Quando vorresti essere il Berghain ma la tua selezione all’ingresso è un disastro

Riflessioni riguardo gli ultimi fatti di cronaca in una nota discoteca romagnola

elena-bertelli
Tempo di lettura: 5' min
5 marzo 2019
News
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Una riflessione sugli ultimi casi di cronaca da una disco romagnola che è un po’ lo specchio della nostra nazione: concentrata più sul sentirsi protetta dentro alle sue quattro mura che sul creare una vera proposta artistica per le nuove generazioni

La selezione all’ingresso dei locali è insita nella club culture dalla notte dei tempi ed è la pratica che ha permesso ai club più longevi di accrescere la propria fama nel corso degli anni. Gli ha permesso di mantenere un’identità forte e, allo stesso tempo, avere sale sempre stracolme con buona pace di quelli che, per una sera, non ce l’hanno fatta ma non si danno per vinti. Sì, perché, la severa selezione è uno stimolo per i clubber più convinti, un incentivo a svestire i panni della sobria quotidianità, a reinventarsi ogni weekend e a far ricorso a tutta la creatività che si ha per ripensare la propria immagine.

Purtroppo non sempre la selezione è svolta con questi criteri e questi obiettivi; ci sono discoteche che travisano il concetto di selezione all’ingresso per escludere alcuni avventori in base a scelte che ben poco hanno a che fare con il mood della serata, l’abbigliamento o il trucco e la stampa locale nelle ultime settimane ne riporta svariati casi, tutti attribuibili a uno stesso luogo, che ci hanno fatto sentire la necessità di scriverne.

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Per capire di cosa stiamo parlando provate a googlare “Baccarà – Lugo” selezionando le ultime news. Troverete articoli di Repubblica, Il Corriere, Il Resto del Carlino e perfino Fanpage: testate che nelle ultime settimane hanno dato voce a testimonianze di episodi avvenuti in una disco di provincia dove sarebbe stato negato l’ingresso ad alcuni ragazzi per via delle loro origini (marocchina in un caso, est europea nell’altro). Prendiamo, tra tutti, l’articolo uscito giovedì 28 febbraio sull’edizione cartacea di Repubblica Bologna, a firma di Giuseppe Baldessarro.

Il protagonista della vicenda – impariamo dal giornale – si chiama Alì, studente all’Alma Mater di 19 anni, nato a Bari da genitori marocchini e residente a Imola. La discoteca in questione è il Baccarà di Lugo di Romagna. I fatti si sono svolti, stando all’articolo, in questo modo: il ragazzo è andato insieme agli amici a Lugo per trascorrere la serata ma, una volta davanti al locale, il buttafuori ha deciso di non farlo entrare. Alì chiama i Carabinieri e il buttafuori ci ripensa, acconsentendo all’ingresso di Alì, senza però dare spiegazioni sul motivo dell’esclusione.

Fin qui tutto bene quel che finisce bene. Peccato che ci siano persone che il bene non sanno dove stia di casa e la gag si ripete: di nuovo sabato, di nuovo gli amici di Alì lo convincono ad andare al Baccarà. Il buttafuori fa entrare i ragazzi, sempre a eccezione di Alì che però, questa volta, riceve una giustificazione: “tu no, non hai il cognome di uno di Imola. Chiama pure i Carabinieri, a me non interessa, tu non entri”. E così è stato, Alì è rimasto fuori, insieme ad altri ragazzi di origini straniere e neppure l’aver nuovamente scomodato i Carabinieri ha fatto la differenza.

Fatti simili sono accaduti ad altri ragazzi di origini non italiane, anche le loro storie sono finite sui giornali e non è tardata la risposta del gestore che sulla pagina Facebook del locale ha assicurato che la selezione all’ingresso ha il solo motivo di garantire la sicurezza e se ai ragazzi è stato negato l’accesso è solo perché alterati o riconosciuti per aver provocato casini in passato. Le diverse testimonianze di presenti, raccolte dai giornalisti negano però quanto sostenuto dal gestore e riportano tutto sul piano di una selezione avvenuta con criteri che puzzano di razzismo. Che poi, se fossero stati ubriachi, chi glielo avrebbe fatto fare di chiamare le forze dell’ordine o denunciare la cosa?

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Quello che è certo è che di questi tempi purtroppo non è raro imbattersi in simili racconti ma è forse perché non ci coinvolgono direttamente o forse perché siamo stanchi di sentire simili schifezze e ingiustizie che preferiamo rimuovere e andare avanti nei nostri affari quotidiani. Sbagliando. La storia di Alì è la storia che, se non rompiamo il silenzio, potremmo vivere ogni weekend, quando arriva finalmente il tempo dello svago, della possibilità di dar sfogo alle nostre passioni, la musica, l’arte, lo spettacolo, la danza. E il mondo della musica dal vivo è una comfort zone, soprattutto in un momento storico in cui chi dovrebbe occuparsi dei reali problemi dell’economia e della società pare più concentrato in pratiche di diffusione di odio e paura del diverso anche per deviare la nostra attenzione dall’incapacità di gestire la situazione.

Spesso quando si parla di selezione all’ingresso dei club si finisce per citare quello con la door policy più famosa d’europa:  il Berghain. Questo perché Berlino per un motivo o per l’altro offre sempre modelli da imitare. Sia per chi opera nel mondo della musica ma anche dell’arte e della creatività. Venerdì mattina, poche ore dopo aver letto la storia di Alì su Repubblica, ho fatto un giro a Urban Nation, head quarter dell’area urbana berlinese che ha fatto della street art un motore di socialità e rigenerazione urbana. All’ingresso dello stabile ad accogliere i visitatori, capeggiano queste parole scritte a mano su un muro nero:

 

Urban Nation is you + me = us.

Is all cityes, near or far.

Is space for visions and creation without restrictions.

Is a message in a universal language (we all speak: ART)

Never asks for your passports (but always about your message).

Ignitions and fuel as well.

Is compass and destination, is our house.

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Piccola nota di contesto: Urban Nation è un progetto nato nel 2017 a pochi passi dal Kultuurforum che coinvolge attivamente street artist di tutto il mondo, chiamati a lavorare sulla città o su iniziative specifiche sparse per il globo che vanno dal l’allestimento creativo di festival musicali (il Lollapalooza di Berlino per dirne uno) a laboratori per bambini e famiglie.

L’head quarter è principalmente una sede espositiva a ingresso gratuito che offre opere e oggetti che aiutano a capire la street art. Si trova in un isolato che prima della sua nascita non aveva nulla di speciale e, oggi, è uno di quei posti in cui è bello tornare, perché laboratorio in continuo divenire capace di trasformare in pochi mesi le case e le strade tutto intorno, a colpi di spray, rullate di colore e stencil, con buona pace della comunità che sembra continuare tranquillamente la sua vita.

Sì, ma che c’entra tutto questo con i fatti romagnoli che hanno dato il la a questo articolo?

Riporto – un po’ parafrasando- un passaggio di quella frase scritta all’ingresso di Urban Nation perché si fissi bene nella mente di chi legge:

Benvenut* in questo luogo che è espressione di un messaggio in una lingua universale (noi tutti parliamo il linguaggio dell’ARTE)

Qui nessuno ti chiede il passaporto, ma ci interessa conoscere il messaggio che porti.

Chiaro no? Bene. Ora vi riporto il titolo dell’articolo dell’edizione bolognese di La Repubblica: “Porte chiuse in disco “Mandato via anch’io perché sono straniero”.

Capite la differenza? Non riesco a fare a meno di pensare che se potessi rivolgermi direttamente ad Alì lo ringrazierei per aver denunciato quanto accaduto. Ma lo inviterei anche a non rammaricarsi, a guardare avanti e a tentare altre strade per i suoi sabati sera, perché, senza per forza andare fino a Berlino, di possibilità di divertirsi senza sentirsi diversi ce ne sono tantissime.

Consiglierei invece un giretto a Berlino al gestore e ai buttafuori del Baccarà. Ho in mente alcuni posti che potrebbero aiutarli a comprendere cosa può davvero trasformare un luogo qualsiasi in un tempio della musica, della pittura o della danza: il fatto di saperne valorizzare l’universalità di linguaggio, abbattere le barriere, fare della diversità la risorsa più grande.

È stimolando il pubblico a pensare con la propria testa, coinvolgendolo in modo attivo senza barriere e pregiudizi che si costruisce un’identità forte, diversa, particolare e unica e si riempiono i locali di gente presa bene, solo così non sarà necessaria selezione all’ingresso per scongiurare malumori e violenze.

 

Cover: illustrazione Nicola Napoli
Words: Elena Bertelli

 

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