Fatoumata Diawara @ Estragon Club. Sentirsi benissimo fuori luogo

Estragon Club, Bologna - 22.02.2019

matteo-buriani
Tempo di lettura: 4' min
27 febbraio 2019
Review 4 U
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Mi era capitato di vedere il concerto degli I Hate My Village con una ragazza ghanese che studia a Ferrara. In quell’occasione ho deciso di proporle anche il concerto di Fatoumata Diawara all’Estragon di Bologna: dopo il live di un progetto che rende tributo alla musica africana ma ibridandola con la propria esperienza, quello di un’artista acclamata a pieno diritto come rappresentante della stessa. Mentre ci avviciniamo al concerto, la serata inizia subito nel segno della reciproca comprensione fra i popoli, ricordando il concerto precedente.

“You italians really don’t know how to dance”

Cosa???

“Yes. You dance with your head. I don’t know why, but you do.”

NOT ME!!! Faccio quel che posso per difendere i colori italici, ma devo ammettere che io stesso avevo trovato il pubblico un po’ spiazzato, comprensibilmente e significativamente, dal live degli I Hate My Village. Mentre prendiamo qualcosa da bere, Fatoumata sale sul palco, il pubblico è caldissimo, e arriva un’altra bomba.

“Burio, i don’t understand. Why do you know this music?” 

Le spiego che è grazie a Ferrara Sotto le Stelle e al Festival di Internazionale, che mi hanno permesso di scoprire i Tinariwen e Amadou & Mariam.

“Ferrara Sotto le Stelle? Never heard of.” Beccati questa, festival musicale del mio cuore. Mi appunto di parlargliene nuovamente, un po’ tronfio del mio essermi salvato in corner. Sin da subito è chiaro che Fatoumata vuole costruire il giusto rapporto con il pubblico. Chiede in quale lingua preferiamo che parli, e introduce ogni canzone con un breve discorso. Ci spiega che per lei il colore della pelle non ha alcun significato, perché abbiamo tutti il sangue dello stesso colore. Ci racconta che può comprendere perfettamente cosa significhi vivere in un posto in cui esiste l’odio razziale, perché in Mali le guerre avvengono comunque fra chi ha la pelle più scura e chi ha la pelle più chiara.

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Messe in chiaro queste cose, Fatoumata sembra soddisfatta di quello che ha visto negli occhi del pubblico. E comincia felicemente a inanellare un pezzo dietro l’altro. Il pubblico balla e si diverte creando un’atmosfera bellissima. Non riesco però a capire perché io non mi stia sentendo completamente a mio agio. Non è che non mi stia piacendo il concerto. Al contrario, tiene perfettamente fede alle aspettative. Fatoumata Diawara è una presenza ultra carismatica anche quando non aiuta il pubblico a comprendere il messaggio delle sue canzoni. È in grado di suonare magnificamente la chitarra, ha una capacità vocale che lascia stupefatti e sa tenere il palco come pochi, guidando il pubblico anche con i propri movimenti.

È solo che ho cominciato a pensare che Fatoumata stia facendo di tutto per far comprendere a noi europei una cultura che troppo spesso odiamo ancora prima di conoscere. Ho cominciato a pensare al fatto che il suo live sia pensato per noi. E non è affatto qualcosa di negativo, questa forma di inclusione culturale, anzi. Vorrei aver portato con me più persone. Vorrei portare Fatoumata Diawara nelle scuole. Ma avete presente quando tutto ti dice che è giusto tu ti senta a tuo agio…e quindi non ti ci senti affatto?

È la Storia: vuoi essere libero di dissociarti dal tuo popolo, quale individuo capace di comprendere l’altro come simile, ma non vuoi nemmeno negare quello che sei, e dirgli che sei completamente come lui. Perché sarebbe dimenticare troppo facilmente gli errori. E in generale non trovi poi così giusto non sentirti almeno un po’ fuori luogo. Ok, troppo complicato. Tutta colpa della mia amica e del suo genuino stupore di fronte alla mia conoscenza di “questa musica”, e quindi della cultura che Fatoumata rappresenta orgogliosamente.

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Introducendo “Negue Negue”, cita Fela Kuti, e le declinazioni dello stesso genere musicale in diverse nazioni africane. Quando dice “this is called Highlife in Ghana”, parte un urlo esaltato alla mia sinistra. È la mia amica. A dire il vero ha urlato nel silenzio generale, ma in fondo probabilmente era anche l’unica ghanese all’Estragon.
Si volta verso di me e esclama “That’s my Country!!!”. Ancora una volta uno stupore che non mi aspettavo. Ma questa volta ha l’effetto opposto, inizio a fregarmene del loop mentale in cui ero finito.

Poi Fatoumata torna a prendersi un attimo di tempo col pubblico. Inizia il suo discorso parlando del fatto che anche se lei parla a nome delle donne africane, tutte le donne possono capirla. Torna il discorso sul sangue, sul fatto che sia lo stesso per tutte. Ed è a quel punto che Fatoumata annuncia la cover di una musicista che ama. È Nina Simone e il pubblico esulta fragorosamente mentre inizia “Sinnerman”.

(continua sotto)


Fatoumata termina il concerto, la mia amica mi chiede subito se sia finito. Sono felice di dirle che secondo me rientrerà se continuiamo ad applaudire. E infatti rientra per l’ultimo pezzo, che sembra subito il gran finale. Il pubblico è caldissimo, si sta divertendo e balla un sacco. Guardo la mia amica. Sta guardando un gruppo di spettatori che ballano. E…MUORE DAL RIDERE!!! Si accorge che l’ho notato e fa quel che può per trattenersi. Non riuscendoci. Intanto davanti a noi succede di tutto. Un ragazzo africano sale sul palco a ballare. e Fatoumata si rivolge alla security: “It’s ok! It’s ok!”.

Il palco si riempie di gente che balla. Molti sono bianchi, ma si aggiungono presto alcuni africani. Tutto è bellissimo da vedere, in particolare i due ragazzi in vestiti tradizionali che si spostano al centro del palco. E maledizione sono dei veri fenomeni! Oppure è il contrasto con gli altri (ragazzi e ragazze italiani, vi voglio bene!). Io e la mia amica incrociamo lo sguardo. Sta ancora ridendo. Mi viene da ridere. Non c’è bisogno di spiegarsi. È sicuramente il contrasto.

Alla faccia del sentirsi troppo al sicuro e non fuori luogo. Finalmente!

 

Words: Matteo Buriani
Foto: Matilde Morselli

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