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NOS Primavera Sound [Porto] – 8/9/10 Giugno 2017 /// SHELLAC [Focus ON]

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Da qualche anno a questa parte frequentiamo ambienti il cui unico scopo è quello di ricreare al meglio la visione che ognuno di noi ha del “divertimento”.

Ovvio è anche che, il gusto personale e gli standard imposti dalla moda possano essere correlabili alle cause reali del processo di frammentazione e divisione il cui risultato è facilmente individuabile.

Da un lato troviamo gli organizzatori, pronti a dover decidere fra una proposta artistica varia ed incondizionata da alcun limite di genere, contro proposte orientate verso una specifica sfera musicale; dall’altra parte invece abbiamo il pubblico, combattuto fra il potersi dedicare economicamente e temporalmente al genere che predilige, oppure investire qualcosa in più, ma usufruendo di una forbice di scelta molto più ampia e della possibilità di imparare ad apprezzare tutto ciò che, esternamente al proprio gusto, potrebbe essere comunque riconoscibile come “suggestione”, “novità” o addirittura in certi casi “fonte di ispirazione”.

Fortunatamente le tendenze e la comunicazione stanno influendo molto sulla costruzione dei festival contemporanei, quindi sull’abbattimento degli stereotipi e in direzione di una nuova (ma vecchia, vedi Woodstock) visione dei fatti, portandoci dunque verso situazioni sempre più eterogeneree dove Rock, Noise, Post-Rock, Hip Hop, Elettronica e House possono coesistere serenamente e tutti nello stesso ambiente.

Come se si volessero ricreare delle “cittadelle” dove per una volta, tutti voglio andare a spendervi il proprio tempo piuttosto che fuggirvi, anche a causa del forte spirito di condivisione che contraddistingue il carattere e le conseguenti interazioni sociali del partecipante medio.

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8/9/10 Giugno 2017

Si svilupperà all’interno degli 83 ettari del “Parque da Cidade” di Porto (Portogallo, giusto per essere precisi), il 7° anniversario targato “NOS”, sorella minore della oramai ventennale rassegna musicale “Primavera Sound” di Barcellona.

www.nosprimaverasound.com

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In origine, nel 2001, viene proposto al Poble Espaniol e con un aspettativa di affluenza prossima agli 8 000 elementi.
Stando alle stime relative all’edizione 2016 e alla capienza della location che ne ha visto la sua crescita (il Parc del Forum), oggi si contano 190 000 spettatori.
La scelta di evitare il ristagno della proposta musicale attraverso la cura delle line up, garantiva alla prima edizione del festival la possibilità di trattare più generi, creando così un nesso fino ad allora inesistente fra le migliori proposte Indie, Rock, Elettroniche e Hip Hop: ogni genere, in tutte le proprie sfaccettature.

Armand Van Helden, Carl Craig, Ken Ishi, Samuel L.Session, il matematico Aphex Twin, Dave Clark, Luke Slater, Diplo, The Bloody Beetroots, Metronomy, Rustie, Erol Alkan per Phantasy records, Pional, il canadese Caribou e moltissimi altri ancora hanno partecipato, alternandosi dall’ edizione spagnola a quella portoghese dal 2001 al 2016, rappresentando la sezione elettronica in tutta la sua ampiezza.

Arcade Fire, gli inglesissimi New Order, i Broken Social Scene, Sonic Youth, Pet Shop Boys, i Pixies, The XX, Cocorosie, Florence + The Machine, i ritmi mozzafiato del duo hip hop Run The Jewels, gli Sleaford mods, i Franz Ferdinand, The Cure, Radiohead, The Field, la delicatezza dei Kings of Convenience, gli Strokes, Antony and The Johnsons, James Blake e gli Alt J hanno invece fatto parte dell’ancora lunghissimo elenco di artisti che hanno solcato i palchi e segnato (seppur in minima parte) le vite di molti di noi, a cavallo fra l’ultima e la penultima generazione.

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Sua santità Tony Allen nell’edizione 2015.
E poi, per il “resto del mondo” troviamo: Mac Demarco, Sampha, Tame Impala, Cigarette After Sex, Iosonouncane, Black Lips, Lord of the Isles, Polar Inertia e potrei continuare per ore.

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A seguito di questa breve introduzione riguardo ciò che è stato Primavera Sound e ad una anticipazione di ciò che potrebbe essere, per senso di curiosità e desiderio di approfondimento abbiamo deciso di dedicare particolare attenzione a quell’area geografica, andando ad ascoltare cosa ha la sponda atlantica dell’Europa da raccontarci in merito.

Questo, però, avverrà con calma.

Oggi ha la precedenza una band che non abbiamo citato consapevolmente e che è (è stata e sarà pure nel futuro) uno degli elementi cardine degli ultimi 10 anni circa di Primavera Sound:
Stiamo parlando degli Shellac.

Leggendo questo nome molti si staranno chiedendo: “ma chi ca..o sono?”.
Nel non riuscire a dare la risposta a voi stessi, avrete già raggiunta un’altra verità, ovvero che questa sia una delle band più sensazionali che l’Alternative Rock abbia mai avuto.
Precursori di un movimento in cui non molti hanno creduto, a causa della sua astrattezza e forse anche della rabbia esplicata con immancabili urla spesso presenti nei loro pezzi, dal 1992 diffondono minimalismi su supporto fisso con una semplicità ed una discontinuità a dir poco disarmante.

Partono da Chicago: Bob Weston (basso), Steve Albini (chitarra e voce) e Todd Stanford Trainer (alla batteria).
Dire poi che partano da lì potrebbe risultare ironico, dal momento che la scarsa costanza dei loro lavori è stata spesso dettata dalla distanza geografica fra i 3 membri.
Come se ognuno di loro volesse continuare la propria vita, implementandola con l’inseguimento di una passione che abbia la possibilità di rimanere tale, senza sfociare nella presunzione o nell’inquadratura schematica che l’artista di fama è solito avere (scusate la generalizzazione).
Si contano 7 album dall’inizio della loro carriera e ognuno di questi, per questioni citate qualche riga addietro, è stato registrato e pubblicato in tempi molto dilatati l’uno dall’altro.

Eccezion fatta per “The Futurist”, un album del 1997 che però non venne mai messo in commercio, anzi, venne prodotto con una “sillabata” copertina costellata da 779 nomi propri di persona.

Tante copie quanti i nomi impressi nella cover, ognuna di esse dedicata e consegnata ai propri amici.

Chiara dimostrazione di quanto fosse importante per la band americana mantenere le distanze dal concetto di speculazione di massa attraverso la loro musica.
Ed è solo nel giro di un anno, nel 1998 che una versione dello stesso album viene ri-registrata e adattata alla vendita, successivamente ufficializzata con il nome di “Terraform”.

Nel 2000 arriverà l’album “1000 Hurts”, seguito nel 2007 da “Excellent Italian Greyhound”.

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Steve Albini è l’elemento centrale della band, nonché ex dei Big Black e dei Rapeman, bands con cui ha inseguito e studiato il fenomeno evolutivo dell’ingresso della sperimentazione elettronica applicata alla musica; rigettandolo e sfociando clamorosamente nel progetto “Shellac”.

Proprio come la sostanza utilizzata per creare il vinile.

Difatti è indissolubile il legame che lo tiene vicino agli oramai considerati “obsoleti” usi delle apparecchiature analogiche e alla registrazione su disco e vinile.

Dall’ingegneria del suono alle strumentazioni, fino a contare 1500 volte il suo nome in altrettanti dischi cui ha dedicato parte del suo tempo per definirne i suoni.

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Per tornare invece a quello che oggi sono gli Shellac, una volta abbandonati gli intriganti aspetti caratteriali dei componenti del gruppo, non si può dir altro che con “Dude incredibile” (2014) sia stato raggiunto l’apice (per la critica come per gli aspetti produttivi e sonori).
Se all’inizio il minimalismo poteva essere rappresentato da loro grazie allo sporadico apparire di un suono, misto all’ermeticità del racconto di sé (noto è che Steve Albini racconti spesso storie private nei suoi testi, concentrandosi sugli aspetti che portano l’umanità tutta, a rivalutare in maniera negativa l’individuo e le sue potenzialità) o addirittura contando su una metrica completamente rinnovata.

Ad oggi tutto è cambiato.
Il post-hardcore è stato poco alla volta ammorbidito, lasciando spazio ad ambienti post-rock, noie-rock e solleticando tutto l’apparato “indipendente” molto vicino alla sfera lavorativa di Albini stesso.
Siamo molto curiosi di capire ancora meglio quale sia la motivazione (oltre alle doti tecniche) della loro continua apparizione al Primavera Sound da una decina di anni a questa parte.

Ci rimane solo da sbrogliare il nodo attorno la loro famosa dichiarazione “i Nirvana sono i R.E.M col Fuzzbuzz”, nonostante fossero seguiti in studio da Steve in persona.

Oppure quello che c’è attorno all’altrettanto importante saggio del 1993 “Problem with music”, dedicato al problema della relazione fra artisti emergenti e le major con un analisi delle relative interazioni economiche (per farla breve, ma ne consiglio la lettura qui http://thebaffler.com/salvos/the-problem-with-music).

Insomma, di cose da vedere e da dire ce ne sono parecchie su di loro, in tutti i casi a Porto ci saremo anche noi a sputare il nostro “veleno” sulla loro bellissima musica.
Proprio come fece Albini con artisti come: Foo Fighters, PJ Harvey, Fugazi, Mogwai, Low e tantissimi altri ancora.

words by Sergio Creep



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