Speranza ha infuocato il Freakout di Bologna

Freakout club, Bologna - 16.05.19

pietro-mantovani
Tempo di lettura: 2' min
21 maggio 2019
Review 4 U
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Siamo stati al live di Speranza a Bologna, tra maglie anni ’90 e cori da stadio

Vi raccontiamo com’è andata

Il giorno del concerto di Speranza il Freakout è sold out. Entriamo nel posto e uno di noi nota un certo fermento nell’aria. È vero, l’atmosfera è carica e la sensazione è che stia per succedere qualcosa. Mentre sono fuori a fumare, una monovolume parcheggia vicino alla porta posteriore in fondo al locale. Speranza e i suoi entrano e attraversano la pista stipata di gente. Passano alcuni minuti, il tempo di prendere una birra, e il palco si accende.

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Le canzoni che il rapper casertano ha fuori non sono molte e infatti il live dura poco, quaranta minuti al massimo. Ma è meno di un’ora di fuoco continuo. Speranza dialoga con il pubblico, complice lo spazio compatto, stringe mani, alza cartoni di Tavernello, salta e rappa fortissimo aiutato dalle doppie dei suoi soci e dal pubblico che canta gran parte dei suoi pezzi a memoria.

Pagnale”, “Givova” e “Manfredi”, già potenti nelle cuffie, migliorano con il live. La voce roca ed esplosiva si completa con i cori da stadio del pubblico, guadagnando forza e compattezza. La hit della serata è “Chiavt a mammt”. Unico pezzo bissato dopo la prima uscita dal palco, fa impazzire tutti: il locale salta sulla cassa dritta, qualcuno tra le prime file viene addirittura alzato in aria dalla folla.

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È difficile scrivere qualcosa su questo artista che non suoni come una sorta di appropriazione culturale. La sua cosa è così grezza e divertente che è un peccato rovinarla proiettandoci livelli di intellettualità che non le appartengono. Il fatto è che è in questo momento Speranza funziona per diverse platee: i radical chic affamati di frammenti di vita lo seguono in modo più o meno ironico muniti di maglie anni ’90, mentre in molti riconoscono semplicemente in lui uno di loro. Ma soprattutto, al Freakout si avverte un grande bisogno di credere in un fenomeno che strappi il cielo di carta di un’offerta musicale claustrofobica.

Prima di andare al locale tento di spiegare a un ragazzo chi sia Speranza, con poco successo. “Ma è rap o è trap?”, mi chiede. Ci ripenso mentre osservo la gente scatenarsi sui ritmi soca di “Chiavt a mammt”. Esco dal locale con una risposta ben chiara in testa: mentre puristi e hipster disquisiscono su cosa sia rap e cosa trap aggiustandosi gli occhiali sul naso, quello che importa è che là fuori c’è un mucchio di gente che vuole solo divertirsi, e se ne frega dei bpm. Ma per fortuna ora c’è Speranza.

 

Words: Pietro Mantovani
Photo: Tobia de Marco (Instagram: @666tdm) – Courtesy of Orchidea Concerti

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