Marco Ligurgo #INTERVIEW

janine
Tempo di lettura: 8' min
16 settembre 2015
In primo piano, Interview

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Marco Ligurgo classe ’74. Produttore, dj, organizzatore di eventi, direttore artistico di uno dei festival italiani di musica elettronica più rilevanti: roBOt Festival.
Ha vissuto gran parte della sua vita fra Berlino e Bologna.
Ecco due chiacchiere scambiate insieme in attesa di questa edizione 08 di roBOt.

J: Ciao Marco, da dove partiamo? Partiamo da Berlino? Com’era, cosa ti ha dato ma soprattutto cosa ti ha lasciato?

M: Ciao J, Berlino ho iniziato a frequentarla a cavallo tra gli anni 90 e gli anni zero e da subito mi ha rapito la sua liberta’, l’essere così accogliente ma anche selettiva; il clima rigido, la precisione dei tedeschi ma anche la contaminazione che artisti da tutto il mondo portavano. Non a caso Berlino è il posto dove anche l’ultimo dei ballerini ha in casa dischi in vinile e consolle, tutto questo l’ha resa subito il posto ideale per andarci a vivere e per generare stimoli.
In quegli anni Bologna era in una fase di stanca: la fine degli spazi autogestiti come il Link, il Livello, il Teatro Occupato, la fine della street parade… ecco Berlino era il mito, il rifugio perfetto, la culla della musica elettronica. Potevi stare a Berlino con pochi soldi e vivere il clubbing, la musica elettronica (techno, minimal house..) in maniera fantastica. Ti capitava di ballare tra i dj (ancora non superstar come oggi) senza problemi e così ricordo l’esordio di Raresh al Panorama Bar accompagnato da Ricardo (Villalobos) e da un jet privato di rumeni; i miei balletti e after privati nel loft di Hawtin, le cene con Ellen Allien o i sushi con Troy e Magda, ma anche le mille avventure al Bar25, allo StreetBeat e la mia grande amicizia con Tobi Neumann.
Erano gli anni della minimal e fu inevitabile portare questa esperienza a Bologna, precisamente al Kindergarten nella serata Playhouse, in un periodo dove in Italia i principali club erano ancora dietro a MAW, Morales ecc…

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Da allora tante cose sono cambiate, sia a Berlino che a Bologna ma continuo a vivere e a trascorrere il mio tempo nelle due citta’: Bologna è ormai casa mia, il luogo dove lavoro e dove vivo, “la mia famiglia”. Berlino è la mia gita abituale, la mia fuga, “la mia amante” e fonte di ispirazione che continua a lasciarmi tanto soprattutto quel senso di libertà e di cultura musicale che abbiamo perso in Italia.

 

J: Parlando del panorama clubbing e musicale pensi si sia molto trasformata nel corso degli ultimi anni?

Una fondamentale caratteristica berlinese che il clubbing italiano non ha?

M: Sicuramente si, l’arrivo di tanti turisti ha un po’ contaminato l’essenza della città che ritrovi solo in posti speciali; al Berghain, per citare il club più famoso, si entrava con 5€ ora, invece, a meno di 15€ non entri ma soprattutto non ci vai più a colpo sicuro. Una volta era impossibile non ascoltare musica eccezionale e divertirsi; Berlino si sta normalizzando perchè va di moda e molte delle persone che incontro negli ultimi anni sono li più per farsi dei selfie che per capirne l’essenza. Ho visto tanti non capire quasi nulla di cosa è Berlino ma nonostante ciò andarci a vivere e poi tornare indietro, a casa. Tantissimi posti hanno chiuso, la città sotterranea è quasi ormai inutilizzata, insomma panta rei.
Dal punto di vista club restano comunque dei numeri uno: la musica è ancora al centro dell’attenzione, la cura degli impianti, della consolle, la programmazione, tutto torna. A Berlino, per fortuna, in consolle ci arrivi ancora per merito e per proporre qualcosa di valido, di nuovo e soprattutto spesso hai ancora un pubblico colto davanti che ha voglia di sentire.
Qui, beh, basta vedere la programmazione dei locali più importanti… sembra di essere ancora negli anni ’90, soprattutto per la cultura del club che si ha. Tranne qualche mosca bianca che rispetto posso dire che sono molto fortunato a vivere a Bologna perchè in giro c’è molto poco.
In Italia conta ancora il pr, il club ha prevalentemente clienti che non sanno neanche il perchè un dj è famoso e per quale musica. Sostanzialmente manca la curiosità, la cultura, la voglia di ascoltare. Il posto più ambito dei fruitori italiani dei club nei club è davanti la consolle o, ancora meglio, in backstage per far delle foto e/o urlare al dj : “Spingi (o Pesta, Bussa, Mena..) ” possibilmente agitando le mani.

 

J: Bologna, ci vivi ed organizzi eventi da diversi anni. In molti pensano che sia ormai terreno molto arido per nuove proposte, soprattutto in campo artistico, musicale ed in generale di eventi; roBOt è la dimostrazione del suo esatto contrario o no?

Sono qui dal ’93 e davvero insieme ai miei amici di Shape e al mio collega Unzip (Toni) ne abbiamo fatte e viste. Prima col Kindergarten nell’ambito club ed ora con il roBOt nell’ambito festival. Diciamo che non è un caso che siamo a Bologna. Per me non è affatto arida, non è piu’ quella dei primi anni 90; ha dovuto superare la crisi e le chiusure mentali del periodo Cofferati ma in realta è una citta perfetta per poter portare idee nuove. È la sede dell’Universita più antica d’Europa e questa cosa la respiri. Inoltre ha una politica che, con tutti i suoi limiti, asseconda le iniziative. Non e’ fashion victim come Milano, non è lontana geograficamente come Torino, non è tosta come Roma o Napoli, insomma è perfetta per creare e proporre.
Ha la sua dimensione provinciale ma con la vita di una città, il suo fermento politico, la comunita gay più grande di Italia, il cibo, la cineteca, insomma W Bologna!

J: roBOt è alla sua ottava edizione, nel corso degli anni è cresciuto esponenzialmente, le tue scelte artistiche hanno sempre avuto uno sguardo avanguardista e sperimentale, mi sbaglio?

È si il tempo passa veloce ehhe… devo dire che la crescita del festival è venuta in maniera naturale e spontanea e questo mi rende molto felice perché vuol dire che abbiamo fatto un buon lavoro in questi anni e (mi gratto..) spero vada sempre meglio perché ti assicuro che è un lavoro complicatissimo e per niente scontato: ogni anno le sfide aumentano e sono sempre piu difficili da superare, non scherzo quando penso, dico e sostengo che siamo un gruppo di pazzi visionari.

Lavoro tutto l’anno per il cartellone del festival e ho un mio metodo ben preciso e chiaro. Ogni scelta è ponderata e studiata per giorni, settimane, mesi; inseguendo la mia idea e poi la musica, gli artisti diventano il centro del tutto , è come fare un quadro di cui ne sai il risultato solo alla fine ma di cui fin dall’inizio hai bene in mente l’idea principale.
Trovare artisti di nicchia, sperimentatori ecc.. è una mia priorità che quest’anno si concentra soprattutto a Palazzo Re Enzo e nel terzo stage della Fiera. Man mano che il festival cresce devi accontentare sempre più fasce di pubblico ma ad ogni nome un pelo più “pop o hype” mi piace mettere nella bilancia uno abbastanza underground e di nicchia che probabilmente non farebbe più di 50 paganti in una serata “one off”.
È questa la mia sfida, la mia filosofia anche come dj: la mia necessità di essere sempre alla ricerca di cose nuove da proporre credo sia anche la missione di un festival come il roBOt.

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J: I nomi più “sudati” di questo roBOt08? Quelli e/o invece da te più “attesi”?

Ogni anno ci sono degli artisti che devo inseguire più a lungo come fu per Moderat l’anno scorso, ma ti devo dire che per fortuna con la crescita del festival anche la disponibilità degli artisti a venire da noi sta aumentando e questo migliora il lavoro.

Per quanto riguarda i più attesi è impossibile citare solo qualche nome del resto da direttore artistico ogni nome della line up è un mio attesissimo desiderio; comunque per fare due nomi Biosphere era un mio grande desiderio, cosi come veder chiudere il festival a Trentemoller, che stimo tantissimo.

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J: Sappiamo del tuo legame d’amicizia con il tedesco Tobi Neumann che qui a Bologna abbiamo visto, o meglio sentito, tante volte proprio durante alcuni eventi da te organizzati e anche ad alcuni eventi roBOt. Questo legame d’amicizia però avrà una svolta professionale importante: una produzione insieme, ci vuoi dire qualcosa di più?

Beh Tobi e’ il mio migliore amico Berlinese oltre che un grande dj e produttore, passiamo tanto tempo insieme ad ascoltare e fare musica oltre che a scontrarci sulle differenze culturali che ci sono tra la Germania e l’Italia. Poi c’è il cibo per cui passiamo tanto tempo a mangiare insieme, cosa che adoriamo in maniera viscerale.

Da tutto ciò non poteva che nascere un progetto. “ToCo” frutto di lunghe sessioni in studio a Berlino, prima per una traccia regalo di compleanno per Sven Vath dopo una storica serata: Playhouse al Kindergarten. Infine come vero e proprio progetto artistico.

In questi giorni uscira un ep frutto di una collaborazione con Christian Burkhardt e poi il nostro ep di esordio “Right Place” ad ottobre sull’etichetta “Haunt Music” del canadese Mike Shannon a cui seguirà un secondo ep nel 2016, insomma incrociamo le dita.

J: Ultimamente abbiamo notato un forte riscontro mediatico al ritorno della disco (vedi il grande successo ritrovato da Dj Harvey), cosa pensi a riguardo? Quanto questo ha influenzato le tue scelte artistiche per roBOt08?

È vero ed è naturale perché la musica torna sempre in maniera ciclica. Questo è proprio uno dei primi insegnamenti che mi ha dato il mio amico dj Dino Angioletti. Credo che ci sia una motivazione legata anche al potere che artisti come Four Tet, Daphni, Floating Points stanno acquisendo sul mercato internazionale inoltre dopo anni di oscurantismo minimal o di bassi dark credo che sia normale anche il ritorno alla melodia funky alla festa, alla voglia di bella gente colorata davanti. Finalmente posso sfoggiare camice hawaiane, non è male vero ?

Per quanto riguarda il roBOt mi sarebbe piaciuto ospitare Harvey ma era in tour in Australia ad ottobre e spero di poterlo avere in futuro mentre Daphni, Floating Points, Dam Funk, Flako sposano tutti questa linea, ma già Moodyman l’anno scorso o Tiger & Woods, Baldelli, Prins Thomas in precedenza lo facevano, insomma a me e al roBOt la disco piace ed è sempre piaciuta.

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J: roBOt è ormai un grande festival che quindi non si può includere nel calderone del “clubbing”. Guardando invece le piccole realtà locali quali sono i consigli che daresti a chi vuole ancora provare ad offrire qualcosa nel mondo del clubbing italiano in un momento così buio, di totale ignoranza repressiva e demonizzazione delle discoteche e dei clubs?

Mah in effetti in Italia il club non sta vivendo un bel momento e anche gli organi mediatici stanno cavalcando le debolezze del sistema club italiano per rendere la ripresa ancora più difficile.

Il consiglio che mi sento di dare è di partire dal basso, da un piccolo spazio (noi lo facemmo da un “Sushi Bar” e funzionò), di portare nel club la passione di chi ci lavora, dal promoter all’ultimo dello staff, mettendo sempre al centro la musica e la professionalità; non dipendere dal pr “all’italiana” o dal nome guest famoso ma puntare sul dj resident in primis usando il dj guest come ciliegina sulla torta, come confronto positivo e non come mezzo per portare gente snaturando il progetto. Viaggiare tanto all’estero cercando di portare qui la propria esperienza aiuterà e alla fine se un progetto è valida durera nel tempo senza l’ansia di arrivare: per costruire un buon club ci vuole tempo e pazienza. Concludo dicendo che in realtà andando in giro a suonare come dj ci sono tante piccole realtà che lavorano bene in Italia per cui non disperiamoci il futuro c’è e sempre “W la buona musica e la passione per questo mondo!”

Un abbraccio a tutti, grazie e ci vediamo al “roBOt”.

 

 

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