Primavera Sound 2019, the new normal e la tempesta perfetta

polpetta
Tempo di lettura: 11' min
5 giugno 2019
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La diciannovesima edizione del Primavera Sound ha dimostrato che un altro mondo è possibile

Riuscendo dove molti altri avevano fallito, the new normal ha eliminato i pregiudizi di genere aprendo la strada a un modello sociale di festival equo e giusto

Se quest’anno avessimo dato credito anche solo per cinque minuti al turbinio di polemiche sviluppatosi intorno a questa diciannovesima edizione del Primavera Sound, sarebbe quasi venuto spontaneo dire “e anche questo festival se lo semo levato dalle palle”… tanto per fare un po’ di becero citazionismo vanziniano. Chiacchiere che hanno investito in pieno un’edizione volutamente new normal a partire dalla line-up, dichiaratamente fifty-fifty tra donne e uomini, al tipo di musicisti in gran parte pop, black e -inserire una definizione qualsiasi che non abbia niente a che fare con indie o shoegaze-, ma che, come al solito si sono fermate ai cancelli del Parc del Fòrum, disperdendosi nella brezza marina.

Insomma, quella che per molti anni sembrava fosse un’utopia, il Primavera Sound l’ha trasformata in una solida realtà: un festival a misura di tutti, dove nessuno si potesse sentire anche solo lontanamente discriminato e dove ogni genere (e gender) si sentisse rappresentato. E lo ha fatto soprattutto senza scadere nella paraculaggine. Bastava guardarsi intorno per capirlo, impossibile non notare la differenza rispetto agli anni scorsi. Senza scadere nelle statistiche inutili, ad occhio si è notato un significativo aumento di pubblico femminile, di persone di colore e soprattutto di quel pubblico preveniente dagli ambienti queer e lgbtq+, contribuendo a rendere l’atmosfera del festival molto più simile a quella respirata nei pride delle grandi città europee. Facce felici e good vibration come se non ci fosse un domani. E se fossimo la difesa in un processo che vede imputati l’amore e la parità di diritti probabilmente chiameremmo a testimoniare sia la quantità di limoni che abbiamo visto scambiarsi a ogni angolo del Primavera, che Geoff Barrow dei Portishead.

Un successo a tutto tondo quello del Primavera Sound 2019, che lo vede uscire vincitore nell’edizione più politicizzata di sempre e in cui – soprattutto di questi tempi – l’azzeramento del gender gap poteva essere trasformato in un’arma a doppio taglio. Ma si sa, anche le polemiche alla fine fanno parte del grande carrozzone dell’hype. Il resto invece sono dettagli, come la scelta ecologica e vincente su tutti i fronti dei bicchieri riutilizzabili (e collezionabili), o il Lotus stage, un nuovo palco in spiagga affacciato sul mare. Tutti fattori che comunque hanno contribuito a generare questa tempesta perfetta, trasformando il PS19 dal punto di vista sociale in una delle miglior edizioni di sempre.

Tornando invece all’aspetto musicale di tutta la faccenda, senza troppi voli pindarci abbiamo deciso di assegnare delle brevi pagelle ad alcuni tra gli artisti che siamo riusciti a vedere, divisi per le tre giornate principali. Del resto, come ogni Primavera che si rispetti, vedere tutto o anche solo gran parte degli artisti che vorremmo seguire è impossibile, perciò questo è il bagaglio musicale che abbiamo selezionato, da portare a casa con noi, dopo questa diciannovesima edizione.

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Day 1:

Soccer Mommy. Ascoltare Sophie Allison è come sfogliare un manualetto che contiene l’ABC dell’indie pop rock: è musica immediata, fugace, ma ha la consistenza di chi incarna senza pretese un personaggio nel quale il pubblico può facilmente identificarsi. Da vedere in un piccolo club, ma sole e vento di mare non stonano affatto. (VOTO: 6,5)

Christine and the Queens. “Quest’anno il Primavera sembra un po’ il pride” ci siamo detti, e se c’è stato un momento che ha reso evidenti tutti i colori di questa affermazione è stata l’esibizione di CatQ: un grande queer party, pieno di coreografie fuori dal tempo e baciato da un pubblico estasiato, inclusivo e festante. (VOTO: 8,5)

Anastasia Kristensen (live). Nella cornice dello stage Ray Ban Studios (palco al chiuso, spettacolare, un club dentro al festival flashato da luci rosse e onde scure, con una consolle aggirabile a centro sala) Anastasia Kristensen si è presentata in versione live. Un pò lento, un pò troppo pretenzioso, in contrapposizione ai suoi dj set sempre carichi e spumeggianti. Sufficienza, di poco. (VOTO: 6)

Mac DeMarco. Il songwriter canadese torna per la terza volta sul palco del Primavera, e lo fa con uno show decisamente più sobrio e posato. A parte qualche gag dai membri della band, lo spettacolo è decisamente lontano dalla più selvaggia esibizione di due anni fa ma resta comunque godibile, tra alcuni pezzi dell’album nuovo e presobenismo generale tra il pubblico. (VOTO: 6,5)

Courtney Barnett. Eccoci al Pull & Bear stage dopo il live di un Mac de Marco meno incisivo del previsto: arriva lei, il nostro festival prende il via. È l’anti diva, l’opposto delle ragazze del soul e del pop che spiccano in questa edizione. Ma, fin dai primi minuti, con Need a little help incanta e convince. Puoi essere queen anche armata solo di voce, chitarra, una batteria e un basso. (VOTO: 8)

Erykah Badu. Abbiamo trascorso buona parte del live in una sorta di trance, interrotta dal finale di Liberation – tributo agli Outkast – che ha fatto esplodere il pubblico come il crescendo di un coro in una chiesa di Harlem. Profetessa, creatura ultraterrena e icona hip hop nel suo felpone indossato con un cappello da sceriffo. Lei può tutto, con la voce, con il corpo e una band immensa al suo cospetto. (VOTO: 9)

Nas. L’hip-hop al Primavera Sound è stato sdoganato da tempo, e la prova ne è il pienone al Rayban Stage per il suo show durante il quale impartisce a tutti una vera e propria lezione di rap. Tra mash-up e vecchie glorie, il rapper newyorkese ripercorre in poco più di un’ora venticinque anni di carriera, dallo storico Illmatic all’ultimo nonché criticatissimo Nasir. Ma per noi è un grande si. (VOTO: 8)

 

“Quest’anno il Primavera sembra un po’ il pride” ci siamo detti, e se c’è stato un momento che ha reso evidenti tutti i colori di questa affermazione è stata l’esibizione di Christine and the Queens

 

Charli XCX. Sarà anche stata in tour con Taylor Swift… Per noi il one-woman-show più deludente: lei saltella senza sosta da una parte all’altra di un palco troppo grande e vuoto, sopra basi che segue a singhiozzo, chiedendo a un pubblico in delirio di supportarla con la voce. Qualcuno si domandava se fosse in playback. Comunque sia, la peggior cosa che potesse succedermi dopo queen Erykah. (VOTO: 5)

FKA Twigs. Non sapevamo avrebbe presentato diversi pezzi nuovi, e quello che sembra un work in progress della performance live che seguirà l’uscita del nuovo disco. Azzardiamo un pronostico (ora molto più facile da azzeccare): sarà tutto una bomba! Eravamo lontani dal palco, ma crediamo di non aver lo stesso mai sbattuto le palpebre. (VOTO: 9,5)

Kristal Klear. Il producer di Dublino, reso celebre dalla super traccia “Neutron Dance” (che nel finale del suo set ha portato tutti ad un’estasi istantanea), ha davvero fatto volare tutto nello stage Desperados Cube: onde houseggianti e beat belli freak hanno divertito alla grande e l’hanno reso una grande rivelazione della giornata. Super promosso! (VOTO: 8)

Nina Kraviz. Il nome non ha bisogno di presentazioni. Ed è proprio per questo che la dj russa la piazzano in chiusura in uno degli stage più importanti, il Ray Ban Stage. Ed è questo il problema: è solo il nomone grosso per attirare. Set orrendo, piatto, senza alcuna parvenza di anima, preparato e suonato. Molti tra il pubblico non hanno gradito. Bocciatissima. (VOTO: 3)

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Day 2:

Lucy Dacus. Inizialmente eravamo pochissimi, ma ha attratto il pubblico verso di sé con un set intensissimo e al tempo stesso intimo e commuovente. Ha chiuso con I Would Kill Him: non un brano conosciuto ma un inedito dal prossimo disco. Ha lasciato tutti col fiato sospeso. Si chiama personalità, e la quieta Lucy Dacus ne ha da vendere. (VOTO: 8)

Kurt Vile & The Violators. Non si sarebbe potuto scegliere artista migliore da far suonare al tramonto sul Pull&Bear stage. Presobenismo, grandi folate di marijuana e una scaletta di otto (8) pezzi, ma lunghissimi e da far drizzare i peli degli avambracci, Kurt Vile ci ha preso per mano e accompagnato in una splendida giornata. (VOTO: 9)

Janelle Monáe. L’impianto del Pull & Bear stage gioca brutti scherzi, i volumi bassi e la distanza dal palco – tra chi sta in prima fila e l’artista almeno 50 metri tra pit, area vip e una via di fuga – non fanno godere al meglio delle possibilità. Ma Janelle canta e si muove come una dea, seguita dal suo corpo di ballo e dai musicisti. Esce indossando pantaloni a forma di vagina, e ci dice che sì, la cosa più importante è amarsi liberamente, tutti, senza discriminazioni. È un’androide che non rinuncia al concept geek creato quando in pochi la conoscevano, è un sincero leader politico per tutte le minoranze, è la rappresentazione del vero sogno americano. Ma è anche una performer incredibile, con alle spalle uno show visivamente e musicalmente irresistibile, capace di tenere assieme tutto questo. Noi votiamo Janelle. (VOTO: 8,5)

Yves Tumor. Il fatto che per l’esibizione con la band abbia trasformato il tutto in una “cosa” glam rock, che fa le cover dei suoi pezzi, è folle e incredibile. Il fatto che funzioni a meraviglia lo è ancora di più. Una possibile spiegazione? Una volta ha detto che il suo misterioso vero cognome è BOWIE. Viene da credergli. (VOTO: 7,5)

Tame Impala. Nulla di nuovo sotto il sole, e chi si aspettava di sentire in antemprima l’album nuovo prossimo in uscita è rimasto piuttosto deluso. Uno show riesumato da quello di quattro anni fa, stesso palco, stessi coriandoli sparati, quasi stessa scaletta. Senza contare i problemi all’impianto del palco Pull & Bear che da una certa distanza davano l’impressione di sentire in mono. Era solo un’impressione nostra? (VOTO: 6)

Kate Tempest. Lasciamo i Tame Impala per correre al Ray-ban stage, dove pochi la attendono. Kate è vestita di nero, accompagnata dalle basi e una scenografia minima. Inizia sicura di sé – con Europe is lost – un dialogo sempre più intimo. Fire Smoke, il nuovo singolo, penetra i cuori. Kate rappa veloce poi rallenta e ci parla e ci guarda con spietata dolcezza. A fine concerto siamo in lacrime, insieme a due ragazzi inglesi, abbracciati. Kate ci saluta con un sorriso inaspettato. Indimenticabile. (VOTO: 9)

Miley Cyrus. Il fatto di essere stata chiamata a rimpiazzare il forfait d Cardi B non dev’essere stato semplice da digerire per l’ex Hannah Montana, e questo è abbastanza evidente. Fresca di album nuovo, ha regalato al pubblico un paio di canzoni che ancora non aveva cantato da nessun’altra parte, ma a parte questo non è stato assolutamente niente di indimenticabile. Specialmente la chiusura del live con una distaccatissima Wrecking Ball e dieci inutili minuti di saluti al pubblico. Ci si aspettava decisamente di più. O forse anche no. (VOTO: 4)

 

Kate rappa veloce poi rallenta e ci parla e ci guarda con spietata dolcezza. A fine concerto siamo in lacrime insieme a due ragazzi inglesi, abbracciati.

 

Robyn. Voto otto, come gli anni trascorsi in attesa di un nuovo album. Honey accontenta tutti e dal vivo diventa una performance a tutto tondo: Robyn danza con l’eleganza e la classe di un gatto. E non capiamo come riesca, nel mentre, a far uscire una voce così ferma, chiara e potente. Sarà arrivata anche lei da un altro pianeta ma, su Dancing On My Own smettiamo di farci domande e balliamo con lei. (VOTO: 8)

Courtesy. Nel secondo giorno la parte elettronica del festival (tra cui il Desperados Stage) era davvero mega pompata di grandi artisti tutti bravissimi. Ma una cometa ha brillato sopra tutti: Courtesy. La producer danese ha stupito tutti travolgendo la folla con un set techno/trance mistico e cattivissimo allo stesso tempo, contornato dalle luci dello stage perfetto per il suo sound. Magica. (VOTO: 9)

Helena Hauff. Per gli amanti della techno, Helena non ha certo bisogno di presentazioni: famigerata per la sua cattiveria sotto cassa senza sosta. Questa volta, sempre in Desperados Stage come ultima dj, ha proposto un set molto particolare dove un connubio di oscurità e misticità si sono fusi all’unisono in turbini lunghissimi. Diverso dal suo solito, particolare. (VOTO: 7,5)

Agoria (live). Nome noto ai collezionisti ed amanti del genere da molti e molti anni. Agoria ha fatto la chiusura del Lotus Stage, un palco sulla spiaggia di fronte al Mar Mediterraneo nel golfo di Barcellona. Alle 5:35 è partita “A one second flash”, con in lontananza il sole che piano piano colora il cielo e il mare illumina gli occhi del pubblico, alcuni più grandi di altri. Difficile scordarsi un momento del genere. MIGLIOR MOMENTO DELLA VITA. Supremo. (VOTO: 10)

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Day 3:

Haru Nemuri. Dal Giappone è arrivato un piccolo tsunami che mette assieme J-Pop e Screamo, ma in un progetto che non è una barzelletta. E che annulla l’effetto “lost in translation” fra stage diving escursioni nelle ultime file del pubblico. Non ci credete? Vi capiamo, nemmeno sul posto era facile crederci. (VOTO: 8)

Nilüfer Yanya. Se davvero, come afferma, ha una grande ansia da prestazione, non si vede e non si sente. Nilüfer sembra già pronta a convincere tutti con la sua voce e la sua chitarra. Origini turche, irlandesi e Bajan, le sue canzoni sono un mix insolito di influenze, bruciano lentamente ma poi rimangono subito impresse nella memoria. (VOTO: 7)

Little Simz. Janelle è la regina dei palchi grandi, ma Simbi ha dominato i palchi piccoli. Little Simz è imperdibile dal vivo: lei e la band hanno fatto un live che ha condensato energia cinetica e delizia per le orecchie. È stato breve, comprensibilmente per un’artista quasi agli esordi, ma DENSO, come il suo rappato. Non perdetela ad Ottobre alla Santeria! (VOTO: 8,5)

Pusha T. King Pusha è un mattatore, divertente quanto basta a far ballare (e twerkare) un’orda di ragazze indemoniate. Un divertimento contagioso che non risparmia nessuno, regalando sul Primavera stage un’altra godevolissima ora di rap dove ci infila tutto l’ultimo album tra le 17 canzoni della scaletta. (VOTO: 7,5)

Primal Scream. Bobby Gillespie ha dichiarato in una recente intervista che “la musica rock è una lingua morta”. Tuttavia lui pare parlarla ancora molto fluentemente, anche se l’età e gli eccessi pare stiano iniziando a chiedere il conto, e lasciandolo con la voce visiblmente affaticata dopo mezzora di concerto. Ma nel complesso, un live che è comunque valsa la pena di vedere. (VOTO: 6,5)

Forest Drive West. Nel super-club-super-stage del Ray Ban Studios nel terzo giorno di festival si è assistito ad una grande perla di sound impossibile da etichettare ed impossibile da non ballare: Forest Drive West. Ritmi duri, fuori tempo e rullanti impazziti, il ragazzo britannico sa il fatto il suo e l’ha dimostrato davanti ad una folla in estasi. Super! (VOTO: 8)

 

Bobby Gillespie ha dichiarato che “la musica rock è una lingua morta”. Tuttavia lui pare parlarla ancora molto fluentemente, anche se l’età e gli eccessi pare stiano iniziando a chiedere il conto

 

Rosalia. Ormai celebrità mondiale, la cantante spagnola si è presentata nella sua Spagna (e nella sua Catalogna) con uno show incredibile: ballerine da urlo, luci e mapping pazzeschi, performance incredibile. Il suo live è stato di gran lunga molto più bello delle sue canzoni singole ascoltate a casa in cuffia. Assolutamente da vedere se vi capita in città! (VOTO: 8)

Lizzo. Dimenticate Miley. Lizzo è capace di farti arrossire anche senza capire tutto dei testi. Strabordante, esplicita, solare, divertente. Da quando apre le sue cosce generose in favore del pubblico a quando imbraccia il flauto tra un ‘bitch’ e un ‘suck my dick’, non passa momento in cui non desidereremmo essere lei, dentro il suo abito di lustrini fuxia e con le sue ciglia esagerate. Eccolo qui The New Normal. (VOTO: 8)

James Blake. Ci abbandoniamo sul tappeto di erba sintetica che da quest’anno rende più accogliente lo spazio tra Seat e Pull&Bear stage, cullati dai brani di Assume Form che live suonano davvero bene. Poi un crescendo di beat nel mezzo e un ritorno alle atmosfere oniriche di Don’t miss it sul finale. Non manca nemmeno questa volta la cover di Feist – there’s a limit to your love – ma, chi sperava di veder apparire Rosalia è rimasto deluso, il duetto si era consumato poche ore prima, sul palco di fronte. (VOTO: 7)

CupcakKe. Se vi siete persi questa rapper americana classe ‘97 allora cospargetevi il capo di cenere poiché avete perso una delle esibizioni più divertenti del festival. Infuocando il Pitchfork stage, Cupcake non le manda certo a dire, è sboccata, irriverente e usa uno smodato numero di sinonimi per nominare la sua vagina. “Somebody please bring me a drink, my pussy is dry!” commenta così il caldo tra una canzone e l’altra. (VOTO: 8)

Martyn. Ci voleva un dj olandese con base a Washington di cui non avevo mai sentito parlare per farmi scoprire, a poche ore dalla fine del festival, il Ray-ban Studio, un set al chiuso, allestito come una boiler room tra laser e un caldo opprimente. Martyn è un eclettico, lo si capisce ascoltando l’ultimo disco. Sarei rimasta a sentirlo fino a chiusura ma stava per sorgere l’ultimo sole su questo Primavera Sound e il set di Avalon Emerson stava iniziando sulla spiaggia. (VOTO: 7)

Avalon Emerson. A chiudere il terzo giorno di festival, sempre in quel famigerato Lotus Stage sulla spiaggia di fronte al Mar Mediterraneo, ci ha pensato la producer californiana. Bel set, molto danzereccio, con punte di allegria e housettonate molto carine. Forse non la sua miglior prestazione, ma una chiusura tutto sommato accettabile. (VOTO: 7,5)

 

Testo e voti: Richard Giori, Matteo Buriani, Elena Bertelli, Matteo Petroni Granata.
Foto: Cecilia Secchieri

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