NicoNote si racconta a Polpetta Mag

domenico
Tempo di lettura: 7' min
23 gennaio 2021
Interviste
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Abbiamo incontrato Nicoletta Magalotti, conosciuta anche come NicoNote, un’artista della voce e del suono, poesia e improvvisazione e la abbiamo intervistata per voi.

Creatrice e curatrice di un mondo in un mondo, quel Morphine in un angolo nascosto del Cocoricò, dove l’imperativo non è mai stato ballare! Nonostante tutto sia ancora fermo noi continuiamo a muoverci, e questa volta lo abbiamo fatto insieme ad un’artista poliedrica e sperimentale.

 

NicoNote

Ph.: Chiara Maretti 

Cantante, attrice, performer, vocal coach, artista a 360 gradi sempre in grado di sorprendere e in continua sperimentazione. Chi è oggi Nicoletta Magalotti aka NicoNote?

Un’artista della voce e del suono, poesia e improvvisazione. Oggi unisco i punti delle esperienze fatte e la particolarità del mio percorso multi sfaccettato. Ho composto prodotto licenziato dischi, spettacoli teatrali e musicali, fatto tournée in tutto il mondo, lavorato in teatro con drammaturghi registi come Romeo Castellucci, Francesco Micheli, curato eventi non convenzionali, lavorato nel Clubbing. In definitiva è dagli 80 che produco nello spazio del suono e della voce, nella condivisione e nell’incontro. Quello che mi interessa è assecondare la mia unicità, guardarmi nel mondo e ascoltarlo, ridonando l’urgenza che mi accade, mettendo a servizio e condividendo il mio talento multiforme. In particolare in questo momento mi dedico assiduamente alla didattica sulla vocalità a 360° e In primavera uscirà un nuovo album LIMBO SESSION VOL 1 a firma NicoNote e Wang inc. un’avventura sonora tra improvvisazione, poesia, elettronica produzione Rizosfera e distribuzione Rough Trade London.  Sono in progress.

 

Erano gli anni ’80, gli anni della I.R.A. Records, dei Violet Eves e della scena new wave fiorentina condivisa con gente come i Litfiba, Moda, Diaframma e Underground Life. Come ti sentivi ad essere una delle pochissime donne attive sulla scena di allora?   Come pensi sia cambiata oggi la figura della donna nella scena della musica indipendente e del clubbing?

Le alleate per supportarmi in un mondo piuttosto ostile e praticamente tutto al maschile sono sempre state la mia forza di spirito e la qualità del mio fare. Inoltre essendo io da sempre una figura fuori formato, ho provato sulla pelle il body shaming, anche da parte degli addetti ai lavori. Oggi queste dinamiche sono in evidenza e discusse con capillarità dall’universo femminile e non, basti pensare a Shesaid.so o a KeyChange o NonUnaDiMeno. La presenza delle donne nello show business è esponenzialmente cresciuta dagli anni 80. Siamo moltissime! Trovo che certi meccanismi di potere, forme di maschilismo sotterraneo, inespresso, permangono. È sovente un maschilismo inconsapevole, si avverte e colpisce a tutti i livelli del lavoro, coinvolgendoci tutte e maggiormente (ancora oggi) chi non rispecchia i canoni imperanti. È un problema che viene da lontano. È importante che cresca la presenza femminile nell’arte e in tutta la sua filiera. Donne dalle scelte consapevoli anche oppositive.

 

Nel corso della tua carriera quanto è contata e conta la recitazione e come si intreccia con la musica e il suono? 

Per me non c’è separazione, non mi muovo mai all’interno di un genere predefinito. Il suono è la tela, la voce, il mio corpo-voce, è la mia tavolozza, il mio strumento. Disegno gesti di suono sulla tela cercando i colori che mi sembrano giusti, né belli né brutti bensì esatti.  Tuttavia è necessaria una coerenza stilistica per ogni progetto che affronto, sia esso musicale, teatrale o di curatela, ecco ciò che è importante è centrare una essenza, coerentemente pertinente. Come in un arazzo dove il disegno è fatto di tanti fili ognuno con la sua storia, un filo estetico che è il progetto stesso ad indicarmi. Seguirlo fino in fondo è la cosa divertente ma anche più ardua. Di solito serve rispetto, dedizione, studio, coraggio. Molto coraggio.

 

Sempre alla ricerca di suoni nuovi da sperimentare, anche quando nel 1996 hai scelto il tuo nome d’arte “NicoNote”, in quel caso era il “suono giusto da sperimentare”.  Come nasce un suono nuovo e/o una nuova performance?                                                                                                                                                                                                             Sì, nel 1996 ho creato il progetto NicoNote, un moniker che avesse in sé i segni delle mie sperimentazioni “fuori formato” e in divenire e al di là del mercato, per marcare una rivoluzione estetica dalle mie produzioni degli anni 80 e primi ’90. Iniziai con NicoNote a muovermi “in sottrazione” scegliendo la strada della “sparizione”, privilegiando la totale libertà di espressione sonora, direi radicale libertà.

Per me creare è immaginare mondi. Sorgono da esperienze o pensieri o incontri nel suono che mi hanno parlato nel profondo, è così che parto per i progetti. Ascoltandomi.  A volte un’idea nasce per caso, inavvertitamente arriva una intuizione.  Oppure può nascere da una richiesta specifica, per esempio Regola un mio concerto su Hildegard di Bingen del 2003 che ho ripreso da poco in agosto 2020 pensa! In piena pandemia! Per il festival ICE in Bretagna, ecco quel concerto nacque su richiesta di Roberto Cacciapaglia che mi propose di cantare per una rassegna di musica sacra a Milano nella Basilica di San Marco in Brera. Da quella suggestione decisi di creare una drammaturgia sonora ispirandomi alla figura della mistica medievale Hildegard, personaggio femminile potente e affascinante della nostra storia europea.

L’esperienza e la pratica del suono, dell’ascolto e dello spazio, sia esso luogo, palco o altro, ci entra dentro nel profondo e modifica, se si vuole anche fisicamente, quello che un’artista ha da raccontare.

(continua sotto)

Ph.: Valentina Grilli 

C’era un mondo in un mondo che tra la fine degli anni ’90 e inizio 2000 ha affascinato e attratto turisti, clubber, artisti ma anche semplici viaggiatori: Morphine. Come è nato il progetto e cosa porti ancora con te di quegli anni?

Ho percorso a lungo la scena Clubbing in Italia fin dagli anni ’80 ad oggi, attraversandola e contribuendo come agitatrice e o da osservatrice. La mia anima Camp mi ha sempre ispirato, ricercando forme e formati non omologati, mondi di riferimento ideali la Factory, la Fluxus, l’Happening, le TAZ, Melting Pot in divenire. In questo senso per me il Morphine è stata una avventura molto potente, un modo compiuto di condividere esperienza e creatività. Devo a Loris Riccardi il direttore artistico del Cocoricò di quegli anni, l’avermi scelta nella curatela di questo spazio. L’idea era di creare un luogo dal clima installativo, slegato dall’imperativo del far ballare, con un calendario di eventi site-specific peculiari, in consolle Dj David Love Calò originale nelle scelte musicali e nel modo di porsi. Contemporaneamente nascevano in Italia esperienze come il Link a Bologna e il Maffia a Reggio Emilia, realtà indipendenti con programmazioni incredibili. Era un’onda culturale che si stava propagando. Negli anni ho sempre portato avanti in parallelo le varie esperienze di musica, teatro, clubbing, curatele seguendo la mia creatività multi sfaccettata.   Mi porto dentro tutte le esperienze che ho attraversato, per rispondere alla tua domanda. Il mio modo di interpretare e di comporre è un processo che si nutre di ciò che mi accade, un processo che si è evoluto nel corso del tempo e che ancora adesso non si arresta.

 

Cosa mi dici sul pubblico?

Ognuno ha il suo gusto e le sue attenzioni. Mi interessa evocare, parlare nel profondo, toccare, anche disturbare a volte. Se vieni a vedere un mio lavoro sia esso un concerto, o un djset, o una performance o un evento e senti che ti ho mosso una riflessione o una emozione o ti ho suggerito qualcosa, allora il mio scopo l’ho raggiunto, perché qualcosa nel bene o nel male è cambiato. Una domanda apre a nuove possibilità.

 

Insieme a Pierfrancesco Pacoda avete messo assieme una raccolta di articoli di Dino D’Arcangelo, che raccontano il mondo della notte, dai rave romani alla riviera romagnola. Articoli che raccontano per la prima volta questo universo musicale parallelo ad un grande pubblico, risultato: “Tenera è la notte”. Come è nata l’idea del libro?

Con Pierfrancesco stavamo lavorando alla terza edizione di Tenera è la notte, i Dialoghi e il Premio intitolato a Dino, il libro uscito durante il primo Lockdown in marzo 2020, per Interno 4 edizioni, è stata una naturale evoluzione del progetto. L’emozione di leggere quegli articoli andava condivisa. Un tuffo in una storia pulsante. Dino è stato forse il primo giornalista ad occuparsi dell’universo articolato dei club in Italia, sottolineandone il risvolto culturale, multidisciplinare. Una mappatura della complessità delle esperienze con ricerca sul campo.

 

Cosa può ancora fare il mondo della notte in Italia?

È questo periodo di sospensione il momento giusto per ridisegnare e riformulare nuove possibilità, continuare a fare ricerca. Essere sempre più luogo d’ascolto, di ibridazione multidisciplinare. Ripensare agli spazi a partire dal suono e dalla dimensione dell’ascolto come esperienza personale e multisensoriale.  Il suono ci può trasportare in un universo ibrido in cui l’immaginazione trova connivenze ed espansioni, l’ascolto, nello spazio condiviso, nello spazio solitario. Connettere, fare rete con altri club e festival, club come house, riprendere il calore della fidelizzazione del proprio pubblico, ritornare ad essere laboratorio di idee.  Stiamo attraversando fase di cambiamento, anzi mutazione.  Si può danzare nella mente.  Si può danzare sul posto. Non servono (non ci sono!) grandi spazi, eppure il suono apre a spazi infiniti. Mi interessano le vie di fuga, le propagazioni che la club culture ha prodotto. C’è ancora tanto da esplorare.

Che rapporto hai con i social e che uso ne fai?

Li utilizzo come strumenti, oggettivandoli. Talvolta rifletto sulla enorme massa di immagini da cui siamo sollecitati come un rumore bianco assordante e temo si perda il senso di una urgenza profonda che le immagini d’arte hanno prodotto o avrebbero nello spazio reale.  Allo stesso tempo i social hanno ampliato il raggio si azione raggiungendo persone che non avrebbero mai pensato di emozionarsi con l’arte.
A me piace molto lavorare nello spazio fisico, mi piace che il suono e l’immagine abbracci chi ho davanti anche se è lontanissimo in un campo, come mi è capitato questa estate dopo il primo lockdown. Tuttavia ognuno ha il proprio richiamo, sia nel dare che nel ricevere. L’emozione è qualcosa di prezioso e che ci muove nel mondo. Tutto cambia è in movimento. Intercettare il cambiamento dentro e fuori di me è qualcosa al quale mi dedico da sempre.

 

Sono rimasto colpito da “L’angolo delle Fiabe” sul tuo sito, come ti e’ nata quest’idea?

Quando diventai mamma mi avvicinai alla letteratura per l’infanzia. Mi sono imbattuta in un testo un saggio” di Bruno Bettelheim dal titolo “Il mondo incantato” molto interessante sul ruolo fondamentale della fiaba classica. Iniziai a leggere le fiabe dei fratelli Grimm, quelle originali, non epurate dalla tragedia e dalle immagini orrifiche. Con grande entusiasmo accadde che il festival Santarcangelo dei Teatri e la Biblioteca della Valmarecchia mi chiesero di fare delle letture per un pubblico d’infanzia. Così immaginai questi momenti di intimità condivisa, trasformandomi in una Narratrice, una grande Tata che legge Fiabe, curando lo spazio scenico, scegliendo luoghi magici e con grande dedizione e riconoscenza verso le fiabe classiche. E chiudo citando Pamela Lyndon Travers, l’autrice di Mary Poppins  “…bisogna amare le fiabe e queste a poco a poco ci riveleranno  il loro significato”.

 

Grazie per il tuo tempo, l tue risposte e i tuoi racconti. La mia ultima domanda di rito: la tua pizza preferita?  

Margherita (la verace napoletana). Grazie a voi!

 

Intervista di Domenico Magnelli

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