Trovare conforto nei Deerhunter in un giovedì di protesta a Bologna

Il live report del concerto al TPO, dopo una lunga giornata di manifestazioni contro Salvini

polpetta
Tempo di lettura: 4' min
18 novembre 2019
Review 4 U
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Un live che aspettavamo da un po’, quello organizzato giovedì 14 novembre da Covo Club al TPO di Bologna.

 

Un’attesa fin troppo lunga per noi che l’ultima volta i Deerhunter li abbiamo visti suonare sul Ray-ban stage di due Primavera Sound fa e che ci siamo innamorati di Orville Peck al primo ascolto (e al primo scroll del suo feed di Instagram).

E finalmente, giovedì, davanti a quella immensa band che sono i Deerhunter, abbiamo trovato nella musica la nostra consolazione, un piccolo rifugio di pace. In una Bologna agitata dall’arrivo del leader della Lega per un comizio di campagna elettorale e dai diversi cortei di dissenso, mentre Venezia, a qualche chilometro più a nord-est, affonda.

Prima di arrivare al cuore del live, non possiamo non soffermarci su Orville Peck, sulla sua band e sulla ventata di freschezza che hanno soffiato su una giornata piovosa e carica di tensione. Orville è un lone ranger dalla voce intensa e profonda, ancor più profonda di Johnny Cash, tra i suoi miti. Ed è bello, nonostante il volto coperto da una maschera dalle mille frange, più bello di Elvis: muscoloso, tatuato e orgogliosamente queer. 

Per Orville Peck e la sua band l’immagine conta moltissimo ma, insieme con le canzoni e le mosse teatrali e cariche di sensualità, fa parte del messaggio che i musicisti canadesi stanno portando nel mondo con questo tour mondiale, in un live che funziona perché scalda e affascina. Tra i primi brani in scaletta c’è Queen of the rodeo, parla di una drag queen e sulle sue note Orville ci invita a frequentare e supportare i drag show, in quanto unica forma di performance irriverente e spregiudicata a essere sopravvissuta ai nostri tempi omologanti.

(continua sotto)

Il concerto di Orville Peck fila via veloce, passando da una cover  essenzialmente e allegramente country in duetto con la chitarrista, alla malinconica Dead of night con quella sua chitarra quasi new wave. Per poi terminare il suo solitario peregrinare di cowboy attaccando Take you back. E qui veniamo catapultati nel gran canyon con i pollici infilati nei passanti dei jeans, petto in fuori, le ginocchia che si alzano e i talloni che battono a terra, con tintinnio di speroni. 

Il lungo cambio palco segna un’interruzione tra due live che avrebbero potuto susseguirsi senza soluzione di continuità. Dopotutto, Death in midsummer, il brano con cui esordiscono i Deerhunter – il primo di Why hasn’t anything already disappeard?, il nuovo disco – contiene atmosfere molto simili a quelle di Dead of night di Orville Peck: un lento cammino solitario e rassegnato tra le macerie della società, un elegante racconto dell’apocalisse.

I go around and feel how it fades
I walk around and I see what’s fading

ed è un mettere il dito nella piaga, un ricordarci continuamente il vicolo cieco in cui ci siamo infilati come uomini e come società, senza via di scampo. Come se non fosse bastato quello che abbiamo visto poche ore prima davanti al PalaDozza: la polizia che accende insensatamente gli idranti su una folla pacifica di manifestanti.

(continua sotto)

Ma, dopotutto, siamo venuti a questo concerto ben consapevoli che sarebbe stato intenso e doloroso, come schiantarsi a tutta velocità contro un muro, di suono. E quindi avanti, con ordine, a farci del male con gli altri brani di Why hasn’t anything already disappeard?: No one’s sleepingWhat happened to the people ci trascinano in un vortice, in un’onda che ci investe e continua a sbatterci da una parte all’altra, prima illudendoci di essere ormai a riva e poi spingendoci di nuovo giù nelle profondità. È l’effetto Deerhunter – e i suoni, che inizialmente non erano perfettamente calibrati, con la sezione ritmica che la faceva da padrone, mentre la voce di Bradford si sentiva appena, non hanno fatto altro che amplificare questa sensazione.

Nella seconda parte del live i tecnici lavorano per portare i suoni a un buon equilibrio e si iniziano a distinguere perfettamente le voci e ogni singolo accordo di chitarra, pur nel densissimo impasto di suoni che Bradford, Lockett, Moses, Josh e Javier sparano a volumi altissimi. Ci piovono addosso i brani di Halcyon Digest – fuori nel 2010 – per poi tornare all’ultimo album con Plains, che la band dedica a questo malandato Ventesimo secolo.

I Deerhunter quando suonano live non solo sanno ipnotizzare il proprio pubblico ma sono anche tanto belli da vedere, stilosi e composti, come se nulla potesse scalfirli, come se potessero continuare a suonare per sempre, in mezzo a qualsiasi calamità – a un certo punto, davanti al palco, l’immagine che ci hanno fatto tornare in mente era quella di Novecento, sulla Virginian alla deriva. E Bradford su tutti, nel suo outfit Gucci, non perde occasione di dialogare con il pubblico: tra non sense e battute fa pure un riferimento ai fatti che hanno toccato Bologna, parlando di difficoltà nel fare il sound check in questa giornata antifascista (probabilmente riferendosi a problemi di blocchi di traffico dovuti alle manifestazioni).

È passata la mezzanotte e le nostre orecchie sono ormai sofferenti ma ecco che arriva l’encore ed è qui che il concerto arriva a toccare il suo apice. I Deerhunter tornano fuori e attaccano Agoraphobia e ci si apre il cuore e parte qualche abbraccio tra il pubblico. Per le lacrime c’è ancora tempo, un ultimo atto che si consuma con I would have laughed, il brano che conclude Halycion Digest e con cui solitamente i Deerhunter si congedano.

7 minuti e mezzo per salutare questa band che vorremmo sempre al nostro fianco, ad accompagnarci e rendere più sopportabile questa fine verso cui, con molta probabilità, stiamo andando.

(continua sotto)

 

Setlist:

Death in midsummer

No one’s sleeping

What happened to the people

Helicopter

Revival

Desire

Sailing

Take care

Futurism

Plains

Coronado

Nocturne

Encore

Agoraphobia

He would have laughed

 

Words: Elena Bertelli / Ph. Richard Giori

 

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