Trip Diary #La mia prima, indimenticabile, volta al Robert Johnson#

polpetta
Tempo di lettura: 2' min
29 aprile 2013
Review 4 U, Trip Diary

Descrivere questo weekend, a Francoforte, è cosa ardua, soprattutto quando devi farti il ritorno in treno, per uno sciopero aereo annunciato all’ultimo minuto.

Il tempo di arrivare in hotel, sana e calda doccia, il tempo di vestirmi, il tempo che lascio alla mia ragazza per truccarsi e volo subito al ‘PLANK BAR’, il Bar•Studio, chiamiamolo così, di cui ‘boss’ è Ata [Dj], quest’ultimo, capo anche del R.J. Ordino la cosa più monotona che un italiano in Germania possa ordinare: una birra.
Decidiamo di prendere il taxi, che ci porta alla volta del Robert Johnson, il piccolo, ma famosissimo club di Francoforte.

Non sto più nella pelle, così come la mia ragazza. Cerchiamo di stare tranquilli all’entrata, di non parlare italiano, visto che troviamo già un po’ di fila. Arrivati davanti alla selezionatrice, siamo posti ad un mini-terzo grado:

“Siete a Francoforte per vacanze o per lavoro?”
“Come mai avete scelto il R.J.?”
“Sapete a che serata andate incontro questa notte?”
“Lo vieni per visitare o perchè sei amante del genere?”
Chiede i documenti li apre, li scruta, vede la nazionalità, storce il naso, ma poi ci guarda e fa un ampio sorriso: “PASSATE!”

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Una scaletta rifinita in nero, ci porta direttamente al dancefloor, tutto composto da del parquet ruvido, dove in fondo vi è posizionata un elegante e minimale consolle tutta gialla, dove Orson Wells, ha già messo i primi piatti, con dietro di se’ una vetrata ed un ampio balcone, che da direttamente sul Meno, il fiume che taglia di netto la città di Francoforte.
Il club è ancora vuoto e, per non sbagliarmi, vado subito ad ordinare da bere al bancone, posto di fronte alla consolle, dall’altra parte del locale.
Orson Wells ci scalda gli animi con qualche bel disco, del calibro di New Order – Blue Monday, 1983.
Abuso della pista da ballo, insieme alla fidanzata, che è molto rilassata e si sente a proprio agio. Nel tempo di neanche un’ora il locale incomincia a riempirsi; la capienza del Robert Johnson, arriva a poco più di 300 persone.
Nonostante il club fosse pieno, nessuno è riuscito a pestarmi i piedi, nessuno mi ha (sbadatamente) spintonato, nessuno mi ha chiesto nulla di negativo. Sorrisi ovunque, compostezza e bei modi di fare in tutto e per tutto.
Fra grovigli di pianole, file di xilofoni e smicrofonate, i The Citizen’s Band, aprono le danze a Benedikt Frey, altro colosso•resident del club, che propone un set molto potente ed analogico. L’impianto (MartinAudio) è composto da un sistema di casse circolari, che circondano la dancefloor, un impianto – devo dire – davvero pauroso(!), quando sono uscito le mie orecchie stavano tali e quali a quando sono entrato.
Benedikt Frey, piazza gli ultimi dischi e lascia il posto ad un elegantissimo e serissimo Oliver Hafenbauer, nonchè direttore artistico del club.
Il piattone Soul Capsule – Lady Science, mi accompagna verso il taxi di ritorno, mentre vedo l’alba sorgere poco sopra il Meno.

CAPISCO CHE NON SARA’ LA MIA ULTIMA VOLTA AL ROBERT JOHNSON.

Enrico

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