SOCIAL DJs: GIUSTO O SBAGLIATO?

luca-vitale
Tempo di lettura: 3' min
21 settembre 2017
Il Giovedì di Vith

La parola disc-jockey ha assunto nel corso dei decenni significati più o meno vari, con sfumature e dettagli che ne hanno determinato alcune sfaccettature, benchè si mantenesse un unico nucleo tematico centrale: la musica.

E’ una ardita teoria, e probabilmente non tutta l’evoluzione di questa professione è andata nella direzione giusta.

Basti pensare a come negli anni ’60 un dj era un semplice selezionatore, senza la necessità di particolari doti miscelatrici o arzigogolate transizioni tra le tracce; poi il dj ha acquisito sempre più importanza e sempre più valore in base alla tecnica di missaggio, arrivando fino ai giorni nostri dove il dj è una sorta di figura “alpha” alla quale spesso si avvicinano soggetti non del tutto avvezzi al mondo musicale.

In effetti, oggi è facile definirsi dj. Basta qualche ora al giorno su Youtube e la giusta dose di scaltrezza per riuscire a comporre un dj-set dignitoso. Il web è zeppo di applicazioni e tools per più o meno esperti per sviluppare/migliorare la propria tecnica senza particolari conoscenze tecniche di base.

Il cuore e la passione profusa, questo non si può imparare ne insegnare a qualcuno. Ma davvero queste due nobilissime motivazioni nel 2017 sono la via verso una grande carriera di ascesa?

Tanti, tantissimi dj si riparano dietro queste due parole. Passione e cuore. Io ne aggiungo una terza.

Social Networks.

Non ci bastavano i promoters, figure dalla estrema variabilità che hanno il potere di far vertere su uno o più artisti la attenzione del pubblico bypassando il sistema del “saper fare musica” portando alla ribalta aspetti completamente ininfluenti come quello della leadership, della figura sociale rappresentata, di quanto un potenziale artista sia seguito da amici e pubblico e quanto si sappia vendere. Ora tutto questo meccanismo oscuro è fomentato all’ennesima potenza dai social networks, che gonfiano enormemente le possibilità di successo di un’artista.

Ne abbiamo esempi eclatanti, nel bene e nel male, di come i social networks vengano sfruttati per migliorare la propria visibilità: persone come Gianluca Vacchi profanano la parola disc-jockey ad ogni proprio post sul web, e per quanto la stragrande maggioranza sappia perfettamente che sia un ciarlatano, ha date in giro per tutta Italia e non solo.

Questa era una estremizzazione, ma guardate ad esempio cosa è successo a Jeremy Underground la scorsa settimana: per ragioni logistiche e ancora abbastanza poco chiare (sembrerebbe una disparità sull’albergo scelto dall’artista e quello riservato dai promoters) è stata cancellata una sua data. I promoters stessi i hanno pubblicamente denunciato la questione condita di ogni dettaglio, additando J.U. e la sua agenzia come degli approfittatori.

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Lungi da me da giudicare questa vicenda, ma una cosa è molto chiara: è stato più importante per i promoters mostrare al mondo questa (dubbia) vicenda per creare tensione piuttosto che informare umilmente il proprio pubblico di una data saltata per generici problemi contrattuali.

Il risultato è stato scontato: Jeremy Underground ha risposto a sua volta pubblicamente ma la sua bacheca è stata subissata di insulti, tanto da far chiudere la sua pagina e a segnare la sua credibilità come artista, probabilmente per sempre.

Ma in tutto questo, cosa c’entra la musica? Cosa c’entrano il cuore e la passione che dovrebbero essere i motori pulsanti di un artista? Come può un’artista perdere anni di impegni, sudore e sacrifici per un aitante post di Facebook? La ragione può stare da ambo le parti, ma la carriera distrutta è una sola.

D’accordo, questo sistema non è altro che lo specchio della nostra società che è molto più preoccupata a mostrare piuttosto che a fare ma il disallineamento tra come dovrebbe essere e come è è clamorosamente ampio.

Torniamo a parlare di musica e torniamo a valorizzare chi trae giovamento dalle proprie idee, dalla propria voglia di fare piuttosto di chi pubblica, carica, sponsorizza, paga, per avere visibilità e successo. Torniamo a dare voce a chi crea la sua carriera nella sua cameretta, ascoltando ore e ore di dischi, creando idee, e leviamola per sempre a chi ritaglia e incolla personalità standard conformizzate nel “make money, no music”.

 

 

 

 

 

 

 

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