Che fatica orientarsi nello scenario di festival estivi e scegliere una meta
Una geografia complessa, variopinta, tra nuove realtà che nascono dal basso grazie all’impegno di volontari magari inesperti ma dal cuore grande, mega eventi che perdono la loro identità acquistati da fondi di investimento dietro cui si celano retroscena inquietanti, e realtà storiche che cercano di sopravvivere fedeli alla linea, distinguersi dalla concorrenza e restare indipendenti, anche finanziariamente, in una generale scarsità di fondi.
Scarsità di fondi anche per le tasche di chi deve scegliere quali biglietti acquistare, con quali mezzi spostarsi e dove dormire senza finire sul lastrico.
In questo contesto, fidarsi di un festival che si sta avvicinando alla trentesima edizione e che conosciamo bene, per aver partecipato a sei precedenti edizioni, può sembrare una buona idea.
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Abbiamo così organizzato, come facciamo ogni anno dal 2018, il nostro breve viaggio in Sicilia, diretti a Castelbuono, piccolo comune nelle Madonie, per partecipare alla 28esima edizione di Ypsigrock Festival, con scarsa conoscenza e preparazione rispetto alla line up, immaginando che ci avremmo trovato tutti gli ingredienti per un’esperienza da ricordare.
Poi, sempre come ogni anno, al nostro rientro abbiamo iniziato a scrivere alcune riflessioni, che accompagnano le foto del festival, condite con alcuni contributi esterni che abbiamo raccolto da newcomer, persone alla loro prima esperienza di questo event0, per riportare anche altri punti di vista, che trovate riportati qua e là nel testo sotto forma di virgolettati:
“Non è solo un festival, è come una grande famiglia. Così ho sempre letto di questo festival, così ne ho sempre sentito parlare da chi lo conosce bene, beh è tutto vero. C’è qualcosa di speciale e inaspettato che lega le persone a questo festival (anche, e forse soprattutto, per chi ci va per la prima volta), qualcosa che effettivamente va al di là della passione musicale in comune. E questo qualcosa ti investe dolcemente, ti avvolge, si incastra dentro.”
Community first
Ci sono molti fatti a riprova che Ypsigrock ha costruito negli anni una comunità di persone affezionate al festival, una comunità che contribuisce essa stessa al successo dell’evento, molto attiva sui social, su canali telegram e nelle chat di whatsapp, che nel corso dell’anno scommette sulla conformazione della line up, fomentandosi nell’attesa che vengano annunciati i primi nomi, organizzando il viaggio, cercando appartamenti da condividere e passaggi in macchina verso la meta. Nelle giornate del Festival ci si ritrova dopo un lungo anno ed è come tornare a casa per le feste di Natale, immergersi nei rituali, tornare a frequentare i luoghi di ritrovo dove tutto si svolge con le stesse dinamiche dell’anno prima. I gruppi di persone che ogni anno si ritrovano in campeggio e organizzano le proprie tende in quartierini, come il “Gruppo Florio” e il “Gruppo Anelli” che quest’anno ha festeggiato i 10 anni con una t-shirt ideata per l’occasione.
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Il panettone non è un dolce invernale
Stiamo sempre sull’argomento comunità e suoi rituali, ma partiamo dalla fine: quest’anno è successo qualcosa di nuovo, inatteso, esagerato, che ha spostato ancora più in alto l’asticella del rituale proprio di una comunità unita dalle sue regole, le sue consuetudini: da qualche anno ormai tradizione vuole che al termine dell’ultimo concerto dell’ultimo giorno di Festival, il dj resident Fabio Nirta faccia partire All I want for Christmas is you di Mariah Carey accompagnata da balli, applausi del pubblico, trenini e abbracci, saluti e auguri, come a dire “Ypsigrock è il nostro Natale e anche quest’anno l’abbiamo festeggiato a dovere, è stato magico ed emozionante, grazie, non vedo l’ora sia l’anno prossimo per rifarlo”. Tutto molto bello e travolgente.
Quest’anno si è deciso di amplificare questo momento con una sorpresa in partnership con Fiasconaro – famosa azienda di produzione di panettone e proprietari della pasticceria al centro del paese in cui è d’obbligo la colazione a base di panettone e gelato.
Quando l’ultimo act della band English teacher sembrava essersi concluso, abbiamo visto farsi largo tra il pubblico due cosplayer di babbo e mamma natale e altri aiutanti portati dal pubblico in crowd surfing e contemporaneamente, da vari punti del perimetro della piazza è partito un lancio di piccoli panettoni Fiasconaro: ci siamo trovati improvvisamente tra il pogo e una specie di guerra di panettoni, tra il divertito e il basito. Anche se quelli veramente sconvolti da questa scena sono stati i componenti di English teacher, tornati sul palco intenzionati a regalarci un encore, sfumato senza spiegazione alcuna dall’arrivo di babbi natale e panettone. Ci siamo chiesti per giorni come l’avessero presa ma, proprio qualche giorno dopo, hanno pubblicato questo post su Instagram che fa presumere che ancora una volta Ypsigrock ha lasciato un segno indelebile nei cuori di una band.
“Quello che ha reso il mio primo Ypsi speciale sono le sensazioni che ho respirato costantemente: un mix di benessere, felicità, accoglienza, energia, sicurezza (sentirsi sempre al sicuro in un festival non è scontato). Quel mix che ti fa sentire viva e grata per la bellezza, la semplicità e la condivisione di circostanze. Dal montare la tenda al camping con i tuoi amici, al raggiungere quella curva del paese per aspettare la navetta chiacchierando con altre persone. Dal cantare sotto palco al godersi il live da più lontano, seduta per riposare le gambe (che ti serviranno per ballare tutta la notte al camping). Dal passeggiare in mezzo alle strade e alla gente del paese all’ordinare il panino o il gelato più buono, in attesa del prossimo live.”
Niente headliner.
Non è di certo una novità per gli habitué, ma ci sembra che il concetto sia stato sottolineato con forza per mezzo della programmazione dei palchi di questa edizione: a Ypsigrock non ci sono headliner.
Negli anni abbiamo assistito al ripetersi di uno schema, che vedeva succedersi nel tardo pomeriggio al chiostro di San Francesco i concerti di artistə meno conosciutə, band di dimensioni modeste per un palco di piccola taglia, mentre dal tramonto alla notte nel palco grande, in Piazza Castello, band più note, con maggior seguito e strumentazioni più corpose, con proposte che spaziavano dal post rock, al noise, passando per post punk, shoegaze e dream pop. A questo schema si aggiunge un act di una band italiana il giovedì sera. Il camping per le danze notturne, con i suoi riti, i suoi dj resident sul palco con i baffi per ricordare Stefano Cuzzocrea.
Ma è bastato sfogliare il programma giornaliero per accorgersi che l’organizzazione, quest’anno, ha sparigliato un po’ le carte in tavola: diversi nomi, che ci si aspetterebbe di leggere tra gli act della sera sul main stage, avvistati invece nella programmazione pomeridiana al chiostro. Tra questi Ugly, Alan Sparhawk e Offlaga Disco Pax, con disappunto di molti fan che li avrebbero voluti sul palco grande, come se suonare lì equivalesse a una medaglia al valore.
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Non conosciamo il motivo di questa scelta, ma la leggiamo un po’ come una volontà della direzione di Ypsigrock di ribadire un concetto che è un po’ l’essenza di questo festival: qui gli headliner non esistono, lasciatevi stupire da qualsiasi performance e non perdete nessun act in programma, potrebbe essere il più intenso, emozionante, divertente, a prescindere da orario, venue, fama.
E quest’anno le soddisfazioni più forti sono arrivate proprio durante i live del chiostro: tutte le band esibitesi su questo palco meriterebbero due parole, da rivedere senz’altro appena ce ne sarà la possibilità: Ugly (a settembre al Poplar Festival), Divorce, Ebbb, Deary… Sempre in questo stage, in apertura del festival, gli Offlaga hanno saputo ben calibrare le dosi di emozione scatenata da brani iconici e nostalgici, da Kappler a Roberspierre, di ironia e coinvolgimento del pubblico da parte di Max Collini, in uno scambio continuo di battute, riferimenti alla comunità locale e una pioggia di ringraziamenti a tutte le tante persone coinvolte nell’organizzazione.
Cuore a mille durante il concerto in due atti di Alan Sparhawk: la prima mezz’ora di salti schizofrenici sui suoi brani di White roses, My God, interamente cantati a petto nudo con l’autotune saltando e dimenandosi senza tregua di fronte a un pubblico disorientato, poi una virata improvvisa sui brani intensissimi e disperatamente blues del disco Alan Sparhawk with Trampled by turtles, suonati a fianco del figlio, sorridente, emozionato come noi: tutto perturbante e bellissimo.
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E poi con le fairytale in forma di canzone, dedicate alla queerness, alla celebrazione delle diversità e a un accorato appello contro il genocidio del popolo palestinese di Jacob Alon, promessa del songwriting scozzese, arrivata in Sicilia per la prima volta con la sua voce limpida, profonda, dall’impressionante estensione (ne sentiremo ancora parlare, l’ha scelto Kae Tempest come spalla per il tour europeo del prossimo autunno) e una dolcezza commovente nel pronunciare più o meno queste parole: “ho scoperto solo ora che in questo festival si può suonare una volta sola, il che rende questo momento insieme ancora più speciale…”.
Ypsionce
La scoperta di Jacob Alon fa riferimento a un’altra regola che rende unico questo festival: si può suonare a Ypsigrock una volta soltanto (fanno eccezione solamente artistə che hanno progetti con band e nomi diversi o carriere soliste): si dice Ypsionce. Anche se è una convenzione da sempre nota, riportata sul sito e ripetuta in molte occasioni, quest’anno l’organizzazione ha fornito agli artisti un messaggio cartaceo dedicato e molti di loro devono averla letta con attenzione e devono esserne stati piuttosto impressionati. Anche Milo Korbenski – il cantautore misterioso direttamente da Brighton in denim e cappello da cowboy – ed English teacher ne hanno fatto riferimento in brevi momenti di dialogo con il pubblico, decantando la bellezza del panorama tutt’intorno e mostrando di aver compreso l’importanza di rendere speciale e conservare nella memoria il momento, che non si potrà mai più ripetere: “Siamo noi e voi, qui e ora”.
La programmazione sul main stage di questa edizione è risultata ai nostri occhi meno memorabile di altre: ci sono mancati i giri di chitarre infiniti (Diiv, Bdrmm), emozionarsi fino alle lacrime (Slowdive, Explosions in the Sky, Kae Tempest…), i viaggi sulle note del dream pop (Radio Dept, Still Corners…), ci sono mancati i momenti in cui valesse davvero la pena pogare – perché diciamolo, quest’anno sotto palco si è pogato un po’ per qualsiasi cosa, con momenti di stage diving perfino durante il live di Porridge radio). Detto questo, anche da questo Ypsigrock n. 28 ci portiamo a casa momenti che non dimenticheremo facilmente:
L’infuocato discorso delle Lambrini girls prima di intonare Terf Wars, contro J. K. Rowling e tutte le persone che escludono le persone transgender dalle nozioni di genere e rifiutano di includere la lotta dei diritti di queste persone dalle lotte femministe, terminato in: “Chiunque non è d’accordo con noi può alzare il culo e uscire da qui”.
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La performance allucinogena delle Marmaid chunky, incomprensibile e disturbante di primo acchito, poi entusiasmante e liberatoria, una volta rotto il ghiaccio, da rivedere ancora, senza pregiudizi per farsi trascinare completamente nel mondo di flautini, loop infiniti e immagini psichedeliche di queste strane sirene della sperimentazione.
Vedere Julian Casablancas vivo e vegeto (dopo l’ultimo concerto degli Strokes al Primaverasound del 2022 avevamo bassissime aspettative), visibilmente contento di esibirsi nella cornice di Piazza Castello, insieme a quella compagine strampalata dei The Voidz, a prescindere dal fatto che si possa trovare convincente o meno questa band.
“una combo di fattori riguardanti la location (città carina, cibo buono, mare bello), la line up curata e il senso di comunità che si viene a creare, un pubblico molto educato musicalmente e genuinamente appassionato”.
La libertà di protestare contro il genocidio del popolo palestinese
In un momento in cui l’espressione del dissenso in tutte le sue forme viene punita in maniera violenta, subdola, fascista, non possiamo non ricordare tutte le volte che in questa edizione del festival noi tra il pubblico e artiste e artisti sul palco, abbiamo unito le voci contro il genocidio del popolo palestinese. Doverose manifestazioni e appelli non scontati: dalle Lambrini girls a Alan Sparhawk, dagli Offlaga Disco Pax agli Ugly, da Cocorosie a Jacob Alon.
L’organizzazione di Ypsigrock e il Comune di Castelbuono hanno lasciato ampio spazio ai colori della bandiera palestinese, perfino proiettata su tutta la facciata del Castello Ventimiglia, sede del Museo Civico di Castelbuono, ben visibile da ogni punto della piazza e del paese, nell’ambito dell’installazione artistica “Mondo Bizzarro”, rituale visivo di Ionee Waterhouse, un video mapping live di 20 ore distribuite nelle quattro serate del festival.

Anche per questo, esserci statə è motivo di orgoglio.
“La faccio breve, il valore di Ypsi, per me, è la capacità che ha di costruire, in così poco tempo, delle forme di connessione e relazione diverse e penetranti, basate sulla cura, sugli interessi in comune, sulla fiducia, sulle riflessioni condivise, sulle scelte consapevoli e, ultimo ma non poco importante, sulla responsabilità di prendere una posizione politica.”
A 28 anni di vita Ypsigrock rimane un festival fedele a sé stesso ma con infinite variazioni sul tema, anche grazie alla già citata regola dell’Ypsionce, ma anche alle continue, piccole innovazioni che organizzatori e avventori portano con sè a ogni edizione arricchendola sempre un po’ di più.
Quindi, tornando alla domanda: Ypsigrock ha ancora qualcosa da dire? La risposta è: finché esisterà Ypsigrock e sarà in grado di riunire questa comunità, dandole voce e spazio di espressione, non potrà che valere la pena esserci, condividere, emozionarsi insieme. A chi ci chiede se non siamo stanchə di tornare sempre allo stesso festival la risposta non può che essere: non è mai lo stesso festival, ma una costante variazione sul tema: stanchə sempre, saziə mai.
“Ypsi non è solo famiglia, comunità. Ypsi è KIN. Proprio quella parola che Donna Haraway usa nel suo Chthulucene per indicare quel qualcosa che va al di là della famiglia biologica: la creazione di legami nuovi e diversi con altre. Lei si riferisce a legami di responsabilità e solidarietà, con altri esseri umani e non umani, altre specie. È un concetto molto ampio e complesso, ma azzardo questo riferimento perché questi legami, queste relazioni nuove che lei invita a coltivare li ho sentiti attraversare tutto lo spazio-tempo di Ypsirock”
Foto: Riccardo Giori / parole: Elena Bertelli
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