Neneh Cherry @ Circolo Magnolia. La donna anti-nostalgica

Circolo Magnolia, Milano - 27.02.2019

matteo-buriani
Tempo di lettura: 5' min
4 marzo 2019
Review 4 U
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Se all’inizio degli anni ’90 mi avessero detto che nel 2019 Neneh Cherry avrebbe fatto uno dei concerti dell’anno, non ci avrei ovviamente creduto

Non perché non mi piacesse, anzi. Avevo proprio una cotta da teenager per lei, che rappresentava per me la scoperta di quella femminilità combattiva che sarebbe presto emersa compiutamente negli anni successivi, in completa controtendenza rispetto agli anni ’80. È solo che per me Neneh Cherry era ovviamente il videoclip di “Buffalo Stance” (registrato su una vhs che ho consumato di visioni), e quindi la consideravo una giovane popstar, destinata a rimanere per sempre una memoria immutabile e legata agli anni in cui sbocciava. A dire il vero non facevo esattamente questi ragionamenti da ragazzino, ma le cose stavano cambiando in fretta e ogni scintilla di cultura mi sembrava legata all’istante in cui avveniva, almeno quanto quelle che l’avevano preceduta.

Il tempo non mi ha dato torto inizialmente, almeno per quanto riguarda il mio piccolo mondo di quegli anni. Non mi sono mai innamorato del resto della sua produzione degli anni ’90. Sicuramente, ad esempio, non sono mai riuscito ad impazzire per “Woman” e “7 Seconds”, che l’hanno resa famosissima anche in Italia.

Quello che non sapevo era che la ragazza che mi aveva fulminato aveva un padre adottivo che era un famoso jazzista, e che col tempo avrebbe inanellato una lunga serie di collaborazioni e esperienze extramusicali che avrebbero stimolato la sua evoluzione artistica fino a tempi molto recenti, pur non uscendo mai con un suo nuovo disco vero e proprio. I due dischi con cui è tornata, Blank Project del 2014 e Broken Politics del 2018, sono un sorprendente nuovo inizio e al tempo stesso una naturale continuazione. Prodotti da Four Tet, stupiscono per creatività e eleganza: dentro ci potete trovare tante cose diverse (dall’elettronica al free jazz coprendo un ampio spettro della musica sintetica o strumentale), ma l’insieme è maturo e coerentissimo. Se chiedete a me, siamo all’apice qualitativo della carriera, per strano che possa sembrare.

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Ho già dichiarato che è stato un concerto bellissimo, ma non è stata una sorpresa. L’avevo già vista al Pukkelpop all’epoca di Blank Project, e in quella occasione era stata raggiunta sul palco da Robyn, una delle tante collaborazioni di un’artista che non si nega nessun esperimento.

Andando con ordine, bisogna prima citare Charlotte Adigéry, che ha aperto la serata. Non so se anche la sua presenza sia frutto dei mille contatti di Neneh, fatto sta che la ragazza creola-belga di cui si parla molto in questi giorni (è uscito un EP molto ben recensito) è una piacevolissima scoperta anche dal vivo. Il suo live è essenziale: sul palco ci sono solo lei e un artista elettronico, e il tutto è illuminato da una singola luce intermittente. Siamo quasi completamente al buio ed è perfetto, perché Charlotte sembra subito perfetta per il clubbing. “High Life” (o “la canzone delle parrucche”) autodenuncia benissimo il proprio contesto produttivo: Charlotte è prodotta dai Soulwax, quindi non vediamo l’ora di sentire anche un remix. Alla fine del set arriva “Paténipat”, con il suo irresistibile mantra “zandoli pa té ni pat”, scioglilingua creolo che significa “il geco non aveva le gambe”. Secondo Charlotte riflette perfettamente il ritmo della sua cultura d’origine. Noi sappiamo solo che funziona benissimo, e a tutti gli spettatori il concerto sembra volare via davvero troppo presto. Speriamo di vederla tornare quando uscirà il suo disco d’esordio.

Nel breve tempo che trascorre fra la fine dell’esibizione di Charlotte Adigéry e l’arrivo di Neneh Cherry, il Magnolia si riempie. Appena si accendono le luci è impossibile non notare quanta roba ci sia sul palco. Il live di Neneh Cherry è composto da due percussionisti, di cui uno con xilofono e l’altro con qualcosa che comunque non riesco a riconoscere, una tastierista, un bassista, un dj e addirittura un’arpa. Durante il concerto alcuni di loro si scambieranno la postazione e tireranno fuori altri strumenti. Perché il live che stiamo sentendo sembra richiedere costantemente un cambio di formazione.

E così, ogni canzone sembra portarci in un territorio nuovo, al quale è necessario abituarsi per qualche secondo. Anche la scaletta è ben oltre le mie più rosee aspettative, nel senso che Neneh non sembra minimamente intenzionata a rimestare troppo nei ricordi.

È solo dopo aver eseguito cinque pezzi, quattro da Broken Politics e la title track di Blank Project che fa ballare tutto il pubblico, che Neneh Cherry parla per la prima volta. “My Name is Neneh”, ma non è un discorso al pubblico, o anzi lo è. È “Synchronised Devotion”, uno dei punti più alti dell’ultimo disco.
Ed è mentre tutta la band suona con estrema delicatezza le note della canzone, che mi rendo conto di quanto mi sia piaciuto il disco del 2018: ho riconosciuto tutte le canzoni del concerto, e nella maggior parte dei casi saprei descrivere di cosa parlino. E mi rendo conto di quanto sia personale l’ultimo lavoro di Neneh Cherry, di quanto sia qualcosa che, al netto degli ottimi collaboratori che si è scelta, appartenga al 100% a lei e solo a lei. Il racconto del suo presente.

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Poi “Black Monday” e “Natural Skin Deep”, quest’ultima a portare a compimento un accumulo sonoro che mi ha fatto pensare fosse tutto finito, sembrano chiudere meravigliosamente la parte di concerto dedicata al presente, ma è rimasto fuori dall’esibizione ben poco di Broken Politics. E infatti arriva “Manchild” direttamente dal passato, incredibile abbia aspettato così tanto a dare al pubblico qualcosa che fosse legato al ricordo. C’è da dire che fa un figurone con questa formazione.

Arriva davvero l’ultima canzone del set, ed è “Soldier”, ancora una volta dall’ultimo disco, ulteriore conferma del fatto che quell’arpa è stata un po’ il fulcro di questo concerto. Prima di eseguirla Neneh ci parla di quanto sia bello per lei essere lì stasera, ma soprattutto di quanto sia stato bello dopo settimane in tour su un bus essersi fermata per un po’ al lago questo pomeriggio.

Quando rientra richiamata dagli applausi mi sono dimenticato completamente del fatto che, in fondo, un bel po’ del pubblico è venuto sperando di sentire “Buffalo Stance”. Anche Neneh sembra esserselo dimenticato, perché fa “Faster Than The Truth”, e appena finisce realizzo che questa esibizione è stata praticamente una fiera presentazione quasi completa di Broken Politics, invece del il concerto che forse in tanti si aspettavano.
Poi il tutto finisce proprio con “Buffalo Stance”. Ed è fuori luogo dopo tanta raffinatezza. Ma è bellissimo lo stesso, perché Neneh ora può abbracciare il passato senza aver ceduto neanche per un istante alla nostalgia, scendendo a rappare davanti al pubblico.
“No moneyman can win my love” sembra una affermazione più vera oggi che un tempo, perché fatta da una donna che ha dato prova di totale indipendenza nel tempo.
Nessuno osi dire che Neneh Cherry, a 55 anni, sembra molto più giovane della sua età. I suoi anni li dimostra tutti. Ma ovviamente non sto parlando dell’aspetto fisico: sto parlando della saggezza e dell’autorevolezza che emana. E son cose che non si hanno di natura, son cose che si conquistano cercando di dare importanza ad ogni passo che si compie.

“Who’s looking good today? Who’s looking good in every way?”

Risposta ovvia: Neneh!

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