra il suo livello di attenzione e i movimenti della fiamma. Sono rimasto molto sorpreso di sentire questo commento, perché avendo creato il software ero pienamente consapevole di questo, ma non credevo possibile che qualcuno che provasse questo lavoro potesse effettivamente percepire questo ritardo. Questo è un ottimo esempio di come il rapporto con la tecnologia possa diventare empatico, capendone funzionamento e limiti.


Hai mai pensato di mettere a disposizione i risultati prodotti da trātaka per una ricerca scientifica di tipo psicologico?

No, non credo ci sia nulla che posso apportare alle scienze cognitive, ne tanto meno alle neuro scienze. Il dispositivo che utilizzo non è assolutamente pensato per usi medici o di ricerca scientifica, è puramente un prodotto commerciale pensato per un pubblico generalista. Il punto è che non è accurato abbastanza, ed è un estrema semplificazione dei sistemi utilizzati degli istituti di ricerca, quindi tutti i dati che ricevo non sono utilizzabili in questo contesto. Tuttavia, considerando tutte le limitazioni, devo dire che è un ottimo prodotto per semplici applicazioni. Trāṭaka è un installazione interattiva che deve essere intesa come esperienza costruita su un contesto ben preciso, l’interfaccia/dispositivo che utilizzo è puramente funzionale all’esperienza stessa ma non è l’elemento primario del progetto.

Ad ogni modo ci sono alcuni contesti scientifici a cui Trāṭaka si può riferire. Principalmente l’ambito di ricerca che riguarda il rapporto uomo-computer, dove alcune delle osservazioni fatte precedentemente possono costituire spunti di riflessione. Al momento, riguardo l’ambito scientifico possono dire che Trāṭaka sarà pubblicata a Maggio su ACM Interactions, rivista di ricerca scientifica di New York, e a Novembre sarà presentata a Lisbona per la conferenza Live Interface.


Le tuo opere combinano arte e design con un approccio di tipo teorico: in che modo è avvenuto questo intreccio nel caso di trātAKA?

Trāṭaka è stato un caso un po’ a parte, come dicevo, non proviene direttamente dalla mia ricerca, ma comunque ha sollevato questioni per me molto interessanti. In poche parole, posso dire sicuramente design: riguardo il rapporto uomo-tecnologia e riguardo la creazione di un esperienza, che si finalizza nella realizzazione di un’installazione interattiva. Le questioni aperte da Trāṭaka hanno una chiara ripercussione nella mia ricerca teorica, ma non l’opposto. La questione artistica in questo caso la lascio in sospeso: Trāṭaka si può ben ricollegare all’arte interattiva, quindi potrei rivendicare questa classificazione, tuttavia non mi sono mai profondamente interessato a questo versante. Diciamo che sono ben contento che Trāṭaka venga definito come progetto d’arte e che finisca in questo tipo di contesti, ma personalmente non è un lavoro che trovo particolarmente rilevante in un discorso puramente artistico.

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Tu ti occupi principalmente d’arte legata alle nuove tecnologie, che è un filone recente e che mi affascina moltissimo: raccontaci brevemente come si è svolto il tuo percorso artistico e perché hai scelto questa corrente.

Qualche volta credo che la mia non sia stata veramente una scelta, mi ci sono semplicemente ritrovato. Già da adolescente ho sempre avuto curiosità e subito la fascinazione per la tecnologia, o per ciò che in altre parole potrei chiamare “ingegno”. Il mio interesse forse non si è mai veramente spinto nel creare tecnologia, ma più nel comprenderla sotto tanti aspetti differenti. Devo dire che (fortunatamente) non sono mai stato troppo pragmatico. Così quando ho iniziato avere internet mi si è aperto un mondo e ho iniziato ad interessarmi brevemente di hacking, ma su un piano puramente teorico: le questioni etiche e politiche che erano sollevate in questo contesto underground. Parallelamente iniziavo ad interessarmi seriamente di musica, chiaramente elettronica, andando a ritracciare tutta la storia della club culture, ma anche reggae e dub, allo steso tempo iniziavo anche a scoprire la musica sperimentale e le performance audio-visive. Da li a breve iniziai ad interessarmi di arte come viene comunemente intesa, ricordo che feci pure un corso di pittura. All’inizio il mio approccio era piuttosto ingenuo, successivamente anche troppo serio…

Con questa premessa è facile immaginare che quando scoprii che esistevano corsi di studi che raccoglievano, anche solo in parte, tutti questi miei interessi, non ho avuto più dubbi su quello che avrei voluto fare. Fu così che mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Urbino, un anno dopo, in seguito ad una borsa di studio, andai per un anno a fare un master alla NABA di Milano, per poi tornare a finire la mia triennale all’Accademia di Belle Arti di Carrara (lo so, è un po’ contorto… il mio è stato il primo caso in Italia, così come detto dal Ministero dell’Istruzione) . Successivamente mi sono mosso in Austria per concludere il mio corso di studi. Questi anni di studio sono stati per me fondamentali, ho ampliato le mie prospettive, trovando nuovi interessi, e imparando a mettermi continuamente in discussione. Durante questi ultimi otto anni ho portato avanti numerose attività in questo ambito, e ho partecipato a circa una cinquantina di mostre, principalmente in Italia.


Com’è nata la tua partecipazione a roBOt? E quali sono le tue considerazioni post festival?

La mia partecipazione a roBOt nasce da un invito che è stato formalizzato come application al bando, una pratica piuttosto comune per molti festival. Per me è stato un piacere avere la possibilità di tornare a Bologna, incontrare alcuni amici che non vedevo da molto e conoscere persone molto appassionate, in particolare i ragazzi della galleria Adiacenze, che sono stati di grande supporto. Sono stato contento di vedere che questo festival è in continua espansione e sicuramente molto ambizioso. Sono curioso di vedere quali saranno i suoi sviluppi futuri. Vedo molte energie dietro a questo progetto, e spero che vengano convogliate nel migliore dei modi.


Grazie mille Alessio!

Grazie a voi!

Foto di Alessio Chierico

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