Va in scena a Bologna, Aldous Harding!

mirko
Tempo di lettura: 2' min
17 dicembre 2019
News
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È un clima familiare per Aldous Harding, quello che la accoglie a Bologna, il freddo, la pioggia. Ma il Locomotiv Club, con la sua dimensione confidenziale, è il palcoscenico ideale per scaldarci l’anima.

La serata è organizzata da Murato!, una rassegna di concerti organizzata da Unhip Records con la partecipazione di Radio Città Del Capo che negli ultimi anni ha portato a Bologna Four TetAutechreThe Notwist, tra gli altri.

Prendiamo posto nelle prime file, sul palco c’è Yves Jarvis, 23 anni, tre dischi pubblicati, l’ultimo The Same but by Different Means uscito nel marzo di quest’anno. Un disco nel quale l’artista canadese riesce a mettere in mostra un’anima soul densa di elettronica e un armamentario, ben orchestrato, fatto di turntablism e voci pitchate. Ma sul palco del Locomotiv, in solo à la Jack Garratt, la sua musica ridotta all’essenziale, perde in qualche modo di intensità, e anche i suoi tocchi più caratteristici (parlavo del turntablism non a caso) finiscono per apparire accessori. Probabilmente con qualche elemento ad accompagnarlo durante l’esibizione sarebbe più semplice apprezzarne le sfumature.

Poi, durante il cambio palco, risuonano le note di Spirit Of Eden dei Talk Talk, e questo, oltre al brusio della sala che si riempie in maniera composta, ci trasporta in un’atmosfera sospesa, spezzata solo dall’ingresso in scena di Aldous Harding, alle 22 in punto.

(continua sotto)

Aldous Harding Locomotiv

foto di Federica Cicuttini via Rolling Stone

 

Una sedia, la sua chitarra, outfit total black, e il silenzio, mantenuto per alcuni lunghi secondi, a richiamare, semmai ce ne fosse bisogno, tutta l’attenzione su di sé. Finalmente, l’arpeggiare con le dita sulle corde, The World is Looking For You, da Party, con il pubblico in silenzio intento nell’ascoltare la sua voce e nel farsi ipnotizzare dalle sue espressioni, dalle sue movenze a metà tra lo stravagante e lo sciamanico, dagli schiocchi di lingua tra un brano e l’altro. D’altronde, quella di Aldous Harding (e Mali Llywelyn alle tastiere, Gwion Llywelyn alla batteria, Harry Bohay al basso e Ben Proudlock alla chitarra) sembra essere in tutto e per tutto una messa in scena, da osservare attentamente, nel quale lo scorrere della tensione non viene mai allentato durante i settanta minuti dello spettacolo (sigh). Nemmeno sul caloroso applauso finale, durante il quale tutti i componenti della band mantengono un contegno invidiabile (nonostante, ad un tratto, il sorriso si sia insinuato nei loro visi).

In mezzo, tanto dal sul ultimo disco, Designer. Il prevedibile entusiasmo del pubblico per due dei brani cardine di esso, The Barrel e Zoo Eyes, la particolare intensità della versione live di Treasure, un passaggio al piano per eseguire Damn. Tutto sotto l’occhio attento del pubblico, nessuna traccia di fastidioso chiacchiericcio. E la sua interpretazione, precisa ma senza raggiungere una perfezione plastica.

Un’esibizione nella quale l’interazione di Aldous Harding con il pubblico è relegata ad un profondo contatto visivo, che da solo riesce a magnetizzare l’intera sala. Pochissime parole, un “thank yousussurrato.

L’encore è destinato curiosamente e coraggiosamente ad un inedito: Old Peel, un’esplosione di vivacità, a dire il vero non troppo vicino alle sonorità dei suoi precedenti dischi. Aldous Harding in mezzo al palco accenna la danza del video di The Barrel (ne avevamo parlato qui), tenendo il tempo con una bacchetta e una tazza.

Applausi, sipario.

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