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CRU-SADISM: “Il Caos esiste e Romero è il suo Profeta”

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Non so bene perché, ma se devo immaginare un posto ideale dove leggere Crusade  il primo che mi viene in mente è il Cluricaune, uno dei due Irish Pub di Bologna, in Via Zamboni, quello più caotico, meno “d’essai”, più “da consumo”. Non so bene perché.  Sarà forse perché lì è (sempre forse) il posto in cui ho incontrato per la prima volta il suo autore, MD Romero, (nome – d’elezione – che pesa come un macigno, insieme a quella sigla giusto un filo da punto vendita al dettaglio), insieme a un amico comune. Sarà perché riesco a immaginare di condirne a dovere la lettura con un abbondante innaffiata di caos, birra scura, Erasmus spagnoli vocianti, hamburger, patatine francesi e salse goduriose varie ed eventuali. La vittoria della società dei consumi? Chissà cosa penserebbe Romero di queste mie fantasie perverse. Probabilmente penserebbe che le sue sono ben peggiori.


E, beh, forse avrebbe ragione, solo che, nel momento in cui TU entri in Crusade le SUE fantasie (di Romero come di Crusade) diventano TUE. E lo specchio della tua e sua identità si rifrange in mille frammenti, mille personaggi, mille cibarie zozze da ingurgitare, mille vite di mille folli da vivere mille volte per scontare la sola colpa di essere vivi (?) nella città dei folli, in quella nemmeno troppo celata metafora che porta a far coincidere Crusade con qualsiasi agglomerato urbano imbevuto di soldi, cibo, sesso, secondario, terziario, mafia e schifo (edit: qualsiasi agglomerato urbano post ’80, fine).

Crusade è tutto, no? Ci vuol poco a riassumere, e allo stesso tempo ci vuole troppo, e non serve a nulla. Crusade vive del suo macello (e del suo Macellaio, per l’appunto), di personaggi che si scontrano, di storie che si intersecano, di punti di vista che si mischiano, di parti del corpo che si incastrano – a forza –, di corpi che si fondono, personalità che convergono, divergono, sono uno, sono tutto. Scompaiono in una melassa putrida.

Crusade è Romero? Sì. Crusade è me, me che leggo, me che scrivo? Sì. Crusade è merda? Sì. La sua come la mia. Crusade vi cambierà la vita? No. Crusade è più viva della vita stessa e più morta della morte. Crusade non esiste ed è allo stesso tempo dappertutto. È “based on a lie” e allo stesso tempo più vera della realtà. Crusade è il ritratto di un Romero seduto al tavolo ad angolo del Cluricaune, al piano terra, che ingurgita un burrito e tra un morso e l’altro, tra 158 “cazzo”, 83 “merda” e un occasionale “leccascroti” (così, giusto per gradire), ti racconta la storia di gente che manco conosci, e di cui NON TI SPIEGA NIENTE. Niente. Tu sai solo quello che fanno, li vedi come se fossero lì. Delle volte nemmeno sai chi quel qualcuno di cui ti sta parlando sia. Credi sia Raoul Castro, invece è Ottavio Navarra. E cerchi di interpretare, di capire. Ti sforzi di decifrare chi questo personaggio misterioso che ti si para davanti sia.

Credo sia una delle cose più elettrizzanti, uno dei pochi poteri rimasto pura esclusiva della letteratura. Non so se Romero lo sappia, probabilmente non gliene fotterebbe una sega di queste “pippe mentali da letterati del cazzo” (cito a braccio qualcosa che non ho mai letto né sentito ma sicuramente potrebbe aver detto). Romero è cinema, non letteratura: show don’t tell (e ok, fin qui niente di nuovo, #americafirst), ma delle volte il suo MOSTRARE È DIRE. Il suo è un film scritto, in tre atti, in tre parti intervallate, come ogni film da Grindhouse che si rispetti, ma è per fortuna un film di parole. Le immagini, quelle è quasi meglio, che non ci siano: non per questione di pudore –  ci mancherebbe altro – ma perché i giochi di prospettiva, gli scambi di identità, il gusto del “non sapere” cosa si sta guardando (come se stessimo guardando un film a occhi chiusi, come se stessimo origliando la conversazione di qualcuno seduto al bar) andrebbero persi, non sarebbero godibili appieno. E questo, in un mondo in cui tutti paiono scrivere pensando alla propria trasposizione cinematografica, è una rarità, specie per la quantità di cinema di cui è per contro nutrito l’immaginario di Crusade.

Le citazioni? Romero non cita. Romero è un medium. Le sue letture e le sue visioni, quando emergono, non emergono in forma di citazione dotta o raffinata. Romero ne viene praticamente posseduto.

Romero ti vomita in faccia Lovecraft, e se non l’hai letto peggio per te. Romero lascia per terra quello che ha mangiato a colazione: pezzi di Cronenberg, crostata di Lynch, purè di Thompson, effluvi borroughsiani di natura non meglio specificata, il tutto accompagnato da una sagra di rutti che suonano come il refrain iniziale di Blackstar di Bowie. Ha poco senso elencarli in realtà, i suoi riferimenti, guasterebbe il gioco: leggetevi il libro e divertitevi se volete – se ci riuscite (io ad esempio no) – a trovare nell’amalgama generale i grumi di quello aveva ingerito per cena. Contenti voi (disse la volpe all’uva).

La cosa fottutamente allucinante però è che TUTTO QUESTO HA SENSO. Questo amalgama, questo fiotto (se non fottio) unidirezionale di storie, di informazioni, eventi. Cioè: lui non vi spiegherà niente, e voi capirete lo stesso. Magari non tutto, ma alla fine del racconto conoscerete i meandri di Crusade, i suoi bassifondi, i suoi sotterranei, la piramide rovesciata che la governa e che da Romero è creata, governata, distrutta. Nata in un getto, in un flusso continuo, Crusade è dannatamente pianificata. È caos organizzato. È una strage di Stato.

Ma c’è una legge, e questa è l’unica legge del Caos secondo Romero. Che al caos non c’è mai fine. Che Dio non esiste e che “il caos è il suo profeta”. E che anche lui, anche il Dio di Crusade, ne è in qualche modo vittima, spettatore curioso di questi esseri idioti e geniali cui ha deciso di dare vita.

E quindi tu leggi, e magari mentre vagabondi per Crusade, gigioneggiando all’interno del tuo-suo videogame personale, dalla grafica neanche troppo definita come i giochi di una volta, ti ritrovi intanto ad arricchirla di backstories, di luoghi che magari lui stesso nemmeno aveva immaginato, a ingrassare la già strabordante Crusade con la tua ingombrante presenza di lettore impacciato e con le mani sudaticce e sporche di salsa barbecue, con la tua mente fottuta (fucked-up mind), cui spetta il compito, se non il dovere, di colmare tutto ciò che lui non ti dirà. E ti trovi a chiederti. E io? Che ci faccio qui? IO. QUI. Semplice come la sopravvivenza preistorica. Banale come l’unico vero istinto primordiale: IO NON VOGLIO MORIRE QUI. Generazioni intere cresciute nella bambagia e a parole pronte a tuffarsi nella merda pur di provare ancora l’oncia di una sensazione. Ne saremo poi davvero sicuri?

Entrare a Crusade ha un suo prezzo, come pure uscirne. Perché Crusade non è un libro e non è un posto, non solo. Crusade è anche New Orleans, è anche LA. Crusade è Venezia, Crusade è Bologna, è Parigi. Crusade è anche il cesso in cui vi state rintanando per sfuggire alla lista delle cose da fare del lunedì.

Crusade è quel club in cui, se siete disposti a entrare, non uscirete, davvero, mai.

 

«Queste storie non hanno senso. Sono vere, certo, ma non hanno senso.

È questo a cui dovresti pensare. Che è proprio la loro mancanza di senso a

renderle perfettamente coerenti. Ci sono situazioni in cui la normale logica

di routine va a farsi benedire.»

«E tu me le hai raccontate perché…»

«Perché tu ti renda conto.»

«Di che?»

Ma non ottengo risposta.

 

PREODER : https://bookabook.it/libri/crusade/ 
WEB : http:mdromero.com
FB : https://www.facebook.com/crusadenovel/
WORDS BY SIMONE REGOLO CALEGGIA MANIACI


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