PVP – Mostrare la musica, suonare l’immagine. Parte 1.

md-romero
Tempo di lettura: 5' min
7 dicembre 2016
POLPETTA VIDEO PASSION, Video

Il videoclip dalla gestazione alla nascita.

Una ragazza si innamora di un personaggio di un fumetto, questi chiede il suo aiuto e la trascina nel suo mondo. Insieme, dopo varie peripezie potranno ricongiungersi nel mondo reale, distruggendo la barriera fra fantasia e realtà. È la trama di uno dei video musicali più importanti della storia. Take on Me dei scandinavi A-ha diretto da Steve Barron è uno degli archetipi dell’arte del videoclip. Un evergreen del SynthPop che non stanca mai, costruito con cura e creatività, facendo le scarpe a prodotti cinematografici di alto livello. Basta questo esempio per capire che il videoclip non è robetta per preadolescenti e perdigiorno. Non si scomodano citazioni da Stati di allucinazione di Ken Russell e si impiegano tecniche complesse come quella del rotoscopio per creare semplici trovate commerciali. Il videoclip è arte, è riuscire a coniugare sensazioni visive a quelle uditive. È raccontare una storia nel tempo di un pezzo di grido.

Ci serviva un pezzo nel pieno degli anni 80 per trattare l’argomento: Il video musicale, così come lo conosciamo, ha trovato la sua celebrità grazie all’ormai defunto canale MTV ma le sue radici affondano ben prima della televisione.

I primi prototipi di video musicale si possono trovare con l’avvento del cinema sonoro. Lavori di animazione degli studi Warner Bros. e Disney come i Looney Tunes (suoni matti), Sing A-Long (canta insieme) o le Silly Symphonies (sinfonie sciocche) ripropongono brani classici accompagnati da un’animazione scherzosa, dando alle volte vita a quelle che saranno le icone dei cartoons.

Molte commedie degli anni 30, ad esempio quelle dei fratelli Marx, faranno un uso massiccio del sonoro per inserire numeri musicali nelle pellicole. Il cinema diviene rapidamente il trampolino di lancio per molti artisti che, prestando voce e volto in pellicole commerciali potevano aggiudicarsi l’acquisto del loro ultimo singolo. Nel 1940 arriva il Panorama Soundie, un Juke Box provvisto di video dove l’utente poteva visionare ed ascoltare video in sedici millimetri in bianco e nero di massimo 3 minuti di artisti di grido durante performance musicali. Questi video erano chiamati Soundies, veri e propri prototipi del videoclip.

Nel 1942 la Disney produce Fantasia, il primo lungometraggio di videoclip musicali a cartoni animati e nello stesso periodo nasce il genere Musical con pellicole come Singin’ in the rain, West Side story e Gli uomini preferiscono le bionde. Miti come Elvis trovano la consacrazione nelle classifiche anche grazie alla loro presenza in tv e nel cinema. Videoclip veri e propri iniziano ad essere prodotti nel 1958 con l’avvento dello Scopitone francese, che permetteva di proiettare filmati a colori e di durata maggiore. Uno dei primi artisti che fu disponibile per Scopitone fu Le poinçonneur des Lilas di Serge Gainsbourg.

I videoclip dell’epoca si possono definire ancora rudimentali e vengono proposti in programmi musicali come Ed Sullivan Show e Ready! Steady! Go! Per sopperire alla mancanza degli artisti in studio. Solitamente venivano registrati gli artisti durante sessioni in Lip Synching in varie location e poi montati in maniera più o meno accattivante. La vera svolta si ha a metà degli anni 60. I Beatles per fronteggiare la richiesta di performance realizzarono diversi videoclip promozionali in vista dei concerti arrivando nel 1964 a creare, assieme a Richard Lester A Hard Day’s Night, un Mockumentary musicale con diversi momenti comici che sarà una delle due colonne portanti dell’evoluzione del videoclip negli anni a venire.

Nello stesso anno viene diretto e prodotto un altro film che traccerà le linee guida e porrà un’influenza più profonda e mistica: Scorpio Rising, del regista underground Kenneth Anger. Il cortometraggio, totalmente autoprodotto, segue in una narrazione non convenzionale un leader di una banda di motociclisti nazisti omosessuali dediti al satanismo (Kenneth Anger è un grande estimatore di Crowley) nella sua ascesa al potere. Se A Hard Day’s Night pone le basi per mettere l’artista musicale al centro del video, Scorpio Rising elabora l’estetica della fotografia e la narrazione per mettere l’artista in scena. I corti di Anger sono tutti videoclip prive di dialogo in cui la narrazione viene affidata a musica ed immagini in cui abbondano simbolismi, icone e uso profondamente sperimentale ed avveniristico della fotografia e del colore.
Molti artisti pop dell’epoca verranno influenzati e collaboreranno con l’eccentrico Anger (tra l’altro autore del libro Hollywood Babilonia), i due più importanti sono i Rolling Stones (Mick Jagger comporrà la colonna sonora di Invocation to my demon brother utilizzando un sintetizzatore Moog), Jimmy Page (con cui avrà una travagliata collaborazione per Lucifer Rising e una competizione per il collezionismo di oggetti appartenuti a Crowley) e l’ex membro della famiglia Manson, omicida e compositore Bobby Beausoleil.
In particolare, il misticismo che ha accompagnato il movimento dei figli dei fiori durante tutti gli anni 60 si insinuerà profondamente nell’estetica del videoclip contribuendo ad alimentare l’idea che il videoclip sia uno strumento che spingerebbe i giovani al satanismo, alla droga e alla violenza attraverso messaggi subliminali dando il via a campagne di demonizzazione da parte di associazioni genitoriali e movimenti conservatori. Polemiche, queste che verranno entusiasticamente sfruttate dalle stesse case discografiche e dagli artisti, giocando sulla provocazione e sull’immagine per scalare le vette del successo. Musica e immagine iniziano a divenire sempre più interlacciate e l’influenza è immediata. I titoli di testa della prolifica serie 007 utilizzano lo stile del videoclip sin dal primo capitolo, affiancando animazione e fotografia con ammiccanti dosi di erotismo, per presentare (e lanciare) title tracks che da sempre diventano la hit del momento (ricordiamone alcune come Goldfinger di Shirley Bassey, A View To A Kill dei Duran Duran, The World is Not Enough dei Garbage, Skyfall di Adele e la preferita del sottoscritto: Nobody does it better di Carly Simon presente in The spy who loved me).

Nel 1969 il concerto di Woodstock, che per tre giorni vede la presenza di tutti gli artisti più importanti del panorama musicale, viene filmato e montato in un documentario a colori diretto da Michael Wadleigh e permette all’oggi di rivedere uno dei momenti storici del novecento in tutto il suo splendore. Un anno prima nel 1968, il regista francese Jean-Luc Godard produce One plus One/Symphathy for the Devil. In cui vediamo i Rolling Stones (compreso Brian Jones che lascerà il gruppo e morirà di lì a poco) provare l’omonimo brano mentre, in maniera molto iconografica e simbolista, il regista ricostruisce, esplora e reinterpreta i grandi movimenti dell’epoca. Tanta strada deve ancora fare per arrivare a come lo conosciamo oggi ma si può tranquillamente dire che la sua nascita coincide con la rivoluzione culturale degli anni 60.

Ma qual è il senso del videoclip? Quale è il motivo per cui si dovrebbe affacciarsi ad analizzare questa forma cinematografica svilita dai molti come, appunto Silly Symphonies al meglio e oscuro strumento di brainwashing satanista al peggio? Il videoclip, tolta la sua valenza commerciale, fissa il brano musicale nel suo ZeitGeist ed è necessario per comprendere a fondo e con immediatezza il contesto in cui un brano è stato pensato, scritto e soprattutto dato in pasto al pubblico. Il videoclip sta al brano musicale come l’impiattamento sta al cibo.

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