Persona è l’opus magnum di Marracash

pietro-mantovani
Tempo di lettura: 3' min
31 ottobre 2019
Review 4 U
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Il King del rap si svela in Persona, il suo nuovo attesissimo album: un lavoro denso di stili e significati che ci mostra il vero volto di Marracash

 

Dopo anni di attesa e mesi di rimandi, questa notte è finalmente uscito Persona, il sesto album ufficiale (Island/Universal Music) e quinto lavoro solista di Marracash. Persona compare a tre anni di distanza da Santeria, ultimo disco in studio in combinazione con Guè Pequeno, e a quattro da Status, ultimo lavoro solista del rapper di Barona.

First things first: trattandosi di concept album, partiamo dai concetti. Come ormai sappiamo, in Persona ogni traccia rappresenta una parte del corpo, come in un ritorno dell’artista alla materialità, alla riscoperta di sé stesso. Attraverso questo percorso Marracash si mette a nudo, smettendo la maschera del rapper e mostrandosi sempre più come Fabio.

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La riscoperta dell’Io

Il disco – secondo lo stesso autore – prende le mosse dall’omonimo film di Ingmar Bergman ed è tutto incentrato sul tema del doppio, ma a nostro avviso c’è un altro grande protagonista nascosto in questa storia: Carl Gustav Jung. Riprendendo l’etimologia latina, Jung descrive la Persona come la maschera sociale con cui ognuno di noi si identifica per interagire con il mondo. Un archetipo, un’istanza psichica che in alcuni casi può diventare egemonica e schiacciare l’Io fino a far illudere l’individuo di coincidere con quella maschera.

Quando questo accade, il primo passo per iniziare quello che lo psicologo chiama il processo di individuazione è la rottura della maschera per ritrovare il proprio Io autentico. Il processo continua poi attraverso un dialogo con la propria Anima (MADAME), archetipo della parte inconscia dell’uomo e custode dei territori psichici più reconditi, per farla maturare nelle sue manifestazioni oniriche fino a trasformarla in alleato e guida nel nostro cammino.

Il corpo come strada per la verità

Ma da dove si riparte quando si è toccato il fondo? L’unica possibilità è quella di tornare alla materialità, di riscoprire il proprio corpo. Come diceva qualcuno, è proprio attraverso il corpo che possiamo giungere alla nostra verità interna e scoprire quello che veramente ci muove: la volontà. Tornare al corpo in questo caso significa svelare insieme a sé stessi il mondo intorno a noi, un ritorno alla materia tragico e salvifico che passa attraverso la carne dell’artista.

La carne, ovvero la musica

Il disco è composto da quindici tracce dense di stili e significati con nove feat. molto mirati, sebbene non tutte le collaborazioni colpiscano per brillantezza. Se ad esempio Luchè, Massimo Pericolo e Madame spiccano per intensità e interpretazione, Guè Pequeno e Coez sembrano stanchi.

Tra le sonorità si notano chiaramente beat trap, richiami old school, e anche qualche nota più smaccatamente pop, ma la verità è che la maggior parte del disco è fatto di combinazioni inedite, affidate a produttori visionari come Marz, Charlie Charles, TY1 e Big Fish. Marra ci sorprende con il cantato, ma soprattutto ci spiazza con una inaspettata abbondanza di liriche e con un costante rinnovamento di metriche e flow lungo tutto il disco. La scena di sviluppa tra atmosfere rarefatte e avvolgenti (MADAME), melodie ripetitive e ipnotiche (SUPREME), e diversi momenti cupi declinati di volta in volta come aggressività (SPORT, POCO DI BUONO) o momenti di introspezione (TUTTO QUESTO NIENTE).

La voce di una generazione

Un ultimo appunto, per uscire dalla claustrofobia dell’intimismo. Persona ha anche il merito di portare al microfono il discorso sulla depressione, di cui si parla ancora poco qui in Italia. Un tema che è per forza di cose legato a riferimenti più consapevolmente politici, che vanno oltre le semplici battute (“Il sonno della ragione vota Lega”).

Dalle provocazioni sull’uso dei social (“Credevo nella cultura, mo son tutti finti / Pregano per i vestiti, frate’, credono nei filtri”) all’auspicato stravolgimento degli assi del potere (“Se invertissimo un po’ i ruoli tra gli schiavi ed i padroni”), fino alla disillusa disanima ambientalista (“Ce la posso fare, meglio di mio padre / Cambiare, la mia razza si estingue”), il lavoro di Marracash dipinge la fisionomia di una generazione che rilegge la nostalgia degli anni ’90 attraverso le lenti della crisi, unendo alla lotta sociale della classe disagiata la connotazione politica della malattia mentale di Mark Fisher e il pessimismo eclettico à la Timothy Morton.

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