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Club2Club 2017: un’istituzione, forse un po’ troppo

Club2Club. Una realtà diventata ormai istituzione. Forse troppo.

Ci sono andato e ne sono uscito in parte amareggiato: mi aspettavo di meglio da un’organizzazione con più di 15 anni di storia.
E invece no, è come se Club2Club fosse arrivato li, a quell’apice da cui non riesce a spostarsi, o meglio: a evolvere.
Anche quest’anno, come avrete capito, ho mantenuto la tradizione di andare “in gita” al Club2Club: uno degli aspetti che amo del festival torinese di stampo internazionale è l’immensa famiglia che si crea tra il pubblico. E’ una sorta di tradizione: ogni anno ritrovo volti e persone che vedono il C2C come occasione di ritrovo per respirare i nuovi trend dell’elettronica.
E, come da tradizione, ogni anno la direzione artistica del C2C stupisce con nomi oscuri ed effetti speciali.
Le scelte prese nella definizione della line up, ad esempio, si sono rivelate semplicemente perfette (ho letto diverse critiche al live set di Nicolas Jaar,ma la sua performance era perfettamente in linea con la proposta musicale di Club To Club).
La serata di sabato in particolare: un esempio è Liberato, che ha lasciato tutti a bocca aperta per l’intero live. Non solo perché il collettivo (?) che si nasconde dietro il logo della rosa ha presentato un inedito, Pecché me stai apennen, ma anche perché se c’erano grossi dubbi sull’inserire Liberato ad un festival internazionale di musica elettronica, questi sono stati spazzati via dalla musica proposta, un misto tra sonorità elettroniche e drum, con uso di sample, beatmaker, tastiere e filtri. Molto interessante anche l’effetto dato da luci e visual ben studiati per coprire il volto del trio Liberato.
E poi arriva lui, papà Richie, che si riconferma, come sempre, uno dei king. Non serve dire molto sul live di Richie, solo una nota lievemente amara: tutti i paroloni attorno al suo unico esclusivo incredibile live “Close” sono pura aria. Nonostante il massimo rispetto che porto nei confronti di un guru della techno, devo dirlo: Richie Hawtin non ha proposto quasi nulla di diverso dal solito, se non dei visual che riprendevano il movimento delle sue mani (mi astengo dal commentare i visual).
Detto questo, Richie Hawtin ha fatto ballare tutto il Club to Club.

Mura Masa, ormai di casa a C2C, ha dimostrato di esser cresciuto e maturato negli anni: nonostante apprezzi già la sua musica, ammetto che mi ha stupito. Il giovane produttore inglese ha padroneggiato il main stage, viaggiando con maestria da una sonorità all’altra, senza mai scadere nella noia. Il pubblico non ha mai smesso di sorridere (perché questo è ciò che muove la musica di Mura Masa) e saltare.

Il 2nd stage, anche quest’anno, non mi è sembrato funzionare. Bello e lodevole il tentativo di promuovere ricerca e sperimentazione di nuovi generi, ma la sala ampliata e in parte vuota ha forse contribuito a rendere fredda e asettica una sala che un tempo era quella più vissuta e gremita. A far parlare tutti è stata invece la ciliegina (che tanto ciliegina non è): lo spettacolo in 3D dei leggendari Kraftwerk, che album dopo album, sera dopo sera, hanno costruito una sorta di retrospettiva rivolta al futuro, forse un inno all’analogico che non morirà mai. Il tutto, inserito nella magica architettura industriale delle vecchie Officine Grandi Riparazioni.

Non posso quindi dare un giudizio negativo a Club to Club 2017, anzi: continuo a stimare chi si fa in quattro per organizzare un festival del genere. Ci sono alcuni punti su cui però, a mio avviso, bisogna lavorare per garantire che questo resti un festival di qualità. Gli ingressi, per esempio, sono stati gestiti forse peggio di ogni altro anno: moltissimi hanno assistito ad episodi in cui venivano bloccati in entrata rossetti, power bank e altri oggetti inoffensivi. Ogni anno poi continuo a chiedermi com’è possibile che, nonostante le persone aumentino, al Club to Club restano 3 bar, con relativi disagi legati al comprare un alcolico o analcolico (entrambi a prezzi elevati).

Ma l’aspetto che mi lascia veramente basito è che puntualmente ad ogni Club to Club piove e puntualmente Club To Club pare non essere pronto (o che se ne freghi direttamente). Imbarazzanti le code sotto la pioggia per entrare nei bagni chimici (lasciati in condizioni pessime). Ancor più pesanti le attese per trovare, a fine serata, un taxi libero o un bus con un po’ di spazio per respirare (sto parlando di 2-3 ore sotto la pioggia). E qui un punto alla favolosa città di Torino devo farlo: cara bella Torino, perché non sfrutti occasioni come il Club to Club o il Movement per mostrare ai “turisti” quanto sei organizzata bene ? E perché Club to Club non si muove per ottenere un supporto a livello di mezzi o non prevede delle navette?

La mia paura è che C2C stia diventando uno di quei vecchi festival che sopravvive solo grazie al nome che si è fatto negli anni. Non deve succedere: l’obiettivo deve essere quello di aumentare sempre più la qualità del festival, certo, mantenendo però i servizi adatti a garantire un’ottima esperienza. Rimanere sotto la pioggia per due ore per poi doversi fare la strada in un tram con la faccia schiacciata contro l’ascella di un omone posso garantire che non è una bella esperienza.

C’è sempre tempo per migliorare, e Club To Club l’ha sempre fatto alla grande.
Appuntamento allora al prossimo anno, per scoprire come crescerà il festival internazionale di musica avana-pop ed elettronica: CLUB TO CLUB.

words by EIS

pics by COSTANTINO BEDIN

DAY 1

DAY 2

 

 



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