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Milano Summer Festival: l’estate comincia con il grande ritorno dei Kings of Leon.

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Una famosa citazione afferma “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, ed è più che mai azzeccata nel loro caso: i Kings of Leon di nuovo in Italia.
Sette lunghi anni hanno tenuto la band lontana dall’Italia, ed è la seconda data del Milano Summer Festival a riportarli in scena sul palco dell’Ippodromo del Galoppo di San Siro, lo scorso 21 Giugno.

Giorno non casuale, se per un attimo anche voi avete pensato che si tratta della giornata più lunga dell’anno, la stessa che segna l’inizio dell’estate: una meravigliosa coincidenza.
Un mercoledì sera che avrebbe potuto ostacolare le adesioni, trattandosi di una giornata lavorativa nel pieno centro della settimana. E invece no. La rassegna incassa un bel successo, perché a supportare gli headliners ci sono due band altrettanto importanti: Editors e Jimmy Eat World.
Se questi ultimi sono più conosciuti da un pubblico di nicchia, i primi hanno invece un seguito molto vasto, tanto che considerarli una band di supporto risulta pressocché impossibile.

É pieno pomeriggio quando il programma da’ il via allo spettacolo: il sole riscalda forte
il terriccio polveroso e i primi spettatori, che sono più del previsto e che temerari si stringono sotto il palco per cantare con Jim Adkins, frontman del gruppo, le hit più conosciute: Sweetness, Here You Me, Get Right, A Praise Chorus. Una performance impeccabile, che nonostante la dispersione del suono dell’impianto, travolge con energia e sicurezza il pubblico fino all’esplosione con la traccia The Middle.
Una setlist studiata ad arte, che mette insieme il giusto mix di canzoni del nuovo album con i brani più conosciuti: una band da apprezzare e da riascoltare, a dispetto delle aspettative.

45 minuti dopo, con l’arrivo di una bella fetta di pubblico ed una prima pausa, salgono sul palco gli Editors. In una scenografia nuda ed essenziale prende vita con Cold il loro show, in cui sarà protagonista l’album “In Dream”.
Munich, Ocean Of Night e Sugar toccano livelli pari al sublime, e la voce di Smith trascina il pubblico nel vortice di una esibizione in cui è difficile notare imperfezioni: il loro elettro-rock è morbido, discreto, poi drammatico e ancora adrenalinico: una performance che risulta un’altalena seducente che calibra insieme synth-pop, new wave, escursioni elettroniche, dark ed esprime appieno la maturità di un percorso musicale tutt’altro che banale.

Una seconda pausa fa crescere l’attesa dell’arrivo dei KOL sul palco, ed è proprio in questo momento che si avvertono alcuni disagi sull’organizzazione: la gente si riversa sugli stand dedicati alla ristorazione per dare sollievo alla sete e alla fame che il caldo e l’orario hanno fatto maturare: uno degli stand chiude mentre la gente è in fila per esaurimento delle scorte, mentre il secondo stand vede la fila allungarsi a dismisura. Gli altri tre stand dedicati al piano bar smistano acqua e birra nella confusione generata dalla pressione sulla cassa che due di questi hanno in comune. Certo, l’assenza dei token rincuora molti dei presenti che, reduci dagli ultimi eventi, tirano un sospiro di sollievo e sorvolano pazientemente sulla gestione, fluendo con lentezza ed educazione verso il proprio turno.

Mentre il buio avanza nel cielo, i Kings of Leon cominciano il loro live.
Un boato li accoglie: un grande urlo si innalza liberatorio e dichiara apertamente la gioia di rivederli su quel palco. I fan sono entusiasti e cominciano a saltare sulle note di The Bucket e Mary che la famiglia Caleb-Followill intona.

Le hit in scaletta scivolano veloci, in un loop di rock e di emozioni che riporta alla mente i momenti d’oro della band e fanno dimenticare il passato turbolento di un gruppo che ha sofferto, è stato lontano dalle scene ed è tornato più unito e forte.
Sono le canzoni di Walls ad avere un ruolo chiave: Find Me e Reveren racchiudono con sicurezza la nuova anima rock dei KOL, ma sono ovviamente Molly’s Chambers, Use Somebody e Pyro a far scatenare i fan in un coro che si propaga in tutto l’Ippodromo di San Siro.
La scenografia focalizza tutte le attenzioni del pubblico al centro del palco: dove diversi schermi ipnotizzano gli occhi mixando inquadrature live a frammenti geometrici e video che vengono proiettati sullo sfondo.
Si nota ovviamente un po’ di rigidità di Caleb, che fa fatica a portare la sua voce al massimo delle potenzialità, tanto da sentirsi in dovere di chiedere scusa al pubblico per la non perfetta condizione vocale, e invocare scherzosamente il loro supporto per cantare Supersoaker.
É con l’indimenticabile tripletta Radioactive, Sex On Fire e Waste Of Time, uno dei brani più riusciti dell’ultimo album, che il gruppo chiude in concerto. La mezzanotte è ancora lontana, ma tra quelli più ostili ad abbandonare l’area e quelli che si avviano subito verso l’uscita resta forte nella pancia l’intensità delle ultime tracce ascoltate.

Certo, considerando la giornata lavorativa che è in arrivo il giorno seguente e le ore di viaggio che molti hanno dovuto affrontare per essere presenti, potrebbe sembrare ragionevole una chiusura non troppo tarda, ma considerando i tempi morti e l’avvio della serata nel pomeriggio, viene da chiedersi perché l’organizzazione non abbia concentrato lo show in un tempo ragionevole per rendere tutti partecipi delle tre esibizioni. Tenendo in considerazione non solo una maggiore attenzione verso le indicazioni fornite per raggiungere l’ingresso, l’organizzazione degli stand e ponendo anche un occhio di riguardo all’atmosfera che le ore più fresche regalano allo spettacolo.

Band promosse a pieni voti quindi, in una serata da ricordare che ci lascia dentro l’emozione del ritorno di uno di gruppi rock più interessanti degli anni 2000 e un po’ di delusione per l’organizzazione che speriamo si rifaccia nelle prossime date del Festival.

 



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"La musica, la più poetica e la più precisa delle arti, vaga come un sogno ed esatta come l'algebra" (Guy de Maupassant)


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