Il Dottor Divago – Gli 80 anni del golmen di New York

elia-morra
Tempo di lettura: 4' min
2 dicembre 2015
Art

Woody Allen il 1° Dicembre 2015 compiva 80 anni.
Woody Allen ha solo nove anni in meno di mio nonno.
Cosa ha portato quest’uomo in 50 anni di carriera a girare 45 pellicole? Quasi un film all’anno.
E perché mio nonno in tutti questi anni non ha sentito l’esigenza di raccontarmi nemmeno una storia? (tranne quella del gigantesco pesce siluro pescato quella notte, che come molti racconti da pescatore cambia “plot” e “montaggio” di anno in anno…vuoi per colpa del vino… vuoi per l’alzehimer).
Nove anni fanno la differenza probabilmente e non solo quelli direi.
La differenza la fa la città dove vivi, l’educazione che hai avuto e probabilmente, perché no, anche la circoncisione.
Fa paura parlare del genio Woody. Ci si siede davanti al foglio bianco e non ci si sente degni.
Mai. Nemmeno quando il pezzo è finito, lo si allega alla mail di polpetta mag con fare distratto, quasi come a non volersene prendere la responsabilità.
Il foglio bianco però è terapeutico, e Woody Allen di terapia ne sa giusto qualcosina. Dal suo debutto dietro la macchina da presa nel 1966 ha messo in analisi le sue psicosi e nevrosi utilizzando la commedia e lo humor come terapia, appunto, e cifra stilistica delle sue pellicole.
Film\terapia finalizzati a conoscere e capire sé stesso e al contempo sdraiando sulla chaise longue dello strizzacervelli anche tutti quelli che credevano solamente di poggiare il didietro sulla comoda poltrona del cinema.
Mangiare i popcorn dallo psicanalista…si può? Sì.

Dire che Allen sia l’incarnazione vivente del cliché di un ebreo newyorkese pieno di nevrosi, è a sua volta un cliché, ma quando si parla di esseri mitologici come lui i cliché sono dietro l’angolo e far la figura del qualunquista è facile (ma forse concesso).
In Yiddish questo tipo di perdente psicotico si chiama “nebbish” e Woody Allen lo incarna alla perfezione.
Ma il “nebbish” sul vocabolario viene anche definito “essere debole e insignificante”, ed è quello che Allen ha voluto sempre farci credere, nascondendo il suo enorme ego e la sua potenza dietro la maschera di uno che non ce l’avrebbe mai fatta.
Ed invece dietro quel “nebbish” si è sempre nascosto un gigantesco Golem (gigante d’argilla della mitologia ebraica che ingurgita ordini su pergamena per trasformarli in azioni dettate dal suo padrone). Allen è proprio così, un Golem che si ciba delle nevrosi del postmodernismo di una New York in continua evoluzione, per poi riportarle sul grande schermo.


Questo è il Golem raccontato da Wegener in un film muto del 1920

All’anagrafe Allan Stewart Konigsberg, è nato l’1 dicembre 1935 a New York ed è cresciuto in una famiglia ebraica ortodossa dove si parlava yiddish.
Quando è arrivato dietro al microfono, lo ha fatto portando con sé la sua vera  e profonda insicurezza. Questo lo ha reso grande fin da subito. Mostrandosi per quello che era Allen portava sul palco la verità (“אמת” non a caso parola scritta sulla fronte del Golem) e rendeva così le sue performance, non un susseguirsi di battute fini a sé stesse, ma dei veri soliloqui, monologhi introspettivi e tragicomici.

Ridicolo in modo consapevole a 30 anni era già uno dei comici più famosi degli Stati Uniti. Distinguendosi dai molti (forse troppi) comici che “fanno i simpatici” Allen è divertente perché è vero e non si è mai vergognato di esserlo. Nemmeno nella sua vita privata, quando sposò nel 1997 la figlia adottiva sua e di Mia Farrow, Soon-Yi Farrow, più giovane di lui di 35 anni.

E come tutte le persone “vere” ad un certo punto della sua carriera ha sentito l’esigenza di raccontare e raccontarsi attraverso nuovi linguaggi. Girando l’Europa (forse anche per allontanarsi un po’ dall’America puritana e moralista) ha girato in Spagna per “Vicky Cristina Barcelona” (violento e peccaminoso) poi a Londra per girare “Match Point” (tragico ed epico) e Parigi  con “Midnight in Paris” (che gli ha regalato il suo quarto Oscar, dopo i due ottenuti con “Io e Annie” e “Hannah e le sue sorelle”)

Sembra incredibile ma, a parer mio, alla sua filmografia manca solo la storia di mio nonno (e di quella volta che pescò quel gigantesco pesce siluro).
Ha dichiarato Woody in un intervista: ”Qualcuno di recente mi ha detto che sarei vissuto nel cuore della gente, ma io voglio vivere nel mio appartamento.”
Per soffiare su ottanta candeline ci vuole molto fiato e lui non è mai stato un atleta, ma vorrei augurare lunga vita a questo genio chiudendo con una selezione di dieci suoi splendidi aforismi.

-Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire non si deve amare. Pero’ allora si soffre di non amare, pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire e soffrire è soffrire. Essere felici è amare, allora essere felici è soffrire, ma soffrire ci rende infelici, pertanto per essere infelici si deve amare o amare e soffrire o soffrire per troppa felicità… io spero che TU stia prendendo appunti…

-Il sesso è stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere.

-Provo un intenso desiderio di tornare nell’utero…di chiunque.

-A scuola mi esclusero dalla squadra di scacchi a causa della mia statura.

-Dio è morto, Marx è morto…e anch’io oggi non mi sento molto bene!

-Il mondo è diviso in buoni e cattivi. I buoni dormono meglio la notte, i cattivi se la spassano meglio il giorno.

-Io non so se Dio esiste. Ma se esiste, spero che abbia una buona scusa.

-Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più e in quella settimana pioverà a dirotto.

-Odio la realtà. Nei miei film c’e’ sempre qualcosa che idealizza la vita o la fantasia contro ciò che è spiacevolmente reale. Purtroppo il solo posto dove si può mangiare una buona bistecca è la realtà.

-Ogni volta, quando un mio film ha successo, mi chiedo: come ho fatto a fregarli ancora?

WORDS BY ELIA MORRA.

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