Cosa si produce e cosa si ascolta quando per una pace che non arriva, scoppia una nuova guerra? I consigli musicali di marzo parlano di resistenza, collaborazioni…
Ma anche, impegno, rabbia, evasione, ascolto, osservazione. Di una musica che mette in suono le sensazioni che proviamo. Partiamo dalle ultimissime, attesissime novità.
HELP (2), War Child Records, AA.VV.
Arctic Monkeys, Big Thief, Black Country, New Road, Cameron Winter, English Teacher, Ezra Collective, Foals, Fontaines D.C., Graham Coxon, King Krule, Nilüfer Yanya, Pulp, Wet Leg e Young Fathers… sono solo alcuni dei nomi che hanno messo la loro arte in questo disco. HELP (2) contiene è prodotto da James Ford, ha 22 brani e l’intero ricavato delle vendite sarà devoluto a War Child UK, 0rganizzazione impegnata nella protezione, nell’istruzione e nella difesa dei diritti dei bambini che vivono in situazioni di conflitto in tutto il mondo.
Un disco che parla di guerra? In parte (tra le sorprese, Depeche Mode che rifanno Universal Soldier), ma non solo. HELP (2) contiene cover commoventi come Lilac Wine con Arooj Aftab e Beck, Sunday morning cantata da Beth Gibbons. E diversi brani a 3 v0ci, come quella di Damon Albarn, Kae Tempest e Brian Catthen più cori di bimbi che in Flags fanno esattamente quello che deve fare una canzone di beneficienza che si rispetti: dare speranza, commuovere, mettere una mano sul portafoglio per sentirci parte di qualcosa di buono, soprattutto in momenti come quello che stiamo vivendo.
Quel 2 tra parentesi ci dice che c’è stato un precedente: HELP è un disco che è stato prodotto e pubblicato nel 1990 sempre dalla War Child Records, con l’obiettivo di raccogliere fondi per aiutare le popolazioni colpite dalla guerra in Bosnia, a cui hanno contribuito le più importanti band e artistə di quegli anni: Oasis, Blur, Radiohead, Portishead e Massive Attack…
Ma, tornando al presente, se non avete preordinato il disco non lo troverete più sul sito ufficiale perchè è sold out; cercatelo nel negozio di dischi più vicino a casa o acquistate la versione digitale su Bandcamp:
Gorillaz, The Mountain
Albarn e Hewlett sono tornati e con loro un po’ di amici che avevano salutato e pensavamo non avremmo più sentito in The Mountain, anche questo, prodotto da James Ford (che è un po’ la garanzia di qualità dietro molta musica e band contemporanee, dai Geese, agli Arctic Monkeys, ai Fontaines DC).
Si capisce dai primi attimi di ascolto che The Mountain è un disco influenzato da un viaggio in India, e poi, come ogni album dei Gorillaz (che compiono 25 anni!), The Mountain è caratterizzato dalle tante collaborazioni.
Ma c’è anche il tema della scomparsa – i padri dei due artisti sono mancati entrambi recentemente – che è parte integrante del tessuto sonoro dell’album: tra le voci dei featuring troviamo infatti anche quelle di persone che non sono più tra noi, come Dennis Hopper, Bobby Womack, Mark e Smith, Tony Allen e i rapper Proof dei D12 e Trugoy the Dove dei De La Soul, grazie a vecchie registrazioni che Albarn custodiva in un cassetto.
Nel disco si fa strada la sensazione che le persone continuino a vivere dopo la morte, senza misticismo. Non c’è nulla di inquietante o lacrimoso nel modo in cui il verso di Proof irrompe in The Manifesto, o nel modo in cui Mark E Smith ringhia, biascica e ride nel coro imponente di Delirium.
La magia dell’operazione Gorillaz, sta ancora una volta sta nel saper raccogliere, utilizzare e comporre poeticamente ogni ricordo, influenza, ogni inciampo della vita di Damon Albarn che si fa direttore di un’orchestra molto speciale, un’orchestra che ci regala raffinati tormentoni pop come Orange County o brani acid house arabi come Damascus.
A noi non importa che Pitchfork abbia un po’ stroncato questo album, a noi, anche a un secondo ascolto, continua a convincere. Forse perché stiamo imparando che lutto e dolore possono anche essere accompagnati da musica e danze liberatorie, con la presa di coscienza che muoviamo i piedi sopra un mucchio di ossa e diversamente non potrebbe essere.
Se avete visto Sirāt sapete di cosa stiamo parlando.
Notes from the air, Ciro Vitiello
Collaborazioni è forse la parola più ricorrente in questi consigli d’ascolto di marzo. Così è anche per Notes from the air, il secondo album di Ciro Vitiello, che ruota attorno alla figura ambigua del gabbiano, un’apparizione costiera al tempo stesso ridicola e divina, sciocca e sacra, aggraziata in volo ma a disagio sulla terraferma.
Il disco oscilla tra gesti orchestrali e ombre dream-pop/post-rock, guidato dal fascino di Ciro Vitiello per le texture shoegaze e le atmosfere cinematografiche, ci troverete tutta l’eleganza possibile degli strumenti a corde.
Notes from the air vede la partecipazione di Heith, Renato Grieco, Stefano Costanzo, Caraluce e Daniel Kinzelman. Tra le voci presenti figurano Martyna Basta, Heith e Antonina Nowacka, insieme alla voce dello stesso Vitiello. Ci sono dentro una gamma di atmosfere così ricca da guadagnarsi un posto negli ascolti funzionali ad affrontare periodi turbolenti come questo, dove gli stati d’animo quotidiani oscillano tra speranza e sconforto, senso di impotenza e paura di cadere, come un gabbiano in preda a correnti invisibili
Il disco rimane sospeso. Ogni traccia sembra un frammento trasportato dal vento, un messaggio sfocato, un ricordo smarrito, qualcosa che si avvicina al significato ma non lo raggiunge mai. Musica che non può consolare ma soltanto accompagnare, rendendo più vive le cose piccole della vita.
At Source, Caterina Barbieri e Bendik Giske
Siamo entrati nel campo delle atmosfere e qui restiamo con At Source, un EP che nasce da una residenza dei due artisti – lei compositrice che suona principalmente con sintetizzatori modulari e lui compositore e sassofonista – e che li ha portati lontano, in una duratura collaborazione.
At Source unisce i due mondi di Barbieri e Giske: sintesi analogica e un approccio esteso al sassofono che evoca un proprio universo sonoro. È allo stesso tempo intimo e cosmico, attingendo alle sfide e alle possibilità del loro scambio artistico, abbattendo la tecnica per accedere a tutte le possibilità espansive del loro punto d’incontro sonoro.
At Source è un documento del mondo sonoro che si evoca quando due artisti lavorano insieme per qualcosa, scoprendo le espansioni e i limiti della performance dei corpi e delle macchine. Non è un esercizio di assimilazione, ma di scambio produttivo e confronto creativo. Non attinge a energie o influenze esterne, ma si confronta con ciò che c’è da trovare nel loro rispettivo modo di suonare. “Riflette anche quanto fosse naturale la collaborazione”, dice Barbieri, “un incontro alla fonte che è stato spontaneo, grazioso e naturale”.
I brani sono intitolati con due parole evocative che racchiudono i due poli del loro suono: Alignment, Orbits o Impatients, Magma. Suono sia astratto che cosmico, nel sintetizzatore come macchina minata dal modo di suonare naturalistico di Barbieri e nella continua esplorazione di Giske della simbiosi tra il sassofono, la voce e il corpo.
Play me, Kim Gordon
è tornata una delle musiciste che negli ultimi 30 anni ha saputo scagliarsi più potentemente e raffinatamente contro il sistema politico americano e che ha saputo influenzare il pensiero delle donne da una prospettiva femminista dirompente. Play me, in uscita tra pochi giorni, si preannuncia come un altro disco bruciante, anticipato dal singolo Not Today.
Kim Gordon è tornata per ricordarci di cosa è capace, dopo la parentesi quasi interamente spoken words di The Collettive, torna a cantare e a suonare in un modo che non usava da tempo e che commuoverà i più affezionati ai Sonic Youth.
Ma la strada avviata con The Collettive non è superata o lasciata alle spalle. Play me infatti si chiude con ByeBye25! una rielaborazione del brano pubblicato in apertura del disco The collettive con un nuovo testo assemblato a partire da parole bandite durante l’era Trump.
A proposito di tempi duri: ecco un tipo di resistenza che infonde tutta la forza di cui abbiamo bisogno.
Ci vediamo ad aprile, meno incazzatə, forse.
Foto di copertina: Caterina Barbieri live at ROBOT Festival, dall’archivio di Polpetta Mag
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