Corinaldo, un anno dopo la strage. Cosa è cambiato?

richard
Tempo di lettura: 3' min
10 dicembre 2019
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Un anno fa la tragedia in cui morirono cinque adolescenti e una donna di 39 anni, schiacciati nella calca provocata da spray al peperoncino

 

Domenica 8 dicembre a Corinaldo è stato il giorno del dolore e del ricordo ad un anno esatto da una delle stragi più dolorose del nostro paese. Quella che doveva essere una serata di festa e musica con un ospite speciale (Sfera Ebbasta) a causa di alcuni balordi si trasformò invece in una tragedia senza precedenti, e nella calca morirono sei persone tra adolescenti e genitori presenti per far fede al più nobile degli intenti: accompagnare i propri figli a vedere uno dei loro artisti preferiti. La tragedia della discoteca Lanterna Azzurra aprì un nuovo dibattito sull’annosa questione – troppo spesso sottovalutata – della sicurezza nei locali da ballo e dei concerti. Se non altro perchè come abbiamo già visto in altre città europee, in tempi di allerta terrorismo nemmeno in questo genere di posti si è più al sicuro, e spesso è proprio il fuggi fuggi generale a rappresentare il pericolo maggiore. Certo in questo caso non si trattò di terrorismo, ma nei mesi successivi a quell’8 dicembre di un anno fa si discusse fino allo sfinimento di un tema ancora caldo, poichè aveva già riguardato le piazze e gli eventi pubblici dopo i fatti di Piazza San Carlo. E che dopo Corinaldo ha visto un’ulteriore giro di vite nei confronti della capienza di palazzetti, club e discoteche.

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corinaldo

Ma alla fine, dopo un anno, cosa è cambiato?

Praticamente nulla. Se nel 2017 dopo i fatti di Torino uscì la famigerata circolare Gabrielli, con la quale furono introdotte nuove regole per la gestione delle manifestazione pubbliche (modificata successivamente a metà 2018 poichè il testo iniziale penalizzava fortemente tutte quelle iniziative pubbliche minori come sagre, fiere di paese ed eventi promossi da associazioni locali), nel dopo-Corinaldo lo stato ha semplicemente (ri)messo in moto la macchina dei controlli sommari, facendo rispettare minuziosamente il regolamento in materia di capienza effettiva dei locali e sul quale molto o troppo spesso si chiudeva un occhio.

Bene direte voi, solo rispettando i regolamenti si può evitare il ripetersi di certe disgrazie. Vero, ma c’è un però. Purtroppo questi regolamenti sono obsoleti e non tengono conto del diverso uso che viene fatto oggi di certi spazi, senza un’adeguata valutazione caso per caso. E questi controlli serrati sul rispetto dell’affollamento massimo stabilito per legge hanno messo in crisi un settore che già non se la stava passando troppo bene: quello della musica dal vivo nei club. Già perché se in un classico palazzetto con “capienza superiore alle 100 persone” (e dove solitamente ne vengono stipate dalle tre alle sei mila) la densità di affollamento consentita è di circa 2 persone al mq. Per un normale live club invece, anche se progettato tutto perfettamente in regola, la densità di affollamento consentita diventa di 1,2 persone al mq. In alcuni casi la capacità scende addirittura 0,7 persone al mq poichè alcuni locali sulla carta sono ancora categorizzati nella sezione “sale da ballo e discoteche”. Insomma il risultato è che molte venue hanno visto dimezzarsi la vendita dei biglietti registrando sold out con poche centinaia di persone e il locale semivuoto. Un durissimo colpo al business della musica live nei club, specialmente per quelli che non rientrano tra i “circoli privati” e che quindi non hanno le spalle coperte dell’associazionismo.

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Tuttavia sia la tragedia di Corinaldo che quella di Piazza San Carlo a Torino non sono state causate solamente da problemi struttrali, ma principalmente come conseguenza di atti criminali ben studiati per approffittare del panico scatenato. Ad ogni modo, finita l’onda emotiva e spentisi i riflettori sulle rispettive vicende, l’attenzione ai controlli più serrati all’ingresso di locali e palazzetti è calata drasticamente e come ormai da copione non se n’è fatto più niente. Restano tuttora ben pochi i locali che eseguono controlli all’ingresso che vadano oltre la blanda ispezione di borse e zaini. Dall’altra parte invece grandi dibattiti televisivi, solite passerelle dei politici in felpa di turno, ma niente di più se non un giro di vite che altro non ha fatto che indebolire una categoria, rea soltando di operare in un settore che in Italia viene più criminalizzato che riconosciuto come una vera opportunità. Nel frattempo però altre tragedie smili hanno rischiato di ripetersi, ancoraancoraancora, mentre osserviamo impassibili – e nella più totale indolenza burocratica tipica italiana – altri paesi europei sfruttare un intero settore, trasformandolo in una grossa fetta di tessuto economico locale e adeguando norme e regolamenti che permettessero a tutti di lavorare in tranquillità e in sicurezza.

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