Perché Cenizas di Nicolas Jaar è il miglior album da ascoltare in quarantena

nico-raina
Tempo di lettura: 4' min
30 marzo 2020
Review 4 U
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Il producer cileno attinge da tutti i lati delle sue capacità evocative per presentare un album che si sposta dalle riflessioni ambientali (quasi litanie) agli esperimenti free jazz fino alle composizioni pop dalle tinte heavy drum.

 

Cenizas è il terzo album in studio dell’artista di origine cilena (escludendo il materiale uscito come Against All Logic e il progetto ambiziosissimo denominato Darkside e il materiale sviluppato come Other People) ed è ricchissimo di spunti di stampo mantrico – mistico.

Se finora Sirens era infatti il suo disco più intimo e profondo, Cenizas rappresenta sicuramente uno spostamento dell’asticella ancora più in là per la produzione musicale del noto producer. Com’è possibile cogliere dal testo che ha pubblicato correlato con l’uscita dell’album (che potete leggere nella versione completa qui):

 

“It made no sense to me that the more I tried to escape negativity, the more it could surface in the creative process. But the shards kept piling up and I had to accept the fact that the darkness that I was trying to get away from would always rear its head. Regardless of what I abstained from. And even more so when trying to orient myself towards the positive. Hopefully Cenizas only shows darkness so as to show a path out of it. I want this music to heal and help in thinking through difficult questions about one’s self, and one’s relationship to the state of things. We are living in a time of complete transformation, a metamorphosis— and the transformations are happening within as well. There is potential for great healing and great destruction. In a way, the music goes ‘both directions at once’, to quote the John Coltrane record”

 

E infatti la forte influenza di John Coltrane e il suo album Crescent nella produzione come è piuttosto riconoscibile nelle strutture di alcuni brani come GocceAgosto:

 

“Crescent is wet and dry at the same time: it’s in the middle of a phase transition. It is transcendent in its subtlety — in its humility. This is the feeling I aspire to the most — it is the work that inspires me the most. It doesn’t shout from the top of a mountain or wallow in its subjectivity. It doesn’t rely on anything but a humble faith in melody, rhythm and freedom”

 

Cenizas, in spagnolo significa “ceneri”, ed è evidente la correlazione con l’indissolubile connubio tra la morte e l’oscurità che sta vivendo l’umanità che egli stesso cita nel testo precedente. È sicuramente un’opera straordinaria che può aiutarci a riflettere su come rivalutare la nostra vita in un momento difficile come questo che stiamo vivendo. Ed è come se l’album ci prendesse per mano per aiutarci a farlo, e ci cullasse da questo oblìo esistenziale / tormento dei nostri tempi e ci portasse al di sopra delle nostre coscienze.
Nicolas Jaar ci ha abituato a testi profondi e a mescolare elettronica ad impegno “attivo” e “politico”, quindi non c’è da stupirsi che abbia adottato una strategia diversa ma con sempre lo stesso focus caratteristico, la capacità incredibile di ergere ponti tra isole (generi) irraggiungibili.

L’album sembra strutturato in maniera assolutamente equilibrata e ben ragionata: la prima metà ci porta nell’ipnosi sacrale con trame che si intrecciano tra loro come quelle di un’orchestra spaziale che intesse sinfonie cosmiche per entrare poi nella riflessione, nella contemplazione e nel misticismo cosmico fino alla fine dell’opera.

Vanish, come dice il titolo, sembra proprio annullare la nebbia che ci attanaglia e la successiva Menysid è un canto funereo proveniente dalle profondità acquatiche, quasi perfetta per riallinare la mente e la concentrazione. Cenizas, la titletrack, è emblematicamente pronta a guidarci con parole come “Y cada día/Nuestro mundo/Se achica/O se derrumba” (E tutti i giorni/Il nostro mondo/Si restringe/O crolla). L’accoppiata Agosto/Gocce riflette l’influenza italiana della sua evoluzione musicale, dato che quest’album sembra essere stato prodotto in quel di Torino (ed è da qui che Jaar lo ha mandato in streaming in anteprima mondiale su Twitch qualche giorno fa, nda). Strutturata da una linea di accordi ritmati lenti, e da una linea melodica quasi danzante (e arabeggiante) e sciolta del clarinetto basso in primo piano.  Questi piccoli movimenti portano alla successiva Mud, più veloce e nevrotica della precedente. A seguire la electro sulfurea Sunder che ci guida nel punto più alto del mondo (un’esplosione di un vulcano?) e di noi stessi, con parole come “Now I see right behind my eyes”. La electro madrigale Hello Chain appare più come una preghiera contemporanea a chissà quale divinità post-rivelata. L’intima e malinconica Rubble sembra quasi aprirci il mondo parallelo che è Garden. Xerox, in continuo citazionismo sulla mitologia greca (come in Nymphs e Pomegranates e Sirens), il cui gorgogliare echeggia dalle profondità della terra spandendosi per i spazi più sterminati.

Cenizas rappresenta non più una semplice esperienza sonora classica, ma un tentativo di evoluzione personale guidata e, forse, un modo per riflettere e riflettersi senza dimenticare cosa vorremmo e dovremmo essere. Non è solo musica: è catarsi guidata verso un intero universo musicale in attesa di essere scoperto, quando saremo in grado di poterlo fare. Fatene buon uso.

Qui per ascoltare l’album completo:

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