I Kokoroko sono forti

polpetta
Tempo di lettura: 2' min
4 novembre 2019
Gallery, Review 4 U
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Kokoroko è un termine utilizzato in Orobo – un linguaggio nigeriano – e che significa be strong.

 

Domenica 3 Novembre sul palco del Locomotiv Club di Bologna, dove si sono esibiti nel contesto del Bologna Jazz Festival, ci hanno mostrato perché non è assolutamente un caso che la band londinese abbia scelto di darsi questo nome.

Kokoroko sono otto elementi: Sheila Maurice-Grey e Richie Seivewright alla tromba, Cassie Kinoshi al sassofono si occupano anche della voce oltre che dei fiati. Alle percussioni Onome Edgeworth, Ayo Salawu alla batteria e la keybord lasciata nelle mani di Yohan Kebede. Completano il tutto la chitarra di Oscar Jerome e il basso di Mutale Chashi.
Salgono sul palco e decidono di iniziare con Uman, dall’album uscito quest’anno, e non c’è modo migliore per stabilire una connessione con tutti e liberarsi subito dell’impiccio di scaldare il palco.
I Kokoroko sono a loro agio da subito, interagiscono tra loro durante la performance sottolineando come il loro afro-beat provenga da un’esperienza jazz che mai rinuncerà all’inclusività e ai grandi sorrisi della jam session.

Sheila Maurice ci racconta che alcune cose del loro show le ricordando le funzioni gospel, a riprova della grande energia comunitaria che riescono ad evocare con loro musica- e in questo la performance live gioca un ruolo fondamentale.
Sul palco sono in otto, ed è una grande festa. Lo show di Kokoroko ti fa sentire un po’ in famiglia, come se il concerto si stesse tenendo in una taverna intima e confortevole.

(continua sotto)

L’energia che portano sul palco ti fa venire voglia di impugnare uno strumento qualsiasi e salire a suonare con loro, perché si stanno evidentemente divertendo troppo. Sheila ci chiede di ballare, e noi balliamo.
Trattenere il corpo è impossibile anche quando i ritmi est africani incontrano sonorità più meditative, come in pezzi come Abusey Junction con la quale chiudono il sipario.

“We wanted better representation. Afrobeat needed younger musicians playing, especially from the Afro-Caribbean diaspora.”, racconta Sheila Maurice.
Non a caso il loro lo show lascia spazio espressivo ai singoli strumenti e alla persona che ci sta dietro, sottolineando l’importanza di tutti per essere una vera band.

Quella dei Kokoroko è una performance che ha a che fare con il ritmo, con il corpo ma anche con l’affermazione– tutte cose che vanno oltre la mera tecnica che però, nel loro caso, è sotto gli occhi di tutti.
Una musica che nasce tanto dalle radici quanto dalla contaminazione, ed è forse per questo che è capace di smuovere ad un livello più sottile.

Insomma se li incontrate in giro per il mondo andate a vedere i Kokoroko perché sanno quello che fanno e perché si permettono il lusso di sentirsi liberi e complici sul palco.

 

Words: Anita Vicenzi // Ph: Richard Giori

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