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BLADE RUNNER – Una Colonna Sonora di Vangelis

Siamo nel 2017, e nei cinema sta per uscire Blade Runner 2049, una pellicola che ha il compito di essere all’altezza del film del 1982, l’immortale capolavoro di Ridley Scott, Blade Runner, dimostrando alle folle di spettatori, assolutamente scettici e disillusi che il grande cinema si può ancora fare. Un’impresa impossibile, quella della macchina hollywoodiana, che corre il minimo rischio affidando le sorti delle nuove produzioni a marchi di culto, confezionando dei Reboot di franchise che sono sequel e remake assieme sperando di replicare il successo del Punk Post Atomico di Mad Max: Fury Road. Ma quello che è il successo che sta alla base di Fury Road non può essere replicato sui colossi di fantascienza Cyberpunk come Ghost in The Shell, Blade Runner, Robocop o Akira ( la cui fortuna vuole che la produzione di un remake in salsa hollywoodiana sia stato fermato in fase di pre produzione per i costi troppo alti di budget.) e la ragione è molto semplice. Quello che, negli anni 80 e 90 era una visione pessimista, distopica e buia del nostro futuro è diventata sorprendentemente la nostra realtà odierna. Le situazioni, le tematiche e le paure che rendevano potente e profetico un genere come il Cyberpunk (Alienazione, dipendenza dalla tecnologia, rapporto uomo macchina, divario sociale sempre più profondo, multiculturalità, criminalità dilagante e ultimo ma non ultimo soggiogazione dell’uomo alle grandi corporazioni o impianti statali) sono diventate materia del quotidiano. Ritrattare il Cyberpunk ora è fare del revisionismo, ritrattare a distanza di anni dei sogni contorti e malinconici che oggi possono solo essere definiti come un Deja Vù.
Molto avanti guardano le avanguardie musicali che da anni cavalcano l’onda della Retrowave in un intrecciarsi di nuovo e vecchio, forti della loro maggiore libertà creativa rispetto all’industria cinematografica che sembra giunta ad un cortocircuito temporale e creativo. Autori come Perturbator, Mitch Murder, Jasper Byrne e Com Truise hanno le proprie radici nella scena Cyberpunk anni 80 e devono molte delle loro splendide atmosfere al compositore greco Evangelos Odysseas Papathanassiou, altrimenti (e per fortuna) noto come Vangelis.
La lunga ombra di Vangelis attraversa la seconda metà del ventesimo secolo come un vento che scuote lo spazio e distorce la realtà dell’immagine, arricchendola di nuovi e straordinari significati. Principalmente noto come compositore di colonne sonore, Vangelis ha collaborato con diversi artisti in tutto il mondo fra cui vale la pena citare Jon Anderson degli Yes (con il duo Jon e Vangelis) Claudio Baglioni e Patty Pravo (in veste di arrangiatore). Dopo aver vinto nel 1982 l’oscar come miglior colonna sonora per il film Chariots of Fire (il cui tema più famoso verrà utilizzato e riciclato per musicare innumerevoli eventi sportivi, solitamente abbinato ad un rallenty), Il compositore greco viene ingaggiato dal regista Ridley Scott per curare la colonna sonora del suo film di culto Blade Runner. Il Noir Cyberpunk vedente l’agente Deckard (Harrison Ford in uno dei rari film in cui ha una recitazione credibile, non me ne vogliano i fan. Gli vogliamo bene ma sappiamo tutti che è vero) dare la caccia per eliminare (“It was not called execution, it was called retirement” recita il testo all’inizio del film) quattro androidi Nexus 6 il cui unico crimine è voler vivere. La scelta di Vangelis è cruciale per dare al film un’aura onirica, sognante e malinconica. Le immagini della Los Angeles del Novembre 2019, irrimediabilmente fatiscente e inquinata, costantemente battuta da piogge torrenziali, sovrappopolata e multiculturale, una volta percorse dalle note di Vangelis, prendono vita propria, creando un esperienza sensoriale unica, profonda e irripetibile. Non di rado le persone che hanno vissuto in maniera profonda Blade Runner, trovandosi coinvolti nella sua atmosfera, hanno concretamente sognato di trovarsi in quello stesso ambiente, in quel futuro buio e malinconico che ci spaventa e ci affascina. Il sogno diventa ricordo e il ricordo prende forma, in data 2017, di bizzarro Deja Vù. Lo score di Vangelis è divenuto simbolo di una metropoli distopica del ventunesimo secolo e viene riprodotto dalle corde dell’anima quando lo spettatore, che ha impresso questo ricordo nella mente ( interessante il parallelo con i replicanti del film a cui vengono innestati ricordi fasulli, quindi l’idea di essere umani ) entra in un ambiente simile e contestuale, come una moderna metropoli. Basti pensare alla fusion fra Blues, musica tradizionale indiana e giapponese ed elettronica che ha anticipato di diverse lunghezze (e ispirato) le sperimentazioni degli ultimi vent’anni innestando per la prima volta nella mente degli spettatori il futuro come una realtà multietnica e caotica, lontana dall’immaginario fantascientifico, asettico e minimalista della space age. Tale è stata la potenza di Ridley Scott e Vangelis nel creare la perfezione visiva (che ricordiamo subì delle modifiche imposte dalla produzione e venne stroncato da critici del calibro di Roger Ebert tanto che Scott ha sempre affermato il suo disinteresse per un Academy Award, giudicando Blade Runner l’unico film per cui avrebbe dovuto meritarsi il premio) che si è così profondamente radicata nell’animo degli spettatori, da essere impossibile da riprodurre correttamente senza avere come risultato una pallida imitazione, che per quanto qualitativamente possa essere valida, non potrà mai competere con l’immaginario visionario della corrente Cyberpunk, né per quanto riguarda Blade Runner né per qualsiasi altra opera ( emblematico è il live action di Ghost in The Shell con Scarlett Johannson di cui avremo modo di discutere ) e la ragione è semplice. Noi abbiamo vissuto il futuro durante la corrente Cyberpunk. Brazil, Blade Runner, Akira e altre realtà distopiche messe in scena dai maestri del cinema sono la nostra percezione intima del futuro a livello sensoriale mentre, la realtà per come la vediamo oggi ci pare come una pallida imitazione, una copia deludente, e mentre viviamo attivamente la distopia di quest’era è naturale tentare per l’industria cinematografica tentare di riproporre in maniera del tutto nuova un capolavoro in forma di sequel, aggiornandolo agli standard tecnologici odierni. Ma Denis Villeneuve non è Ridley Scott, Johann Johannsson (compositore minimalista della scuola di Philip Glass) non è Vangelis e il mondo di Blade Runner non è più il futuro quanto il presente.
Due note interessanti prima di chiudere: Il titolo dell’opera da cui Blade Runner è tratto è il romanzo di Philip K. Dick “Do Androids Dream of Electric Sheeps?” in cui la parola Blade Runner non compare nemmeno una volta. Infatti il titolo (letteralmente Contrabbandiere/Fattorino di Lame) fu un’idea di William S. Burroughs per una bozza di sceneggiatura su di un futuro distopico in cui la professione medica è illegale e quindi i medici per poter salvare vite umane si affidano ai Blade Runner, contrabbandieri di bisturi e attrezzature, per poter portare avanti la loro professione. Il titolo piacque molto a Ridley Scott e decise di chiederne l’utilizzo per l’adattamento del romanzo di Dick e Burroughs accettò con entusiasmo.
Il secondo punto su cui vale la pena soffermarsi e che ci servirà come spunto di riflessione per il futuro è il divario generazionale presente in Blade Runner: Tutti gli esseri umani nel film, ovvero i non replicanti, sono anziani, compreso il 25enne J. F. Sebastian, affetto da sindrome di matusalemme che lo fa invecchiare precocemente. I personaggi giovani sono sintetici, replicanti creati per essere perfetti (più umani degli umani, infatti hanno un alto tasso di emotività e sanno compiere scelte più etiche, vedi il finale) e molto crudelmente costretti a fare da manodopera nelle colonie Off World. Il limite di vita di quattro anni e i ricordi fasulli sono due sistemi per permettere ai creatori di non essere sopraffatti da questa nuova razza. Il tema del creatore in Ridley Scott ritorna in maniera massiccia in Prometheus e in Alien Covenant.
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"Vivere l'estremo, il brutale, il sublime, il grandioso e l'assurdo per farvelo gustare in parole scritte. La mia condanna, il mio destino, la mia vita."


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