Il disco di debutto di Slowthai è un dito medio alla regina

pietro-mantovani
Tempo di lettura: 2' min
29 maggio 2019
Review 4 U
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Dispiace essere d’accordo con Pitchfork, ma questa volta bisogna ammetterlo

Nothing Great About Britain” è proprio un bel disco

A dirla tutta sono molti i giornali e le riviste concordi nel giudicare positivamente il lavoro del giovane talento di Northampton, dall’Internazionale al Guardian. L’unica voce fuori dal coro è il Financial Times, ma la cosa non stupisce granché.

Inizialmente il disco sarebbe dovuto uscire in contemporanea con Brexit, ma, visti gli sviluppi, l’autore ha deciso di prendersi qualche settimana per farsi vedere in giro, passando da interviste nelle maggiori testate internazionali a una serie di concerti in piccole cittadine inglesi a prezzi stracciati. Il 17 maggio è dunque uscito “Nothing Great About Britain”, disco di debutto di Tyron Frampton, in arte Slowthai. Un disco dall’andamento ostinato, un racconto impietoso della contemporaneità brittanica.

Alla presenza di sua maestà Skepta, Slowthai accompagna il grime verso la sua naturale evoluzione, nella periferia inglese e ai confini con il punk. Ci sono qui la rabbia melanconica di King Krule e la spregiudicatezza di Dizzee Rascal. Tendendo le orecchie, può capitare di arrivare oltreoceano e riconoscere la sperimentazione elettronica lo-fi del primo Kid Cudi, insieme agli echi di quello che sarebbe potuto diventare il progetto Ratking di Wiki & Co..

(continua sotto)

Quando parliamo di Inghilterra parliamo di movimenti e suoni spesso accompagnati da una forte consapevolezza politica, che da sempre ci permettono di sbirciare le dinamiche urbane del Regno, un tempo laboratorio della modernità europea, oggi teatro del tramonto di quella stessa modernità.

“There are two things you need when governments aren’t working for the people: revolutionary politics and revolutionary music, Frampton provides both of those things in equal measure”, dice il produttore Mura Masa in un’intervista telefonica al New York Times.

In “Nothing Great About Britain” c’è però una novità che salta all’occhio rispetto ai suoni rivoluzionari del passato: oltre all’insulto alle élite, alla regina e ai politici, c’è anche un profondo, cupo individualismo. Disillusione e crudeltà sono palpabili, mentre non manca un forte senso di appartenenza nazionale. Per fare un esempio, si chiude così prima traccia del disco:

“Hand on my heart I swear I’m proud to be British.

I wouldn’t lie, you’re an English rose, I wouldn’t lie to you
I tell you how it is, I will treat you with the utmost respect 
Only if you respect me a little bit Elizabeth, you cunt.”

Difficile dire dove porterà questa evoluzione, per il momento ci basta sapere che oltremanica ci sono artisti più che mai prolifici, che confermano l’Inghilterra una delle principali terre di contaminazioni musicali del momento.

 

Pietro Mantovani

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